Alle interviste, per il momento, preferiamo le favole/metafora: “La tigre e i cacciatori” di Ettore Mirelli, metafora dedicata ai politici

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Non me ne vogliano gli amici politici, di destra o di sinistra che siano, ma in questo periodo pre-elettorale ascoltando le loro interviste si rimane perplessi, un po’ come quando si guarda l’intervista di un allenatore di calcio all’esito di una partita, dove si dice senza dire nulla e si usano frasi tipo: “ volevamo vincere ed abbiamo giocato in attacco” oppure “ eravamo stanchi e ci siamo chiusi in difesa”.
Ossia, si tratta di interviste che non aggiungono nulla di nuovo a quanto già si sapeva ed hanno il solo scopo per il giornalista di cercare lo “scoop” e per il politico di mantenere una certa visibilità, senza minare le strategie politiche in itinere.
Tutto legittimo, per carità, il problema è che gli elettori non capiscono,  e soprattutto non riescono a partecipare alla formazione delle offerte politiche che poi, vuoi o non vuoi, saranno chiamati a votare.
Per questo motivo permettetemi di dire come stanno le cose usando una terminologia semplice e impersonale che sia facilmente comprensibile per i politici ma che non faccia arrabbiare nessuno di loro.
Avevo pensato allo stile criptico usato dall’Oracolo di Delfi, ma poi mi sono reso conto che i politici non mi avrebbero capito, ed in effetti pagherei oro per tornare indietro nel tempo e poter fotografare la faccia confusa e disorientata dei poveretti che si rivolgevano all’oracolo in cerca di divinazione e se ne uscivano senza aver capito un tubo di quello che era stato detto loro.
Facce simili nei tempi moderni è possibile fotografarle solo all’uscita degli istituti di credito quando ci si imbatte in qualcuno disorientato che cerca di interpretare l’estratto conto appena stampato, per capire come abbia fatto a spendere con il bancomat tutti quei soldi che nell’estratto gli risultano imputati a debito.
Ma veniamo a noi…

LA FAVOLA DELLA TIGRE E DEL CIRCO
C’era una volta in un piccolo paese del sud  un grande circo che metteva in scena un grande spettacolo una sola volta ogni cinque anni. La gente aspettava con ansia questo spettacolo ed ognuno, nei mesi precedenti diceva la sua su come avrebbe voluto che lo spettacolo andasse in scena e su come sarebbe stato meglio organizzare i singoli numeri.
Quell’anno il problema del circo era che bisognava procurarsi un esemplare di tigre da usare come attrazione principale. Mancavano ancora sei mesi allo spettacolo ed i migliori cacciatori della zona furono mobilitati per dare la caccia ad una giovane esemplare di tigre che era stata vista aggirasi nelle vicinanze.
La tigre fu individuata, ma un attimo prima della cattura riuscì a ripararsi in una caverna e la situazione andò in stallo, perché nessun cacciatore si azzardava ad entrare nella caverna e la tigre non si azzardava minimamente ad uscire.
Il più valoroso tra i cacciatori era Sir Francis Right, un personaggio che il Padrone del circo aveva da poco insignito del titolo di Baronetto, con il compito di catturare la tigre ed aumentare il fatturato del circo.
Era un gentiluomo elegante, dal volto pulito e dai modi gentili che essendo nuovo della caccia, per non averla mai praticata in gioventù, si prodigava nel ruolo di mediatore, sforzandosi di parlare con la tigre che gli rispondeva con  ruggiti feroci e sforzandosi di parlare con i cacciatori, che lo ascoltavano in silenzio senza sapere cosa rispondergli, ma prendendo atto che la situazione era difficile dato che avevano l’ordine di prendere la tigre viva ma  era impossibile stanarla senza ucciderla.
La situazione rimase in stallo per mesi fino ad una settimana prima dello spettacolo, quando ormai la tigre inferocita ed affamata uscì nottetempo dalla caverna e prese alla sprovvista i cacciatori del circo.
Nessuno fece in tempo ad armare i fucili e nessuno fece in tempo neanche a vedere la tigre, dato che il cacciatore rimasto di guardia si era addormentato omettendo di tenere acceso persino il fuoco dell’accampamento.
Il risultato fu un fuggi fuggi generale in cui l’unico riparo possibile per i cacciatori terrorizzati fu la gabbia per la tigre che il Padrone del circo aveva appena installato sotto il grande tendone da poco issato.
Quell’anno lo spettacolo andò regolarmente in scena e la grande attrazione fu costituita come ogni anno dal numero della tigre che teneva in gabbia i cacciatori, i quali dal canto loro si prodigavano in grande piroette per mostrare al pubblico che malgrado la prigionia in gabbia erano uomini liberi a tutti gli effetti.
Il pubblico dal canto suo applaudiva perché era l’unico modo per compiacere la tigre frastornandola con il rumore e la adulazione, nella speranza di non essere sbranati e magari, con un po’ di ottimismo, con la speranza di riuscire ad ottenere qualche beneficio dalla presenza della tigre indomita che nessuno riusciva a catturare.
Un bel giorno però, sotto i libri contabili del botteghino del circo, un inserviente filippino trovò una pergamena antica contenente una profezia. Il filippino non sapendo leggere la scrittura in lingua italiana, non capì che si trattava di una profezia, ma trattandosi di una pergamena antica capì che aveva tra le mani un documento importante e nella speranza di fare bella figura la portò dal Padrone del circo, il quale incuriosito ruppe il sigillo e lesse al suo interno:
La favola della tigre e del circo andrà avanti all’infinito una volta ogni cinque anni fino a quando i cacciatori non capiranno che l’unico modo per catturare la tigre è fare finta che la tigre non esista. Si prodighino nel fare emergere dentro se stessi nuove abilità, si dividano in gruppi, taluni diventino acrobati, altri giocolieri, altri ancora  studino per diventare pagliacci ed imparino ad intrattenere il pubblico imbastendo spettacoli straordinari basati sulla più autentica bravura umana e soprattutto senza l’uso di belve feroci come attrazione principale per il pubblico.
D’altro canto la favola della tigre e del circo terminerà quando il pubblico riuscirà ad affinare i propri gusti imparando a riconoscere la bravura degli artisti circensi senza più richiedere lo spettacolo semplice di belve feroci istupidite dalla cattività.
A questo punto, una volta organizzato in totale autonomia lo spettacolo circense, lascino i cacciatori divenuti acrobati, giocolieri e pagliacci una ciotola di carne fresca all’entrata del tendone e, scopriranno con loro grande stupore che sarà la tigre a venire da loro e non viceversa.
Si fermino i cacciatori a riflettere, si fermino a cercare di vedere il mondo dal punto di vista della tigre, che sola, isolata ed affamata nella caverna di certo non se la sta passando bene.
La forza attira la forza, la supplica invece attira solo la prepotenza.
Questo devono capire i cacciatori.
Solo così la favole della tigre e del circo troverà compimento.

Detto questo, buon spettacolo a tutti.

 

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Ettore Mirelli

Avvocato, poeta e scrittore

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