Appunti di storia di Francesco L’Assainato: “La primavera di Jan, vestito di fuoco. Apologia di libertà”

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Ciò che fu chiamata primavera di Praga fu il movimento di liberazione dalla dittatura sovietica sostenuta dal segretario Breznev. Il rifiuto e la condanna morale e materiale del socialismo sovietico che non poteva significare solamente la liberazione del popolo lavoratore dal predominio delle classi sfruttatrici ma evidenziare la personalità di ogni individuo. Ad un popolo libero non si puo preordinare un arbitrio potere, censurare l’informazione, se può o non può  esprimere un idea, se far valere o no la propria opinione. Si deve impedire che le istituzioni ignorino i diritti personali e gli interessi dei cittadini, le decisioni illegali dei rappresentanti degli organi statali devono essere denunciate. Il senso di felicità che si diffuse in Cecoslovacchia dimostrava e l’anticomunismo sovietico e la pressione totalitaria esercitata dalla propaganda staliniana.Ma l’ingenuità con cui si parlava di un nuovo corso di umana esistenza, con l’illusione di ciò si potesse fare senza dolorosi processi organizzativi, senza una politicizzazione autonoma delle masse, rendeva tutto vano.

Il timido tentativo dell’allora segretario del Partito Comunista cecoslovacco Alexander Dubcek di democratizzazione, di autonomia nazionale, violando il Patto di Varsavia, scatenò una dura reazione dell’unione sovietica, in agosto 1968, le truppe del patto invasero Praga. La resistenza  non violenta, insufficiente, arrendevole della popolazione, trovo’ il suo simbolo in Jan Palach, ventunenne studente in filosofia iscritto all’università Carlo Quarto di Praga. 16 gen 1969, Jan si diresse verso il centro della città, nel tragitto imbucò tre lettere, inviate ad un compagno di studi, Ladislav Zizko, a Lubomir Holecek  leader studentesco della facoltà di lettere e filosofia e all’ unione degli scrittori cechi.

Poi arrivò e si fermò sulla scalinata del museo nazionale in piazza San Venceslao al centro di Praga, si cosparse di benzina e si appiccò il fuoco con un accendino e si mise a correre lungo la piazza. Subito soccorso e trasportato in ospedale, ai medici durante tre giorni d’agonia spiegò il contenuto della lettera: “Ho voluto emulare i monaci buddisti e come loro voglio far capire che il mio gesto non è il rifiuto della vita anzi, immolandomi dimostro che la vita va vissuta in totale libertà, nel rispetto dell’ individuo, ho voluto scuotere le coscienze del mio popolo, mettere fine alla loro assuefazione,  alla loro arrendevolezza verso un regime insopportabile. Ci sono altri pronti a seguire il mio esempio, ho avuto l’onore di estrarre il numero uno, è mio diritto essere la prima torcia umana. Ci vollero.

Il regime sovietico propagandò il gesto di uno squilibrato, ma seguirono manifestazioni di dissenso per non offuscare la memoria per il sacrificio di Jan Palach. Ci vollero vent’anni dopo la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’unione sovietica per dichiarare l’indipendenza della Cecoslovacchia e degli altri stati del patto di Varsavia. In piazza San Venceslao una lapide ed una croce sul pavimento ricorda il gesto estremo di Jan Palach e di Jan Zajic che emulò il 25 feb 1969 la prima torcia umana.  Una lapide quasi nascosta nei giardini della piazza, simbolo della rinascita dell’est Europa e forse di tutto il continente, quasi del tutto snobbata dai turisti, interessati a fotografare la statua a cavallo di San Venceslao. In quella piazza ho visto terra bruciare, ho sentito il vento che porta la primavera di Jan e l’utopia della libertà.

 

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Redazione Oraquadra

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