Oggi solennità dell’Immacolata Concezione, alle 18 si accenderanno le luminarie in via Duomo e nell’omonima piazza

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Saranno luci identitarie quelle di Taranto vecchia. Ideate da monsignor Emanuele Ferro, parroco dell’Isola, e interamente intrecciate dalle mani Simone Quazzico, giovane nassaro e sicuramente uno degli ultimi nassari di Taranto. Infatti saranno le nasse, le reti e i pali delle cozze, questi ultimi addobbati a mo’ di albero di Natale ad abbellire il centro storico. Dopo tanti anni le luci attraverseranno interamente via Duomo dalle vestigia della chiesa della Trinità, dove risiedeva la confraternita custode del cosiddetto “Bammin Curcat”, l’amorosa scultura di Gesù Bambino che ancora oggi viene portata in processione la notte e la mattina di Natale, fino a Piazza Fontana che verrà addobbata nei prossimi giorni insieme a via Garibaldi, sempre con gli stessi motivi marinari.  Purtroppo le intemperie e altri inconvenienti non solo di stagione ma ovviamente collegati al complicato periodo che stiamo attraversando,   ha qualche giorno di ritardo nell’istallazione, ma l’attesa sarà ripagata. È un progetto che si nutre ampiamente della tenacia dell’assessore Fabrizio Manzulli e quindi dell’amministrazione comunale guidata dal sindaco Rinaldo Melucci e di Elena Modio, che ha fatto della sua passione per l’Isola con la sua cultura marinara e non solo, una missione. Le ditte installatrici fanno capo a Davide di Bello, affiancato dalla preziosa ed indispensabile collaborazione di Giuseppe Novellino e Antonio Lenti, giovani della comunità parrocchiale. Il progetto delle nasse riaccende le luci su un antico mestiere che sta scomparendo e che invece potrebbe in modalità nuove essere salvato e rivalutato.

Così don Emanuele Ferro: «Faccio i conti anche io, insieme con don Francesco, vicario parrocchiale, con il coronavirus e siamo in casa. Siamo solo preoccupati di non poter di assicurare il Natale alla nostra comunità e alla città che guarda alla cattedrale e a quest’Isola come punto di riferimento imprescindibile di fede e di storia.

Contiamo di allestire, se Dio vorrà, le chiese che saranno contrassegnate dalle stelle luminose, perché in sicurezza e con dei piccoli “pellegrinaggi” solitari o familiari si possa venire a Taranto vecchia per pregare e visitare i presepi. Speriamo di tenere fede a tutte le cose che avevamo programmato. Siamo fiduciosi nell’aiuto indispensabile delle nostre confraternite. Tanti in questi giorni parlano di custodire lo spirito del Natale, espressione letteraria delle gradevoli letture di Dickens entrate nel nostro frasario.

Mi sento di ricordare però che lo spirito del Natale è la carne di Gesù Bambino, la carne dei poveri. Non lasciateci soli: aiutaci a dare qualche carezza alle tante famiglie e ai bambini di qui. Durante il lockdown tutti bussavano alla porta della cattedrale e grazie all’aiuto di tanti abbiamo aiutato gli abitanti di Taranto vecchia che si sono rivolti a noi. Non vorrei che il trovare la porta della casa parrocchiale chiusa e inaccessibile fosse motivo di scoraggiamento. Organizzeremo comunque la consegna dei regali ai bambini, la tombola in streaming e la consegna dei viveri e dei panettoni. Ci ingegneremo con creatività e confidiamo nel Buon Dio. Ci sono i catechisti, gli operatori caritas e soprattutto le nostre amate suore.

Per il momento stasera accendiamo le luci, in mezzo al giunco povero, che profuma dello stesso odore della stalla di Betlemme, e illuminiamo la piazza della cattedrale, edificio simbolo di Taranto capace di rialzarsi sempre e che di anni ne sta per compiere 950!».

La nassa, ‘a nasse

 

La nassa è un antico strumento di pesca la cui dimensione varia a secondo della specie ittica che si intende pescare.

I nassari e le nassare sono gli artigiani che la costruiscono, purtroppo sempre meno, utilizzando la tecnica che si tramanda di padre, e madre, in figlio, e figlia.

Si comincia con la raccolta del giunco, ‘u sciúnghe, un arbusto che cresce lungo le rive del Mar piccolo, in estate, al mattino presto, prima che il sole alto renda l’aria bollente. I sottili rami devono essere ‘sfilati’ dalla pianta senza spezzarli: un lavoro faticoso, che segna le mani.

Una volta seccato ‘u sciúnghe’ ‘se sprùsce’, si sapre con un coltellino, e si comincia a intrecciarlo e cucirlo con l’apposito ago, ‘a cucèdde, e ‘a frese, il cordino.

Si parte dal buco superiore, il tarallo, ‘u taràdde, e si continua stando bene attenti a che i fori, le gruècche, siano tutti della stessa dimensione. Si continua così, legando con il filo un giunco dietro l’altro, fino ad arrivare alla cupola finale, ‘a cambe.

Infine, il coperchio circolare a chiusura de ‘u tarràdde, ‘u purtìdde’.

Gesti e parole che sanno di tradizione, di perizia e pazienza.

E che profumano di Taranto, profumano di mare.

 

 

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Redazione Oraquadra

La redazione.

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