Cultura. Il ruolo dell’intellettuale oggi, tra Diego Fusaro e Marcello Veneziani

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Qualche tempo fa, alla Mostra del Cinema di Taranto, si parlava della situazione politica e culturale dell’Italia di oggi ed una signora arrabbiatissima dalla platea chiese a Diego Fusaro, ospite della serata: ma a cosa servono gli intellettuali nel mondo moderno se sono completamente impotenti?
Fusaro preso alla sprovvista e con un certo imbarazzo dovette ammettere che compito dell’intellettuale è sempre stato solo e soltanto quello di certificare la realtà con la propria analisi. Niente di più e niente di meno.
Personalmente condivido questo punto di vista, ma me ne dichiaro insoddisfatto.
Questa visione dell’intellettuale come corollario del sistema, strumento ideologico del potere dominante o semplice forma di intrattenimento per benpensanti è corretta ma insufficiente, inaccettabile per le vie del cuore, inadeguata al cambiamento del mondo.
Eppure, gli intellettuali sono sempre stati lì a raccontare la propria storia, la loro visione del mondo e talvolta sono stati usati per fornire la struttura ideologica alle rivoluzioni, prendi Marx per la rivoluzione comunista, prendi Rousseau e Montesquieu per la rivoluzione francese.
Gli intellettuali arrivano dopo e riconducono ad unità il sistema che si è già formato sotto l’impulso delle forze sociali, degli interessi di classe e dello scoppio devastante delle armi da guerra.
L’intellettuale viene dopo, una retrovia del cambiamento. Ci ricordiamo di lui quando le cose non vanno e cerchiamo risposte per migliorare la realtà, o vie di fuga per uscire da essa. Ed allora ripropongo la domanda di quella signora della platea: A cosa serve l’intellettuale nella moderna democrazia?
Il ruolo di denuncia serve, ma serve a ben poco nell’annichilimento delle coscienze dovuto alla sfiducia verso le dinamiche del potere e l’asservimento alla contingenza del fatto. Serve a poco l’intellettuale in questa ottica e per certi versi è dannoso alla nascita di un effettivo cambiamento, perché per questa via l’intellettuale funge da giustificazione legittimante del “sistema”, crea i tre minuti di sfogo della rabbia sociale che come diceva George Orwell, servono a creare l’illusione che la democrazia sia effettivamente democratica, lo deve essere per forza se a testimoniarlo c’è la libertà di parola della gente.
Ma la vera morte della parola, non sta nel suo divieto quanto piuttosto nella sua impossibilità di essere udita, confusa nel frastuono di altre milioni di voci parimenti libere che danno come risultato lo zero totale del caos indistinto.
La democrazia è un concetto vecchio quanto il mondo eppure sempre attuale e problematico. L’idea che una comunità possa darsi delle regole per garantire la libertà del singolo è sempre stata una utopia posticipata nel regno della storia, posticipata anche quando viene realizzata formalmente per il tramite di altisonanti Costituzioni democratiche, che al netto dei vari diritti, perseguono il fine nobile di indirizzare la politica verso la soddisfazione delle necessità e dei desideri della gente, nel recinto sacro di una normativa garantista che permetta la libera espressione della personalità del singolo.
Ma aimè, da quando la democrazia è stata esercitata negli albori della sua storia e con gli adattamenti dovuti ai tempi, si è sempre stati coscienti della propria fragilità, ed è così che nelle città-stato della antica Grecia veniva prevista in caso di emergenza la figura del tiranno, così come era prevista dal diritto romano, in cui tale figura veniva normativamente fornita di poteri assoluti per un semestre, al fine di fare fronte a problemi contingenti, non facilmente risolvibili dal senato, espressione della aristocrazia patrizia, nè dall’Imperatore che a tale aristocrazia doveva dare conto.
Salvo poi sorgere la necessità di uccidere il tiranno alla scadenza dei sei mesi, perchè quasi nessuno poi accettava di restituire i suoi pieni poteri.
Corsi e ricorsi storici, queste dinamiche mi ricordano gli attuali decreti del presidente del consiglio dei ministri e gli inciuci tra partiti di maggioranza relativa non eletti dal popolo che al voto del popolo proprio non vogliono tornare.
Sia come sia, in questo continuo pendolo tra libertà e soppressione della libertà, la democrazia, oggi come allora mostra le proprie fragilità, se non addirittura l’occultamento, dietro la parola libertà, di dinamiche fortemente autoritarie in danno del popolo “sovrano”.
Ed ancora una volta mi ripropongo la domanda: a cosa serve l’intellettuale nella moderna democrazia?
Ho fatto varie volte questa domanda a Marcello Veneziani che dopo le sue lunghe, esatte e negative analisi dell’epoca moderna mi rispondeva sostanzialmente dicendomi quello che Diego Fusaro aveva detto a quella signora.
” Ma allora Veneziani, in che cosa possiamo scorgere la speranza, la speranza in un cambiamento, la speranza di un ritorno ad una democrazia sostanziale?”
E lui mi rispondeva: “Nel fattore umano.”
Ossia, nella base sostanziale ultima che fonda e legittima il sistema democratico realmente tale. Per fattore umano si intende la consapevolezza dell’individuo che diviene azione. Si intendente il naturale e spontaneo coordinamento dei singoli che diviene moto di rinnovamento e ribellione di massa.
