Violenza sulle donne: la storia di una donna che ha avuto il coraggio di denunciare

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Mi ero attardato in studio per finire di scrivere un atto giudiziario, erano circa le due e mezza del pomeriggio e non vedevo l’ora di tornare a casa perchè stavo crepando di fame, quando nello schermo collegato alla telecamera interna vidi che era entrata una donna nella sala d’attesa del mio studio. Ne fui infastidito data l’ora ma la ricevetti ugualmente.

Dalle prime parole mi risultò chiaro che la donna versava in uno stato semi-confusionale, la feci mettere a proprio agio e le dissi di prendersi tutto il tempo di cui aveva bisogno. Quando la donna cominciò a raccontare, mi resi conto della gravità della situazione.

Era sposata con un uomo disoccupato, alcolizzato e con il vizio del gioco: gratta e vinci e slot machine.

La donna era l’unica che portava i soldi a casa lavorando come bracciante agricola per mantenere se stessa, il marito e i due figli.

Dopo l’ennesimo furto di soldi in casa da parte del marito ne era nato un litigio furioso in cui il marito oltre a picchiarla, l’aveva minacciata di morte con una pistola illecitamente detenuta.

Qualche ora dopo che l’uomo era andato via da casa, era giunta una sua telefonata sul cellulare del figlio più piccolo, in cui il padre gli diceva con voce calma e affettuosa: “tesoro, dì alla mamma di affacciarsi alla finestra.”

La donna su invito del figlio si affacciò e vide la propria auto interamente avvolta dalle fiamme.

Presa dal panico la donna portò i figli al sicuro a casa di parenti e andò alla polizia a denunciare l’accaduto facendo presente la pericolosità dell’uomo potenzialmente armato di pistola.

La polizia rassicurò la donna dicendole di tornare a casa in quanto avrebbero pensato loro al resto.

Dopo qualche ora l’uomo fece ritorno a casa come se nulla fosse e ricominciò a picchiare e a minacciare la donna, ma fu interrotto dal pronto intervento della polizia che si era appostata sotto casa in sua attesa.

L’uomo fu condotto presso il carcere di Taranto e il Giudice per le indagini preliminari convalidò la custodia cautelare in carcere per l’evidente pericolo di reiterazione del reato, nonché per l’impossibilità di essere sottoposto agli arresti domiciliari data la particolare situazione.

Per la vergogna e l’agitazione la donna non se la sentiva né di tornare dai propri parenti, né di tornare nella propria abitazione ed aveva passato l’intera mattinata vagando a piedi per la città fino a quando si era trovata a passare casualmente davanti al mio studio e trovando la porta aperta era entrata in cerca di consigli.

Notificammo immediatamente in carcere un ricorso per separazione personale con addebito e richiedemmo un ordine di divieto di avvicinamento alla casa coniugale nella denegata ipotesi in cui fosse stata revocata la custodia cautelare in carcere.

Sapevo che per via del sovraffollamento degli istituti di pena, il rischio era concreto ed infatti dopo l’ennesima istanza dell’avvocato dell’uomo, il giudice revocò la custodia cautelare in carcere e dispose gli arresti domiciliari presso la abitazione della famiglia di origine.

La mia cliente era terrorizzata perchè nulla avrebbe potuto impedire all’uomo di farle del male. Lei lo conosceva bene e sapeva che era arrivato ad un tale punto di follia da essere pronto a tutto, anche al più estremo dei gesti, che nelle minacce dell’uomo sarebbe stato un omicidio-suicidio.

Tuttavia, la cosa andò diversamente. L’uomo resosi conto della gravità della situazione, rendendosi conto di aver perso la moglie e i figli, e non riuscendo a gestire i propri problemi personali, la fece finita togliendosi la vita.

Qualche settimana dopo l’accaduto, vidi ricomparire nel monitor del mio studio la donna. Era venuta a dirmi che lasciava la città per trasferirsi al nord.

Le chiesi di darmi il suo indirizzo nel caso fosse stato necessario notificarle qualche atto giudiziario, ma rispose: “ avvocato non si dispiaccia ma ho deciso di non dare a nessuno il mio nuovo indirizzo. Voglio ricominciare da zero stando vicino ai miei figli per cercare di superare tutta questa storia. Non vogliamo saperne più niente. Spero che mi capisca.”

Mi sono permesso di raccontare questa storia perchè i suoi protagonisti sono morti o emigrati in luoghi lontani e sconosciuti da molto tempo ormai, ma l’ho raccontata soprattutto perchè in questa vicenda sono presenti tutti gli elementi che caratterizzano le dinamiche di coppia nelle fasi più drammatiche della degenerazione patologica del rapporto.

La verità è che in questa storia, così come in tutte le storie simili a questa, non ci sono vincitori e vinti, a ben vedere, è persino imprecisa la definizione di carnefice perchè spesso il carnefice è vittima a sua volta delle proprie turbe psichiche interiori, il chè non significa che dobbiamo giustificare, significa che dobbiamo comprendere queste dinamiche per prevenirne gli esiti drammatici.

In questi casi il dialogo e l’osservazione sono fondamentali e quando ci si rende conto che la situazione sta degenerando è fondamentale prendere subito le distanze e denunciare alle Forze dell’Ordine già dal primo atto di violenza, questo perchè superato quel limite labile tra salute e malattia mentale tutto può accadere. É in questo angolo buio della mente, nella cassa di risonanza della casa coniugale che nascono i mostri, che altro non sono che uomini da curare, sempre chè, si riesca a prendere la cosa in tempo.

 

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Ettore Mirelli

Avvocato, poeta e scrittore

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