APERTAMENTE – Il poeta e scrittore Giuseppe Yusuf Conte manda una Lettera in versi al Ministro Franceschini

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SANREMO (Im)- Sulla Riviera di Ponente, nella splendida Liguria terra di esploratori e di poeti, vive un intellettuale d’eccellenza che da quasi cinquant’anni offre la sua penna intinta d’entusiasmo e passione per le migliori battaglie a difesa delle Arti e della Cultura. E’ Giuseppe Yusuf Conte, nato a Porto Maurizio 75 primavere fa, laureato alla Statale di Milano nel 1968 con una tesi in Estetica con il compianto prof. Gillo Dorfles.

Giuseppe Yusuf Conte, Esterno della Chiesa di Santa Croce, Firenze, 1994

Poeta e narratore, fondatore assieme ad altri intellettuali del Movimento del Mitomodernismo negli anni Novanta; traduttore di W. Blake, P. Shelley, W. Whitman e D.H. Lawrence. Curatore di svariate antologie poetiche, ha conseguito numerosi riconoscimenti e premi tra cui il Premio Hemingway Narrativa 2002 con Il terzo ufficiale ed. Longanesi, il Premio Viareggio 2006 sezione Poesia con la raccolta Ferite e Rifioriture ed. Mondadori, il Premio Manzoni Romanzo storico 2008 con L’adultera, ed. Longanesi. Collabora con diverse testate giornalistiche e pubblica un romanzo dopo l’altro, alternandoli a saggi e poesie finissime. Tra gli ultimi romanzi ricordiamo Il male veniva dal mare, ed. Longanesi (2013), Sesso e apocalisse a Istanbul,  (2018) e I senza cuore (2019), entrambi per Giunti editore; tra le sillogi poetiche Poesie 1983-2015, ed. Oscar Mondadori (2015), e Non finirò di scrivere sul mare, ed. Lo Specchio (2019).

 

Anche se  lo si può conoscere e apprezzare tramite i suoi ultimi lavori, Giuseppe Yusuf Conte è un autore tutto da scoprire. Lo incontriamo come lo si può incontrare oggi, in tempi di Covid: nella rete del web. Egli ci sta benissimo, a suo agio in un mare virtuale  – ma non troppo, e da brava creatura mediterranea, un po’ ligure un po’ siciliano, vi si destreggia con abile maestria come un esperto capitano che conduce in mare la sua agile nave tra secche, gorghi e approdi rocciosi. Ci confessa, però, che nonostante i vantaggi del mondo virtuale, gli manca viaggiare. Viaggiare davvero, verso terre, mari, città conosciute e ancora da visitare. Incontrare gente, gustare sapori, aromi, immergersi nei paesaggi.

Giuseppe Yusuf Conte

Il Tempo del Covid è un tempo di riflessione e bilanci un po’ per tutti, e rivela impietosamente ciò che prima poteva anche sfuggire.  Giuseppe Yusuf Conte, con la sua sensibilità acutissima e profonda, ha osservato con gli occhi, con la mente e con il cuore, e poi ha scritto. Ha scritto nel momento in cui ha sentito di non poter più tacere: ha dato voce al suo sentire e a quello di tutti gli spiriti che consuonano con lui, ha scritto una Lettera in versi sulla morte della Cultura, indirizzandola al Ministro Franceschini. E’ con piacere e convinzione, e ringraziandolo, che noi la pubblichiamo con l’augurio che possa avere la massima diffusione possibile, perché l’Uomo ritorni alla memoria più vera di Sé, e si riappropri della sua essenza/coscienza più autentica.

 

Lettera in versi al ministro Dario Franceschini sulla morte della Cultura

Mi ascolti, ministro Franceschini,

lei che ha un curriculum politico

tanto ricco quanto è povero

quello del suo premier, e scrive

romanzi tradotti anche in francese,

ed è giurato allo Strega

(dovrò dunque chiamarla un po’ collega?),

a chi mai

nel suo attuale governo dovrei rivolgermi,

se non a lei?

 

Vengo a seppellire la cultura, quando vorrei

tesserne le lodi.

La cultura che il suo governo attuale,

sotto i colpi terribili della pandemia,

ha finito per assassinare

dopo che dai governi passati

era già stata ferita al cuore,

Eppure lei, ministro, è uomo d’onore.

 

La cultura è quello che c’è nell’uomo di umano,

che va salvato se non vogliamo ricadere

nella barbarie degli istinti primordiali

o diventare taciti zombi, nell’insano

disegno che ci vuole macchine consumatrici

al servizio dei pochi signori dell’economia globale

che la pandemia arricchisce smisuratamente mentre smisuratamente impoverisce le masse.

Perché, ministro Franceschini, perché, cosa vale

chiudere i teatri, già in crisi? E il cinema?

Per anni sono piovuti finanziamenti

per produrre i film, miserevoli per lo più,

di amici degli amici degli amici.

Perché oggi non usare denari pubblici

per aiutare le sale a restare aperte in sicurezza?

E le sale di concerto? Riccardo Muti,

in Italia oggi uno dei pochi giusti,

insegna quanto può far bene all’anima

ascoltare la grande musica suonata

da grandi orchestre.

Lei, ministro, ascolta solo un cantautore?

Eppure lei è uomo d’onore.

 

Perché non aiutare le librerie, tutte e soprattutto

le piccole e indipendenti a sopravvivere?

Le librerie dovrebbero essere aperte almeno quanto

i supermercati alimentari, perché anche nelle librerie

si compera il cibo, anche se per l’anima.