Per carità, ogni tanto nella storia è successo. é successo con la rivoluzione francese, è successo con la rivoluzione comunista, come le rivoluzioni nazionaliste del ‘900, è successo con la rivoluzione liberista, anche se in questa ultima il ruolo degli intellettuali è di molto minore rispetto alle altre rivoluzioni, perché i liberisti non agiscono per proclami teorici, ma in base alla forza propulsiva del bisogno individuale: bisogno di uno stipendio, bisogno di soddisfazione di un desiderio autocreato dalla pubblicità, bisogno di pace sociale per soddisfare i propri bisogni, pace sociale usata dai liberisti come oppio dei popoli per imporre le proprie regole e la propria democratica sottrazione di libertà democratiche.
Ed allora a cosa serve l’intellettuale oggi?
La risposta è fragile, come lo è la stessa democrazia: l’intellettuale oggi serve ad educare le persone alla BELLEZZA e alla VERITà, affinché si giunga alla GIUSTIZIA ed alla VIRTù.
Questo è il ruolo della militanza culturale che cessa di essere certificazione della realtà per divenire fonte di rinnovamento della realtà, base sostenibile di una visione del mondo che cambi il mondo.
Ma come può avvenire questa militanza culturale in seno alle dinamiche della democrazia senza annegare nella parzialità di un singolo punto di vista tra milioni di punti di vista differenti, quasi tutti falsamente liberi, perché soggiogati ai bisogni materiali falsamente soddisfatti dal potere liberista?
Negli anni della mia giovinezza idealista vi avrei detto tramite la PAROLA, ma la parola è stata disattivata dalla demagogia e dal reddito di cittadinanza.
Ed allora nel gioco di specchi in cui siamo costretti ad agire, dobbiamo fare riferimento ad una METAPAROLA che usi dinamiche subdole e subliminali simili a quelle usate dal marketing liberista, ma con la grande differenza di essere finalizzate al bene delle virtù sopra citate.
Una METAPAROLA che può trovare espressione solo e soltanto attraverso il linguaggio dell’arte e della letteratura, che vanno promosse, diffuse, con forza e passione, con inarrestabile ottimismo, con utopico slancio.
Usiamo le dinamiche comunicative del marketing per promuovere la restaurazione dell’essere umano, scalzato dalla centralità che aveva acquisito nel pensiero classico e nell’umanesimo moderno, scalzato dal regno della qualità, per divenire infine merce di scambio del consenso politico e del potere economico.
A cosa serve l’intellettuale oggi? Ad educare alla BELLEZZA e alla VERITà, una bellezza ed una verità con la lettera minuscola, che risorgano dal singolo punto di vista individuale, che si raggrumino e si concentrino intorno a quei sacri valori di libertà che l’individuo sente propri e connaturati al proprio essere.
Se è vero che oggi il popolo non vuole essere educato, nè istruito, ma solo informato, l’intellettuale deve informarlo che esiste una visione alternativa del mondo, una visione che può prendere la via della realizzazione politica verso la realizzazione della propria natura, una visione che faccia tornare nel singolo la speranza e la voglia di combattere, il senso civico rivendicante una futuro migliore, un presente cosciente, una lotta critica verso i soprusi della politica corrotta e demagogica.
A questo deve servire l’intellettuale oggi e a questi intellettuale dobbiamo fornire ogni mezzo di comunicazione possibile che lanci la sfida alla paccotiglia del maistream attraverso cui si annichiliscono le coscienze.
È  la vecchia sfida di Davide contro Golia, da iniziare a combattere oggi, da scrittori che sopravvivono lavorando nei call center, da poeti che aprono caffè letterari, da avvocati che diventano giornalisti, da giornalisti che accettano di non guadagnare pur di poter parlare liberamente, da persone giuste che accettano di agire nel fango della politica pur di poter realizzare nel mondo una briciola in più di giustizia sociale.
L’intellettuale di oggi, ha smesso di parlare e basta, l’intellettuale di oggi è stato detronizzato dal proprio piedistallo e per necessità si è fatto popolo lavorante, ha accettato che la propria parola fosse ammutolita dal sistema, ma non ha accettato il dogma di non poter cambiare il sistema.
Ogni intellettuale oggi, non è solo un intellettuale ma è anche un lavoratore, uomini e donne che malgrado tutto portano avanti le dinamiche della propria vita, mantenendo nel cuore, e nella parola, il segno distintivo della ribellione.
L’intellettuale oggi si è fatto uomo, la parola di è incarnata e da questa carne della nostra carne, prima ancora che il sistema faccia mancare dalle nostre tavole il famoso piatto di pasta pacificatore del malessere sociale, è necessario che all’intellettuale – lavoratore venga dato ascolto, per far sì che il popolo si riprenda il potere dal basso, dalla base, ma questa volta senza demagogia e populismo, ma con intelligenza ed onestà.
Ha ragione Veneziani : la risposta sta nel fattore umano. In quella scintilla di verità interiore e dignità che alberga in ognuno di noi.
Compito dell’intellettuale oggi e di portare la croce della umanità sottomessa e la luce della umanità libera.
Diamo ascolto a scrittori, poeti, pittori, scultori, giornalisti, idealisti diamo ascolto a tutti coloro che hanno il coraggio di cantare fuori dal coro, perchè ascoltando ascoltando, un pò alla volta, capiremo di essere come loro: uomini liberi che vogliono un futuro migliore all’insegna di una riconquistata dignità.
 

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Redazione Oraquadra

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