Il grande equivoco di Roma Capitale d’Italia

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Sono passati esattamente 150 anni da quel 3 febbraio 1871 in cui venne approvata la legge n° 33 che decretò il trasferimento della Capitale d’Italia da Firenze a Roma. La decisione lasciò perplesse tutte le genti d’Italia, del nord, del sud e soprattutto del centro, perchè Roma era vista come una città lontana geograficamente e culturalmente, mentre le genti del centro Italia abituate al potere temporale della Chiesa Cattolica vissero l’arrivo dell’esercito piemontese come una vera e propria invasione.

In realtà come nazione non siamo mai esistiti. Geograficamente l’Italia è una protuberanza del continente europeo nel mar Mediterraneo con una catena montuosa, gli Appennini, che dividono il territorio in valli che avevano avuto uno sviluppo storico, economico e culturale assolutamente indipendente.

I Savoia erano titolari di un piccolo territorio al confine con la Francia ed ebbero fortuna in Italia perchè la Francia mirò creare uno Stato cuscinetto soggetto alla propria influenza per avere una zona filtro, diremmo noi oggi in periodo di pandemia, per proteggersi dal virus della dominazione austro ungarica che si estendeva in tutto il nord Italia. Piano piano con i finanziamenti francesi e con l’aiuto militare degli stessi, i Savoia riuscirono progressivamente a strappare territori agli austriaci fino ad avere il dominio di tutto il nord del Paese.

Intanto le istanze di autonomia della classe borghese andavano prendendo piede rispetto al governo assolutista monarchico che era rimasto in auge nel mezzogiorno d’Italia sotto lo stemma dei Borboni e nella popolazione civile il malcontento alimentò le istanze repubblicane di Giuseppe Mazzini e spianò la strada alle camice rosse di Giuseppe Garibaldi, salutato al sud come un liberatore in quanto sostenuto da una monarchia costituzionale, dato che i Savoia avevano dotato il proprio Regno di una carta costituzionale, lo Statuto Albertino, sin dal 1848.

Garibaldi si fa strada verso nord fino a quando viene ostacolato dallo stesso suo committente Camillo Benso Conte di Cavour perchè era diventato troppo popolare e indipendente, al punto di minacciare autonomamente lo Stato Pontificio, destabilizzando in tal modo gli equilibri internazionali che non erano favorevoli alla invasione dei possedimenti della Chiesa di Roma da parte dei piemontesi.

Questioni internazionali risolte, i piemontesi entrano in vaticano attraverso la Presa di Porta Pia e fissano la capitale del Regno a Roma.

É stata fatta l’unità d’Italia direte voi, ma neanche per sogno, se solo si pensi che sono passati decenni prima che il primo Presidente del Consiglio dei Ministri del nuovo Regno si degnasse di andare in visiva ufficiale a sud di Roma. In quei tempi di governo liberale piemontese, il sud era visto come una terra barbarica buona solo per la produzione di grano e poco altro nel settore agro-alimentare.

Lo Stato liberale entra in paralisi decisionale a causa del sistema proporzionale al punto che il potere economico dell’alta borghesia, che nel frattempo, nei decenni di governo liberale, si era rafforzata, per mantenere l’ordine pubblico contro i continui scioperi generali organizzati dai sobillatori socialisti, decide di finanziare le squadre fasciste di Roberto Farinacci & Company.

Attraverso una messa in scena dove in sostanza non si spara neanche un colpo, ossia, più o meno che le stesse modalità di combattimento all’italiana che avevano permesso ai soli mille di Garibaldi di conquistare tutto il sud d’Italia, Mussolini prendere Roma e il 28 ottobre 1922 proclama la nascita dallo Stato Etico Fascista, abrogando addirittura il calendario gregoriano ed istituendo il calendario romano con data inizio della nuova era proprio da quel 28 ottobre.

