Le vasche della Vela di Giò Ponti, Concattedrale di Taranto, dopo 50 anni sono tornate ad essere uno specchio d’acqua per la Gran Madre di Dio

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Ieri vigilia dell’Immacolata ha avuto luogo l’inaugurazione delle vasche antistanti la Concattedrale di Gio Ponti e la nuova illuminazione della vela, concelebrazione eucaristica nel cinquantesimo anniversario della consacrazione della stessa chiesa Gran Madre di Dio.
Lunedì 7 dicembre alle 18, il Sindaco Rinaldo Melucci, con l’Arcivescovo Mons. Filippo Santoro, hanno inaugurato le vasche antistanti la Concattedrale di Gio Ponti e la nuova illuminazione della vela.
Grazie al lavoro dell’amministrazione comunale, reso possibile a seguito dell’accordo sottoscritto da Comune e Arcidiocesi lo scorso 29 ottobre, e in occasione dei 50 anni dell’opera di Gio Ponti, sarà restituita alla città la Concattedrale così come voluta dal Maestro.

Di seguito l’Omelia.

Carissimi fedeli, sacerdoti, Signor Sindaco e autorità civili e militari con grande commozione celebriamo questa liturgia a 50 anni dalla consacrazione di questa Concattedrale voluta dall’indimenticabile mio predecessore Mons. Guglielmo Motolese e realizzata dall’architetto Giò Ponti, un genio che con questa straordinaria opera d’arte onora la nostra Città.

Vorrei partire in questa celebrazione dall’Inno dell’Ufficio delle Letture della Consacrazione della Chiesa che canta:

O Cristo Signore di tutti e datore di vita

Questa casa sorge a Te debitamente dedicata
in essa il popolo prende all’altare il
corpo consacrato e si abbevera del beato
Sangue.

Qui le sante acque sciolgono le colpe di
coloro che hanno errato e ne annullano le
pene; con l’unzione viene generata la stirpe
invincibile dei Cristiani.

Qui viene data la salute agli infermi,
l’aiuto ai deboli e la vista ai ciechi: qui, o
Cristo, ci liberi dalla colpa; ogni paura e
tristezza è cacciata via.

Qui è annullata la presa feroce del demonio:
il mostro caparbio ha paura, e abbandonando
le membra che teneva imprigionate,
veloce fugge nelle profondità dell’abisso.

Questo è il luogo realmente chiamato
Corte del Re celeste, porta splendente del
cielo, che accoglie tutti coloro che cercano
la patria della vita.

La Concattedrale è un’opera viva che dopo 50 anni conserva il suo fascino di spiritualità e di modernità. Sembra fatta oggi, in questi anni. Mentre molte chiese, cosiddette moderne, portano i segni di un’epoca ormai passata. Qui grazie al dialogo tra Monsignor Motolese e l’architetto Giò Ponti, è stato possibile mettere mano a qualcosa di immortale come è l’anima dell’artista. C’è qualcosa di innovativo e di antico come è l’immagine della barca che è la Chiesa. In quella “vela” in cui in cui soffia il vento dello Spirito che spinge all’infinito c’è l’invito a tutta la nostra Città a sollevarsi verso un futuro più lieve di giustizia, di armonia tra lavoro, cura del creato e speranza di futuro.

Nel giorno dell’inaugurazione Giò Ponti: disse:

“E se veniamo a parlare di quest’opera

potremmo dire che è stata un lungo

intimo pensiero

sempre più dominante, quasi autonomo,

da obbedire o esaudire.

E perché no? È stata una lunga preghiera

e se questa preghiera è trasferita

nei suoi muri, allora sarà

la preghiera nella voce silente dell’architettura

e sarà una preghiera di tutti.

Continuerà, e la cattedrale

esaudirà il voto che è chiamata ad assolvere

e sarà la preghiera di una città.

 

Perché vi dico che la cattedrale non è oggi finita,

essa comincia oggi che si stacca da me;

oggi la sua presenza nella città

sarà opera vostra, se fede e fedeltà

opereranno per renderla finalmente più bella.

 

Dice Vitruvio che nell’architettura

Il committente è padre e l’architetto è madre.

E l’opera è offerta da ambedue protettore ed architetto

alla città di Taranto

idealmente committente perché si è tanto ad essi pensato.

 

Ho sempre pensato che è meraviglioso e significativo

che Taranto possa avere nel centro della sua comunità

non una fortezza, un castello.

 

Giò Ponti ha concepito la Concattedrale di Taranto non come una fortezza, ma come un vascello, echeggiante la biblica arca, la cui vela è una architettonica preghiera che si alza verso il Cielo. E questo è quanto Papa Francesco ci dice quando invita ad avviare percorsi e costruire ponti.

 

Ciò che poi colpisce l’osservatore, è la simbolica “vela” della facciata che si riflette nell’acqua delle tre vasche collocate nel piazzale antistante, le quali rappresentano il mare. La vela sostituisce la tradizionale cupola ed è costituita da un doppio muro traforato le cui aperture o finestre sono ottanta.

