APERTAMENTE. La donna è identica all’uomo? di Aurora e Laura

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Tutele versus l’emancipazione

Il tema sul ruolo delle donne nella società e nel mondo lavorativo, è uno di quelli che, nei vari programmi elettorali viene affrontato sempre in modo poco incisivo, senza proposte serie, poiché culturalmente l’identità femminile viene, ancora oggi, contemplata e considerata in funzione del ruolo dell’uomo in quanto “lavoratore”, rischiando di essere eclissata dal mondo maschile.

Con la tutela – protezione,  si riconosce uno specifico femminile, sostantivi quali, assumono una connotazione tesa ad evidenziare una caratteristica di “debolezza” dovuta a condizioni tipicamente femminili, ad esempio la maternità o minore forza, che finiscono per scadere in quegli stereotipi di donna = essere debole.

Sotto il profilo storico, in un arco temporale che va dalla fine del ‘800 fino al termine del primo conflitto mondiale, fu avviato una produzione legislativa incentrata sulla tutela delle donne, facendo particolare riferimento alla maternità, orari lavorativi massacranti e prolungati. Questa “legislazione protettiva” fu una scelta obbligata: la maggior parte delle donne lavoratrici provenivano dai ceti delle classi più povere, che vivevano in condizioni pessime, se non terribili.

Dal ‘900 in poi sono stati adottati provvedimenti legislativi tesi a porre fine allo sfruttamento femminile nell’ambito lavorativo, fino ad arrivare al 2015 con i D.Leg. n°80 e n.°148 vengono istituiti dei congedi per le donne vittime di violenza domestica. Oggi i politici tendono a fare timidi accenni sull’argomento come se non esistesse, improntando le campagne elettorali su argomenti in voga al momento per ottenere il maggior numero di consensi, con lo scopo di raggiungere le cariche di maggiore rilievo, senza dare la giusta importanza a situazioni difficoltose nelle quali versano le donne per entrare nel mercato del lavoro; situazione che si complica ulteriormente per le quelle che hanno una situazione familiare problematiche. Le difficili condizioni del mercato del lavoro rallenta ancor più l’inserimento delle donne nelle professioni più qualificate, consolidando così un fenomeno di marginalizzazione verso occupazioni già relativamente molto femminilizzate.

Già le donne soffrono di una condizione di disparità rispetto agli uomini, non solo perché pressate dagli impegni domestici, ma anche perché sono relegate in posizioni lavorative di basso livello di retribuzione, a ciò si aggiunga una silente sottomissione all’uomo all’interno del contesto familiare.

Il rivendicare il diritto al lavoro viene vista come una sterile lamentela querula che sistematicamente si scontra con un’amara realtà radicata dove l’uomo, all’interno del contesto familiare, assume atteggiamenti maschilisti che riportano la donna indietro nel tempo, non collaborando all’organizzazione familiare e ricordandole quali sono i suoi doveri.

Si può affermare che l’ostacolo principale alla piena e concreta attuazione del principio di parità tra uomo e donna ha natura prettamente ed appartenente, facente parte del retaggio culturale, in una concezione atavica dei rapporti tra i sessi, resta di fatto complicato capire perché sia così difficile colmare  questo divario.

È innegabile che negli ultimi anni ci siano stati dei progressi, ma è altresì vero che non siamo ancora arrivati alla piena parità in ambito lavorativo, anche perché crediamo  che occorrerebbe formare le donne in quei settori economici in cui il livello salariale è più elevato. Le donne che subiscono maggiormente le conseguenze di questa condizione sociale-economica sono le donne separate che sono in una condizione di indigenza e come loro anche le altre che vivono in uno stato di disoccupazione costrette ad accettare lavori sotto pagati che non garantiscono né il proprio né l’altrui (donne sole con figli) sostentamento, dato che ci sono compagni o mariti che non contribuiscono economicamente al mantenimento dei propri figli. È solo grazie all’inserimento del reddito di cittadinanza che molte famiglie hanno preso respiro e ridato dignità ai figli, per cui crediamo fermamente che le forze politiche debbano puntare a finanziare non la disoccupazione ma l’occupazione, quindi è necessario puntare sulle aziende mettendo al centro le necessità delle famiglie e della persona in sé, poiché uno stato non può progredire se non ci sono donne e uomini che producono, dato che se non si crea ricchezza economica avremo un territorio sempre più povero.

Inoltre occorrerebbe migliorare la conciliabilità lavoro-famiglia, affinché la donna non sia costretta ad uscire dal mercato del lavoro per accudire i figli con l’incertezza che non sia più assorbita nel marcato del lavoro, quindi chiediamo alla politica di prestare la giusta attenzione e di intraprendere azioni concrete in merito, anche per abbattere i limiti di età imposti, per migliorare le condizioni di vita del gentil sesso.

 

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