Nel tentativo di creare un nuovo modello umano, l’italiano nuovo, abbatte il modello liberale dalle fondamenta e si rifà alle fondamenta della nostra storia, ossia l’Impero Romano. Roma viene riportata dalla propaganda ai fasti del suo passato ma esiste una profonda differenza tra l’Italia romana e l’Italia fascista: la prima era retta militarmente dall’esercito romano, la seconda doveva scendere a compromessi con il potere dell’alta borghesia industriale del nord e l’alta borghesia agraria del sud e quindi venne individuato un accomodamento all’Italia: a livello iconografico l’Italia sarebbe stata una e indivisibile sotto l’insegna fascista, ma nei fatti la borghesia avrebbe potuto continuare a fare i porci comodi propri con la complicità della linea gerarchica sempre più corrotta dal Capitale.

Intanto quel pazzo assassino espansionista di Hitler continuava ad espandersi. Mussolini capì la minaccia e fece una alleanza militare anti tedesca con Francia e Inghilterra. Nacque così l’Accordo di Stresa che se fosse rimasto in vigore avrebbe visto glorificare oggi Mussolini come uno dei grandi buoni della Storia al pari di Wiston Churchill e Gandi, ma Mussolini commise una ingenuità, perchè sedendo al tavolo delle grandi potenze coloniali, cominciò a sognare di avere un impero anche lui e fu così che andò a pestare i piedi alla Gran Bretagna nei sui possedimenti in Africa Orientale e pestò i piedi alla Francia nell’Africa del Nord, con la conseguenza che Francia e Inghilterra si tirarono indietro dall’accordo di Stresa e non accettarono più proposte di alleanza militare contro la Germania che pur Mussolini continuò ad inviare per via diplomatica.

A questo punto all’Italia non rimase altra possibilità che sottoscrivere il Patto d’Acciaio con la Germania senza nessun potere negoziale, se solo si pensi che l’accordo era stato già scritto per disciplinare l’alleanza tra la Germania e il Giappone e quando Galeazzo Ciano, allora nostro Ministro degli Esteri ci appose la sua firma, non ci fu possibile inserire alcuna nostra proposta o condizione.

Durante la seconda guerra mondiale abbiamo cercato di fare il possibile per evitare figuracce, ma al netto di molte figure eroiche di italiani formati nella retorica dell’eroismo fascista, sostanzialmente eravamo del tutto impreparati militarmente e troppo disorganizzati per prendere parte ad un conflitto mondiale.

Intendiamoci, Mussolini lo sapeva e dopo l’invasione della Polonia da parte di Hitler temporeggiò molto tempo prima di entrare in guerra, ma la retorica dell’arditismo fascista mal si conciliava con la posizione di neutralità che Mussolini avrebbe voluto conservare per l’Italia al pari della Svizzera e così le cose andarono come dovevano andare.

Perdemmo la guerra ma l’Italia ebbe la grande fortuna di trovarsi esattamente sulla linea di confine tra l’area atlantica e l’area sovietica con la conseguenza che prendemmo finanziamenti e incentivi sia dagli americani che dai russi, al punto che nel 1987 il nostro PIL superò quello della Inghilterra, anche perchè per via della nostra posizione geografica riuscimmo a fare affari d’oro anche con gli arabi, che nel frattempo si erano arricchiti con il petrolio. Giocammo per decenni su tre tavoli senza mai andare in conflitto di interessi tra i vari blocchi se solo si esclude l’omicidio del Presidente Aldo Moro e l’incidente diplomatico di Sigonella.

Il nord fece affari d’oro con l’industria e il sud si arricchì con i finanziamenti erogati dalla Cassa del Mezzogiorno che a sua volta era finanziata da capitale americano.

Tutto questo fino alla caduta del Muro di Berlino del 1989, data in cui la l’Italia perse di utilità nello scacchiere internazionale ed il potere economico del Capitale operò un colpo di Stato giudiziario meglio conosciuto come Mani Pulite.

