APERTAMENTE. Il dolore e la rabbia di Francesco Russo*

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L’esame e la critica del fatto di Cronaca Nera a Napoli non vanno iniziati dall’esame balistico o dalla circostanza se la pistola giocattolo fosse riconoscibile o no da parte del Carabiniere o ancora meglio dall’età, appena imputabile del ragazzo, quasi che quest’ultima fosse una scriminante, no! Questi punti di partenza sono sbagliati, perché la spiegazione di tutta la storia parte dal comportamento dei familiari, del padre e degli amici del ragazzo. Non devo raccontare, io, a chi abbia perduto un figlio in maniera violenta, perché lo sa, ma sono io a dover raccontare cosa accade quando un genitore apprende di essere rimasto orfano di un figlio a causa del comportamento di un’altra persona.

Un genitore si sente strappare il cuore dal petto, ma non muore e rimane inerte, incredulo, imbambolato, solo con il dolore che sale che ti prende e non ti fa morire. Non ha la forza di parlare, non vede la gente che gli sta vicino, non vede perché ha gli occhi vitrei, non capisce dove si trovi e perché si trovi in un posto fuori dal mondo da solo. Non impreca, non parla, non piange perché le lacrime non escono, viene trasportato in Ospedale insieme con tutta la famiglia che è nel suo stesso stato. In Ospedale è circondato da amici, familiari, parenti, che cercano di fare qualcosa che non sanno neanche loro cosa possa essere, cosa possa servire in quel momento. Nessuno si aspettava una tragedia del genere, perché il ragazzo era un bravo ragazzo, sono tutti attoniti, dico attoniti e nessuno dei presenti ha il coraggio di parlare.

La disperazione non ha voce perché non si può imprecare contro il Fato, tutti sanno che sarebbe inutile dire…se non avesse fatto questo, se non avesse fatto quello, se non fosse uscito, in quel momento si dà la colpa al Destino, al caso, a Lachesi che ha reciso il filo, si trovano mille scuse, per non so cosa fare, ma non servono a niente, c’è solo il dolore che annichilisce. Questo è il comportamento di un genitore e in una famiglia normale, dove il padre e la madre lavorano, danno l’esempio, la sera cenano alle 20, magari dopo si fanno quattro chiacchiere, vedono la TV e dove magari i genitori chiedono al figlio dov’è stato, cosa ha fatto, con quale amico è stato in compagnia. Questo accade in una famiglia normale e quelle di sopra sono le reazioni di fronte alla tragedia, perché i figli non ingaggiano alcuna lotta con la vita e con la Società tanto da rischiarla.

Quando i genitori sanno, perché quello è l’esempio che hanno dato, che il figlio conduce una vita rischiosa e quando accade che il figlio finisce in Ospedale colpito a morte perché ha tentato una rapina, allora si scatenano, ma non per il dolore di aver perso il figlio, ma perché il figlio ha trovato qualcuno che ha osato resistergli. E’ rabbia, non dolore, il dolore come dicevo prima non ha voce, la rabbia urla, la rabbia è la manifestazione di chi reagisce contro uno più forte e grida vendetta, ma non perché la vendetta pacifica l’anima, ma perché è occhio per occhio dente per dente, cosicché si ristabilisca l’equilibrio. Ed allora tutto va bene per gridare la rabbia, anche l’intervista televisiva con il corpo del figlio davanti…la rabbia perché in fondo si trattava di una rapina ed è successo perché il Carabiniere che ha usato legittimamente l’arma, avrebbe dovuto consegnare l’orologio, perché tutti hanno diritto a rapinare un orologio, mentre un Carabiniere non deve usare legittimamente le armi.  (*avvocato)

 

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Redazione Oraquadra

La redazione.

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