Anche all’interno della chiesa ci sono forti richiami simbolici, come le due colonne ai lati del presbiterio che reggono due àncore, chiara allusione alla fede e alla tradizione marinara di Taranto. L’altare maggiore è di pietra bianca, in richiamo a Cristo pietra angolare. Il pavimento è verde e la scelta di questo colore è dettata dalla volontà di evocare i fondali marini e il verde della macchia mediterranea, ma anche il significato liturgico del verde come portatore di speranza. Dietro l’altare, dipinti dallo stesso artista, l’Angelo dell’Annunciazione e la Madonna. L’architetto diceva di aver studiato il tempio in modo che il grande sole di Puglia trionfasse all’interno, dando una illuminazione gioiosa e al contempo inducesse i fedeli ad avvertire nella luce un segno della presenza di Dio che riempie la solitudine e il buio dell’uomo. Tutti questi valori simbolici degli elementi architettonici ed artistici confermano visivamente quanto spiegava mons. Motolese: “la Concattedrale è segno sicuro della presenza di Dio tra gli uomini, un padre che accompagna i suoi figli nella loro navigazione tra le vicende della storia”.

 

A noi è dato di saper cogliere questo segno, questa presenza! A noi che abbiamo ereditato questo patrimonio di arte e di fede è data la responsabilità di doverlo e saperlo custodire e valorizzare, anche per mantenere fede al grande senso spirituale dell’architetto Giò Ponti, che descrive così la Concattedrale: “E se veniamo a parlare di quest’opera, potremo dire che è stata un lungo intimo pensiero sempre più dominante, quasi autonomo, da obbedire, o esaudire. E perché no? È stata una lunga preghiera e se questa preghiera è trasferita nei suoi muri, allora sarà la preghiera nella voce silente dell’architettura e sarà una preghiera di tutti: continuerà, e la cattedrale esaudirà il voto che essa è chiamata ad assolvere e sarà la preghiera di una Città”.

 

Oggi è anche la vigilia della Immacolata, festa tanto cara al popolo cristiano e ai tarantini in particolare perché è co-patrona di Taranto. Alla Gran Madre di Dio è dedicata questa Concattedrale e la Madonna ci sarà più vicina in questo tempo di pandemia e di grandi decisioni per il futuro di Taranto. In queste decisioni è bene che gli enti locali siano coinvolti perché quanto deciso non scenda dall’alto, ma tenga presenti le reali esigenze della nostra terra.

Il Santo Vangelo ci parla dell’Immacolata nel passaggio in cui Maria è chiamata “piena di grazia”; piena significa che in lei tutto è toccato e trasformato dalla grazia, non vi è nessun angolo contaminato dal male. La liturgia canta “tota pulchra es Maria”, tutta bella sei Maria ed in te non c’è la macchia originale ed il canto poi continua invocando la protezione della Madre di Dio. Taranto ha sperimentato questa protezione particolarmente ne1710 e nel 1743 quando la città fu colpita da un violento terremoto e non ci fu nessuna vittima. Un particolare legato alla devozione popolari son le mani nella statua dell’Immacolata che non sono giunte sul petto, ma spostate verso destra come gesto che allontana il terremoto.

San Paolo poi nella lettera ci dice in forma perentoria: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” e ci fa passare da questo tempio materiale al tempio vivo che siamo noi incorporati nel battesimo alla vittoria di Cristo, alla sua morte e risurrezione. Tocca noi portare avanti e tradurre nella testimonianza della vita la bellezza di un’opera splendida. E qui il primo richiamo che questa storica giornata ci fa: curiamo la bellezza della nostra fede e della nostra Città. E questo con il rinnovarsi dell’adesione al significato della nostra vita, al suo valore su cui siamo costretti ad interrogarci in questi tempi duri e difficili e insieme a questo il rafforzare le opere di carità e di solidarietà con gli ammalati e i più poveri. E Paolo insiste: “Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete campo di Dio, edificio di Dio”. Proprio per ricordarci il compito che abbiamo nella vita. Tale compito ha come sua prima manifestazione la costruzione dell’unità nella Chiesa e nella società. Come nell’opera di Ponti: c’è una grande varietà in un ricamo che si articola in mirabile unità dentro e fuori del tempio. A Taranto serve un lavoro comune di riscossa in questo momento in cui si notano segnali di collaborazione anche in mezzo alla grave crisi sanitaria. A cominciare dalla difesa della vita e della salute. L’unità armonica della Concattedrale deve ispirarci e sostenere la buona volontà di tutti.

Questa lieta circostanza con i lavori fatti con la nuova illuminazione e con le vasche che permettono alla vela della Concattedrale di specchiarsi nell’acqua, aumentano la bellezza di questo tempio e mi spingono da un lato a ringraziare l’impegno generoso del comune e di quanti hanno collaborato alla preparazione tecnico-artistica e liturgica di questo evento. D’altro lato manifesto il desiderio che questa opera d’arte di Giò Ponti sia collocata in un circuito di visitazione artistica che la ponga insieme alla Cattedrale, al Marta e al Castello Aragonese per una adeguata fruizione da parte di visitatori di ogni Paese. Questo ora non accade e gli stessi tarantini, in gran parte, non si rendono conto del monumento di straordinario valore che hanno in casa. È quindi auspicabile che la nostra città mostri pienamente la sua bellezza che partendo dalla antichità greco-romana giunge all’arte contemporanea con una delle sue opere italiane più significative. A noi intanto incanta quest’opera di genio architettonico, di audacia del Pastore dell’epoca che arricchisce la nostra Città oltre alle bellezze naturali di un segno che offre a tutti un luminoso messaggio di amore e di speranza. Un segno che sgorga dal cuore di Dio e che abbiamo voluto celebrare in questi suoi 50 anni per una navigazione più serena del nostro popolo.

+ Filippo

Arcivescovo

 

 

 

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Redazione Oraquadra

La redazione.

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