Libri, recensione di Saverio Fanigliulo: “L’Innocente” di Marco Franzoso

Condividi

Nella stanza delle parole, la Giudice, coadiuvata da una psicologa succube e compiacente, violando il criterio del rispetto, nella sua soggettiva ricerca della verità dei fatti, senza tener conto del particolare vissuto del ragazzo , della sua sensibilità e tipicità idiografica, si mostrerà superficiale, cinica ed aggressiva, per estorcere una verità distorta , che avrà più il sapore di parole non dette ( I no diventano dei sì, i sì diventano dei no, i non so, diventano dei sì o dei no.)

L’innocente, di Marco Franzoso, è un libro ben scritto, molto bello, intenso e profondamente umano.

Sin dalle lettura delle prime pagine si percepiscono i primi segnali di inquietudine e di malessere che tormentano il protagonista del romanzo, Matteo, un ragazzo di dodici anni, che una mattina di una torrida estate deve recarsi in tribunale per essere interrogato dal Giudice su un presunto abuso subito da parte di un prete, don Andrea.

Dopo una notte agitata,al risveglio, il ragazzo pensa a ciò che sarebbe successo da lì a poco in tribunale, tra estranei che lo avrebbero interrogato su quanto accaduto. E questo gli procura una grande preoccupazione e un forte dolore fisico.

Il mal di pancia si riduceva soltanto quando i pensieri andavano indietro nel tempo, al suo papà che gli infondeva sempre coraggio e sicurezza. Nella vita, gli diceva, sono importanti tre cose: “misurare, scavare, e poi dimenticare. “

L’autore descrive quei momenti felici di Matteo, trascorsi insieme a suo padre , con una forza espressiva veramente notevole e coinvolgente. Un varietà di emozioni , di colori e di poesia che accendono nel protagonista, e nel lettore, una grande nostalgia e una intensa malinconia.

Guidare il trattore insieme al suo papà , estirpare un albero, pescare nelle chiuse, trovare un fungo di 100… 1000 chili…

E poi il grave incidente stradale con il camion e la tragica morte del papà . In un attimo sembra tutto finito.

La dipartita del papà influirà molto sul carattere e sul comportamento di Matteo.Senza alcun conforto affettivo coerente degli adulti di riferimento ( la mamma, la nonna…), il suo lutto lo porterà ad essere immerso in una solitudine affettiva molto dolorosa ed escludente.

I compagni di scuola lo prenderanno in giro e tutto fa pensare che l’intera comunità scolastica poco o nulla s’ importi del destino educativo e formativo del ragazzo.

La mamma di Matteo si mostrerà fragile e depressa e non sarà in grado di prendersene cura affettivamente, colmando il vuoto lasciato dal marito.

La nonna materna non si porrà problemi nel denigrare e squalificare il genero, appena deceduto, dinanzi al nipote.

Quel giorno risolutivo, durante il viaggio con sua madre verso il Tribunale, Matteo ripercorre alcuni momenti caratterizzanti della sua vita. La mamma stanca di lui, ma anche di sua sorella, ha bisogno di una pausa, per questo lo accompagna al Grest della parrocchia vicina, gestito da un giovane parroco, don Andrea .

I pensieri di Matteo vanno con nostalgia alla band de “ I Langolieri”, composta da un gruppo di ragazzi che condividevano con lui il senso vero dell’amicizia e la passione per la musica.

Un periodo della sua vita pieno di felicità e di “fratellanza” che ben presto, però, avrà fine, per la sconvolgente rivelazione del tratto pedofilo del giovane prete!

I bambini non si toccano!

Il “Don”, giovanile e attivo, era diventato un punto di riferimento importante per Matteo, lo aveva accolto e si era preso cura di lui, lo aveva appassionato alla musica e gli aveva insegnato a suonare le tastiere con metodo, lo aveva introdotto nella band dei Langolieri , facendolo sentire parte attiva del gruppo, stimato e rispettato da tutti.

Poi la violenza psicologica, gli schiaffi, le umiliazioni, le molestie del prete, la denuncia, l’allontanamento e la chiusura del Grest … la foto sul giornale di un garage, la corda appesa al soffitto.

Nella stanza delle parole, la Giudice, coadiuvata da una psicologa succube e compiacente, violando il criterio del rispetto, nella sua soggettiva ricerca della verità dei fatti, senza tener conto del particolare vissuto del ragazzo , della sua sensibilità e tipicità idiografica, si mostrerà superficiale, cinica ed aggressiva , per estorcere una verità distorta , che avrà più il sapore di parole non dette ( I no diventano dei sì, i sì diventano dei no, i non so, diventano dei sì o dei no.)

Il romanzo mette in evidenza l’inadeguatezza di coloro , persone adulte e istituzioni, che dovrebbero essere punti di riferimento di supporto e di aiuto per i bambini, per comprenderli e ridare speranza e fiducia.

In realtà la mamma, la nonna, il prete,la giudice, la psicologa, l’avvocato, si mostrano inadeguati nel loro ruolo, rivelandosi figure adulte sterili ed inefficaci sul piano educativo ed assertivo, perché la relazione che istaurano con Matteo appare superficiale, retorica, distaccata, distante, a tratti violenta, provocando ansie e paure, consolidando e potenziando il “male” , ancor più dell’abuso in sé vissuto dal ragazzo. .

Si può dimenticare il male per ricominciare a vivere. Fermarsi un momento per riflettere, per gioire delle cose che si hanno dinanzi e che rendono felici: il deltaplano nel cielo azzurro, la grande quercia, che offre un rifugio e conforto, che galleggia sul mare di spighe mature di mais, il ricordo del papà e del trattore mastodontico come un elefante.

Un po’ dimenticare e un po’ ricordare, ciò che passa e ciò che resta per sempre.

Matteo comprende che ci sono parole vuote, le parole dei bambini, e le parole degli adulti che restano per sempre, come tatuaggi scolpiti in fronte con i quali si marchiano i cattivi rendendoli riconoscibili a tutti.

Esiste il mondo ed esistono le parole. Le parole sono spesso disgiunte dai sentimenti, e non raccontano appieno le situazioni che vengono vissute e gli stati d’animo autentici .

Esistono però le parole fatate , autentiche, e le parole vuote, incomplete, ipocrite!

Il tic tac del trattore sveglia, al termine della giornata, dà a Matteo,dopo questa prima fase della sua vita,, una dimensione più consapevole del tempo che gli ricorda di non mollare e di non smettere mai di giocare, perché bisogna continuare a vivere, perché, come gli diceva il suo papà, “ Lì fuori c’è la guerra.”.

 

Condividi

Redazione Oraquadra

La redazione.

Lascia un commento