Il potere finì nelle mani dell’imprenditore Silvio Berlusconi che smantellò tutti quei diritti e garanzie per lavoratori e parti sociali deboli che i finanziamenti russo-americani avevano consentito di tenere in vita, ma la posizione dell’Italia divenne sempre più marginale a causa della ascesa economica del colosso cinese e alla riorganizzazione del potere del Capitale attraverso la creazione, notare le coincidenze cronologiche, già da quel 1992 con il Trattato di Maastricht, di una struttura politica antidemocratica che oggi conosciamo come Unione Europea. Si pensi che il parlamento Europeo è l’unico parlamento al mondo a non avere potere legislativo, di modo chè non possiamo accusarli neanche id averci preso in giro, perchè le dinamiche sono talmente chiare che solo noi italiani, troppo impegnati a godere del sole e delle belle donne potevamo non accorgercene.

Ora, l’Italia avrebbe nuovamente la possibilità di tornare al centro delle dinamiche globali, sempre grazie alla propria collocazione geografica e grazie alla natura mercantile della propria cultura, ma il problema è che avendo le istituzioni europee svuotato di potere decisionale i governi dei singoli stati membri, la nostra classe dirigente è composta solo da politicanti privi di voglia, capacità e potere per avviare una politica di rinascita nazionale.

Sarebbe bastato, tanto per dirne una, intercettare gli immensi flussi commerciali della via della seta cinese, dotando il porto di Taranto delle necessarie infrastrutture per consentire l’arrivo delle navi cinesi e il trasferimento su gomma e aereo della marce per il successivo smistamento in Europa, ma è mancato il potere decisionale.

Il nord d’Italia si sente ormai autonomo in quanto ben inserito nelle dinamiche produttive del terziario europeo, mentre il sud, seguendo la sua antica tradizione assistenzialista degli anni d’oro dei blocchi contrapposti, continua a vivere di rendita grazie al reddito di cittadinanza elargito dalla politica per appianare le rivendicazioni sociali con lo stesso felice metodo utilizzato dagli Imperatori romani della fase decadente dell’Impero per mantenere una immagine di potere attraverso mesi e mesi di giochi gladiatori al Circo Massimo e al Colosseo.

Questo è un articolo anti retorico, quindi non vi lascerò con la consueta pillola di speranza che si mette in chiusura per far apprezzare il testo nella sua globalità. Non vi parlerò dell’importanza del fatture umano che devia il corso della storia. Non lo farò per il semplice motivo che dopo attenta osservazione dello spirito del nostro popolo posso serenamente affermare che noi siamo esattamente così, identici a noi stessi nei secoli dei secoli.

Eravamo divisi nella colonizzazione romana, lo siamo stati in epoca medioevale, tanto più nell’epoca rinascimentale dei Ducati e dei Comuni, lo siamo stati nell’epoca liberale, lo siamo stati nei fatti nell’epoca fascista, ci è andata bene nell’epoca della prima repubblica democratica, al punto da avere l’illusione di essere una nazione una e vincente, e lo siamo ora che l’Italia è tornata senza identità, senza prospettive e senza futuro se non quello che ci spetta: il futuro di una nazione bellissima, luogo ideale per gustare la dolce bellezza della vita a braccetto con i suoi drammi più aspri. Un luogo di belle spiagge, montagne mozzafiato, cucina buonissima e mandolini romantici. Un bel luogo per venire in vacanza e un po’ meno bello per viverci, sicuramente non un luogo adeguato a definirsi nazione.

Tuttavia Roma rimane lì, bella ed eterna, immagine di un sogno antico di bellezza e potenza che ogni tanto riemerge nella retorica delle varie epoche della nostra storia.

Roma Capitale d’Italia, una Italia dalle mille maschere che trova ritratto il suo vero volto solo nell’Inno Nazionale, fonte di speranza e buon auspicio, così come si conviene ad un Inno nazionale: Calpesti, divisi e derisi ma infine destinati alla Vittoria che piega la chioma perchè schiava di Roma Iddio la creò.

Ah dimenticavo: come si capisce dall’Inno, siamo un popolo di grandi poeti e già questo è meglio di niente.

Buon compleanno Roma.

 

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Ettore Mirelli

Ettore Mirelli

Avvocato, poeta e scrittore

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