Libri. “La Città dei vivi” di Nicola Lagioia recensito da Alfredo Annicchiarico

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“Nessun essere umano è all’altezza delle tragedie che lo colpiscono. Gli esseri umani sono imprecisi. Le tragedie, pezzi unici e perfetti, sembrano intagliate ogni volta dalle mani di un dio. Il sentimento del comico nasce da questa sproporzione.”

Lo scrive Nicola Lagioia nel suo ultimo “La città dei vivi”, edito da Einaudi.

È storia vecchia.

Sin da quando siamo bambini, i nostri genitori si sforzano di insegnarci cosa è il Bene, e cosa è il Male. Lo fanno contrapponendoli sempre, in quel gioco di opposti declinati secondo tutta una serie di comportamenti tipici del nostro essere umani.

Nelle famiglie più religiose il Bene trascende da Dio, mentre il Male gli si oppone in una guerra senza tregua, da quando si nasce a quando si muore e, forse, anche oltre.

Tutto sta a sapersi adeguare alla vita che ciascuno merita, o che è certo di meritarsi.

Lagioia, col suo ultimo lavoro, ci proietta in una dimensione che molti di noi, ipocritamente, non vogliono conoscere. Eppure, essa è parallela a quella che noi viviamo e nutriamo ogni giorno con azioni che seguono un loro filo logico, sia esso sociale, oppure prettamente religioso.

Quanto è “soggettivante” il Male? Quale potere intrinseco esso sviluppa nelle dinamiche cerebrali, annullando la forza respingente di quel Bene sempre più alla mercé di paradigmi sociali improntati alla rincorsa di un arricchimento facile?

La Roma descritta da Lagioia non è solo la città del Potere. La sua è la capitale del “potere” fare qualsiasi cosa, purché ogni azione possa proiettare il suo autore nell’empireo del protagonismo a tutti i costi. L’esagerazione mutuata dalla megalomania diventa mito, e non importa se questo lo si sviluppa e propaga in luoghi minimali o circoscritti: l’affermazione di un sé “altro” non necessita di grandi spazi, d’altronde.

E Roma, grande spazio per eccellenza, altro non è che la logica summa di tante piccole aree di sopravvivenza alla mediocrità sociale. E’ la “città dei vivi”, popolata dai morti, in netta contrapposizione alle “città dei morti, le uniche dove la vita abbia ancora un senso”.

Il libro dello scrittore barese ci parla dell’omicidio Varani, consumatosi nel marzo del 2016, proprio a Roma. Attraverso una serie di incontri, testimonianze e articoli di giornali, Lagioia ricostruisce l’intera vicenda con l’acutezza dell’esperto indagatore.

L’abilità del premio Strega 2015 sta tutta nella orchestrazione esterna di un crescendo già conosciuta, per esempio, ne “La ferocia”. I tre protagonisti della vicenda-Manuel Foffo e Marco Prato, i seviziatori e assassini, e Luca Varani, la vittima- sembrano infatti elementi di un ensemble dove i protagonisti si rincorrono, pur conoscendosi appena tra loro, ma conoscendo tutti le dinamiche progressive del Male.

Conoscere e riconoscersi, questo il continuum narrativo del lavoro di Lagioia: “Non era più l’uomo che affonda il coltello sapendo ciò che fa, ma il criminale che si sorprende di essere riconosciuto tale -quando non se ne scandalizza- sebbene abbia fatto esattamente ciò che fanno da sempre quelli come lui”.

Conoscere la propria sessualità e riconoscerla nell’altro, anzi, in preda alla megalomania, quasi imporla come fosse l’elemento salvifico per rimandare il male ad altri capitoli della vita, questo è il terreno nel quale Marco Prato (morto poi suicida in carcere, due giorni prima del processo a suo carico) si muove. Relativizzare il proprio essere figlio di un tempo e di un padre sbagliato è invece la superficie liscia sulla quale scivola l’esistenza dell’altro carnefice, Manuel Foffo. Entrambi sono figli di una Roma mai ai margini, ma che dei margini ha bisogno per testare la propria ormai stanca grandezza. La vittima è invece il pasto nudo e crudo di una città che voracizza i rigurgiti delle periferie urbane e mentali. Roma li vuole plasmare, rigettandoli poi sulle strade, su modelli “usa e getta” secondo gli stilemi del consumismo più avanzato. Luca Varani, prostituendosi a clienti occasionali -giusto per “tirare su” qualche euro- fa prostituire la città intera agli occhi di un mondo incredulo, sin troppo abituato alle sue immagini da cartolina.

In questo libro, il Male non è “oggettivante”, racchiuso in una serie di banali interconnessioni tra comportamenti finiti. Come detto in precedenza, esso è “soggettivante” e infinito nella sua traduzione in gesti naturalmente osceni, ma che non conoscono limiti, così come non ne conosce la mente umana.

Leggere “La città dei vivi” è un’esperienza profonda, una continua scoperta dell’illimitato potere che ha l’uomo di scegliere le possibilità che gli si porgono davanti: la redenzione, oppure la ribellione all’ordine del Bene costituito.

Alfredo Annicchiarico
scrittore
 

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