Prestazioni ambulatoriali: missione impossibile. Quali sono i piani dell’ASL?

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Sono tra le 50 e la 60 mila le prestazioni ambulatoriali che aspettano di essere erogate, oltre un numero imprecisato gli interventi chirurgici non urgenti da eseguire nella provincia di Taranto. Da quando è nata l’emergenza Covid-19 sono state sospese tutte le attività ambulatoriali, le attività chirurgiche non urgenti e la libera professione intramoenia  consentendo a tutto il personale sanitario di far fronte all’emergenza. Finita l’ora degli eroi, sottopagati, vessati e disprezzati, si può fare il conto di quanti hanno continuato a lavorare, nonostante i presidi di protezione inadeguati e in numero insufficienti,  e hanno pagato anche lo scotto non solo di aver trascurato le famiglie e di aver rinunciato a qualsiasi tipo riposo ma anche quello di aver contratto l’infezione, con tutti i postumi che porteranno dietro per una vita, oltre che, in molti, di aver pagato con la vita la dedizione a un “giuramento”. In altre Regioni hanno avuto un obolo simbolico, in Puglia neanche quello. Ora che le esigenze dell’assistenza per la pandemia si sono praticamente quasi azzerate e, nonostante, si sapesse già da metà aprile che la fase due sarebbe iniziata ai primi di maggio, inspiegabilmente nessuno ha pensato ad iniziare a ipotizzare una ripresa dei servizi sanitari, continuando a negare ai cittadini quei servizi essenziali che erano stati sospesi. Il Governo ha investito le Regioni, queste le ASL, in uno scaricabarile d’italica memoria, senza un minimo di programmazione. Forse sarebbe il caso che ognuno riconoscesse le proprie responsabilità. E’ finita l’ora del come siamo stati bravi quando di organizzazione e programmazione sembra ne sia stata vista poca. Al contrario della fortuna e del tempo assolutamente non invernale. Dall’inizio della pandemia ad  oggi, i cittadini aspettano di poter fruire delle cure sospese, mentre chi non ha potuto attendere, si è rivolto alla Sanità Privata, sempre pronta a sfruttare le debolezze e l’apparente incapacità di programmazione del Pubblico, questo mentre  i medici dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale, che effettuavano attività libero professionale intramoenia, hanno dovuto sospendere tale attività, per decisione della Regione, per far fronte in prima linea alla pandemia. Al contrario, i servizi privati a pagamento o con copertura assicurativa, eccetto che per gli interventi chirurgici, sono rimasti operativi, in quanto non coinvolti nell’assistenza della pandemia, salvo quella accreditata e specificamente retribuita, come si è visto a Taranto e su cui sembra siano in corso numerose indagini giudiziarie. Ora, dopo l’annuncio trionfalistico del “il 4 maggio riaprono tutte le attività ospedaliere” e frotte di cittadini che trovavano davanti a loro solo un “muro” composto da  di personale non informato di nulla, ancora niente si muove. E sono passati 10 giorni.  Allo stato attuale non è in alcun modo più giustificabile che l’ASL di Taranto, che in base ai comunicati stampa sembra essere così organizzata, perseveri con questa disparità, in quanto sta creando un’ingiusta e pericolosa discriminazione tra il paziente ricco e il paziente povero. Tale per cui chi ha i soldi può permettersi le cure in Istituti privati, mentre chi non li ha è costretto o ad attendere ancora la riapertura degli ambulatori del Servizio Sanitario regionale per poter accedere alle cure costituzionalmente garantite o a peggiorare o, ancora peggio, morire nell’attesa. Questa discrepanza di trattamento acuisce ancora di più le tensioni sociali proprio in questo momento di difficoltà economica, in una città già in crisi, cui sono esposti i cittadini e i pazienti della provincia jonica. Il Covid-19 sta evidenziando come un “pettine”, tutti i nodi delle sciagurate scelte di privatizzazione e non investimento sulla Sanità Pubblica che ha portato questa città ad avere il 50 % circa dell’offerta sanitaria garantita dai privati e le modalità di gestione della sanità pubblica.. Più volte è stata denunciata quella che sembra un’evidente anomalia di una politica che sembra aver favorito, nel corso degli anni, il settore privato,  sempre a detrimento del settore pubblico, dell’assistenza, smantellando la rete ospedaliera pubblica. Anche durante quest’emergenza, a fronte di una possibile sistemazione “pubblica” a costo zero dei reparti di Oncologia ed Ematologia, è stata scelta l’opzione privata. A costi tutti da scoprire. Sulla medicina del territorio è meglio non soffermarsi e limitarsi ad una battuta “il territorio promesso” laddove anche i piani di miglioramento, solo perché proposti e portati avanti da sindacalisti scomodi, giacciono sulla carta. Ma in un momento di difficoltà economica i nostri pazienti non possono essere condannati a rinunciare alle cure da un’ASL che sembra  incurante. Ammettiamo pure che l’Assessore Regionale alla Sanità abbia inviato le sue 152 pagine di regole solo il giovedì antecedente la data di apertura ma il dubbio sorge spontaneo: a nessuno era venuto in mente d’iniziare a fare sopralluoghi e ipotizzare piani di riapertura e recupero delle prestazioni non eseguite? Poi che fine hanno fatto e come pensano di utilizzare le centinaia di migliaia di euro che i medici si sono visti sottrarre, negli ultimi anni, per obbligo di legge, dagli importi per l’attività libero professionale e destinati all’abbattimento delle liste di attesa? Vorrebbero forse finanziare, ancora una volta, i privati? E come faremo, considerato il numero esiguo e le limitazioni d’orario, a erogare non solo le prestazioni che vengono ancora prenotate ma quelle sospese? Gli ambulatori sono adeguati alle nuove norme? Per gli interventi chirurgici e ricoveri ancora peggio, obbligo di tamponi preventivi, distanziamento tra letti dei pazienti. In una realtà dove la sanità sembrava basarsi sull’utilizzo delle barelle e su quella che sembra potersi configurare come una violazione sistematica della legge sul riposo degli operatori? Che tra l’altro non hanno potuto godere neanche di un giorno di ferie sino ad ora? Come Sindacati di categoria ignorati e cittadini preoccupati, vorremmo tanto sapere quali sono i piani dell’ASL.  Se finora nessuno si è fatto portavoce di tale grido di allarme, lo facciamo noi rappresentanti dei Professionisti della Salute, chiedendo a gran voce una programmazione serie e trasparente che permetta ai cittadini meno abbienti di poter accedere a tutte le cure cui hanno diritto come gli altri cittadini. E non più spot pubblicitari.

 

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Valentina D'Amuri

Laureata in Progettazione e Gestione Formativa nell'era digitale, consegue il Master di II livello in Studi Strategici e Sicurezza Internazionale in concomitanza con il Corso Normale di Stato Maggiore della Marina Militare. Instructional Designer, collabora alla produzione di diversi progetti in ambito civile e militare. "Non chi comincia ma quel che persevera"

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