Come preservare quello che resta

delle edicole, colpite già da tempo da una moria terribile? Il loro spazio di libertà e informazione concreto, nel cuore non virtuale delle città?

Come aiutare le case editrici a continuare

senza tagli e strozzature la loro opera

di produttrici di cultura?

E le Biblioteche, come non capirne il ruolo sociale, come non progettare di moltiplicarle

multimediali in ogni quartiere?

Possibile che l’aggregazione giovanile

passi soltanto per questa cazzo di movida?

Lo dica, ministro Franceschini, e non si nasconda

dietro cifre generiche, non imiti il tono

compiaciuto e vacuo del suo attuale premier…

daremo 200 milioni…

i miei coglioni

promesse spazzatura, sin che dura

a chi li date, e quando, e come? E senza errore?

Eppure lei, ministro, è uomo d’onore.

 

Cultura è la scuola. Dica ai suoi colleghi

di non ridicolizzarla con i banchi a rotelle.

Piuttosto, lei lo sa chi è che nel chiuso delle belle

Stanze del Palazzo, del Ministero stabilisce

cervelloticamente i programmi scolastici,

senza trasparenza e senza autorità

né culturale né spirituale, seguendo effimere

mode socio-antropologiche?

Chi è quel genio che ha novecentizzato i programmi

di letteratura per i nostri Licei,

a rischio di imbottirli di straccioni

e ha cancellato Tasso, Alfieri, Parini, Foscolo, Manzoni, il tessuto connettivo, la spina dorsale

della nostra lingua e della nostra identità

di italiani-europei?

 

Cultura sono gli ospedali e tutto

ciò che concerne il diritto dei cittadini

di ricevere le cure adeguate.

Perché tragicamente abbiamo avuto

e ancora oggi tragicamente abbiamo

così pochi posti in terapia intensiva,

rispetto per esempio alla Germania,

che ne ha più di tre volte più di noi?

Cos’è stato il marasma delle mascherine,

arrivate così in ritardo per imbrogli e manfrine?

E le mancate attrezzature

di protezione dovute a medici e infermieri,

che hanno avuto tra loro tante vittime?

E perché tra maggio e settembre, 5 mesi,

150 giorni, niente si è preparato per affrontare

la seconda ondata del virus?

 

Cultura è il lavoro, che avete avvilito

preferendo e diffondendo il sussidio e la regalia,

è il lavoro che va preservato, protetto, incentivato

a ogni costo, è creando lavoro, diffondendo l’idea

della dignità e della bellezza del lavoro

che si combattono ingiustizia e povertà.

 

Cultura sono i trasporti, e tutto ciò

che riguarda il diritto dei cittadini alla mobilità.

Perché violentare la nostra intelligenza, prenderci

per il culo con i bonus monopattini

e i bonus vacanze? Perché oggi i treni locali

sono ancora in balia di caos e contagio, senza controlli? Ne prenda uno, ministro, e vedrà.

 

Cultura sono persino i caffè e i ristoranti.

Nati i primi dall’Illuminismo anche come spazio

di informazione e confronto oltre che di piacere,

nati i secondi dalla Rivoluzione francese, quando cuochi delle grandi famiglie aristocratiche

uscirono dai palazzi dei padroni decapitati o esiliati

e si misero a cucinare per tutti.

Democrazia è anche libertà di frequentare

caffè e ristoranti a tutte le ore,

ci ha mai pensato, ministro Franceschini?

Eppure lei è uomo d’onore.

 

Cultura è la natura, i boschi, i parchi, i giardini.

Parole che non ho mai sentito pronunciare

da nessuno del suo governo, e neppure di quelli

che lo hanno preceduto.

Pensi che valore avrebbe avuto

il centro delle nostre città disinquinato,

con aria pulita, con verde e fiori

proprio nel momento di una pandemia.

 

Cultura sono le chiese. Le chiese cristiane. Le moschee. Le è sembrato giusto chiuderle, mentre

erano aperti i supermercati?

Crede che saranno chiuse di nuovo?

Ha forse pensato che una società di uomini liberi

possa vivere abolendo ogni spazio del sacro, ogni amore per la sacralità della vita?

Eppure lei è uomo d’onore.

 

Non parlo per contraddirla, ministro Franceschini,

sono qui per dire quello che so.

Tutti a parole amano la cultura, forse persino

qualche membro del suo governo. Invece

dovreste piangere per lei. Se foste uomini d’onore, piangereste per averla assassinata.

Ma la cultura seppellita può risorgere,

può rinascere una nuova cultura rivoluzionaria

che travolga il presente e prepari il futuro

che metta ai vertici dei valori della società

l’umano, la lotta all’ingiustizia, il lavoro,

la conoscenza, la bellezza, il sacro,

l’energia creatrice, i diritti dell’anima

oltre a quelli dell’uomo, la sopravvivenza

della Madre Terra, del mare implasticato, delle api decimate, delle foreste che bruciano.

Lei ne sa niente, ministro Franceschini, di come

può salvarci la cultura

dalla distruzione e dall’orrore?

Eppure lei è uomo d’onore.

La saluta così

Giuseppe Conte, lo scrittore

 

 


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Sabrina Del Piano

Sabrina Del Piano

Archeologa preistorica, geomorfologa, esperta in analisi dei paesaggi. Operatore culturale, ideatrice di eventi artistici Expert in prehistoric archaeology, geomorphology and landscapes analysis. Cultural operator and art events organizer

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