APERTAMENTE di Pina Colitta. Ho incontrato la Memoria..

Condividi

Una voluta e ritardata  riflessione sulla giornata della memoria celebrata qualche giorno fa …

Tutti possiamo ricordare. Tutti abbiamo cose da ricordare e da far ricordare. Tutti siamo impregnati di una memoria che avvolge le nostre esistenze, anche quando i ricordi sono tristi, e perfino tristissimi.

Una delle tante eredità platoniche della civiltà occidentale è la necessità di ricordare per comprendere la realtà. E’ fondamentale tenere presente che la conoscenza, per esser chiara, richiede sempre di essere circoscritta. E per questo la memoria ha bisogno di essere selettiva. Ricordare significa anche dimenticare, e l’equilibrio di memoria e oblio è tanto, proprio per tutelare una delle strutture costitutive dell’essere umano cioè la novità della dimensione futura. Per natura, infatti, siamo proiettati verso l’avvenire, e quest’apertura è la ragione profonda che ci spinge alla ricerca di un senso da dare al nostro stare al mondo. L’attività della memoria, evidentemente, non consiste nell’archiviare i ricordi e richiamarli in modo più o meno opportuno, come accade quando si istituiscono delle giornate “memorabili”, per ricordare a noi stessi e agli altri che è accaduto qualcosa di straordinario, semplicemente “per non dimenticare”. Diciamo invece che questa è una delle più importanti funzioni della memoria.

La memoria è in realtà un dispositivo dell’intelligenza umana, cioè uno dei modi in cui la specie umana si orienta nel mondo, alternando ricordo e oblio. Senza memoria, infatti, sarebbe molto difficile stare al mondo: non potremmo contestualizzare le notizie di cronaca, o rievocare eventi, dando loro la giusta collocazione nello spazio e nel tempo. Chi vive un’esperienza straordinaria nel ricordo spesso non riesce a sorvolare sui dettagli, ha un’elevata difficoltà di concettualizzazione e non riesce, ricordando appunto, a restituire una visione d’insieme, che normalmente è quel che consente all’uomo di sopravvivere. Questo spiega il motivo per cui i pochi sopravvissuti all’olocausto hanno dato testimonianza della loro terribile esperienza soltanto pochi anni prima di lasciare questa terra o tantissimi anni dopo quel famoso 27 Gennaio del 1945…

Gli stati di salute della psiche, sempre fragili, ma ancora più fragili in coloro che sono stati vittima di esperienze terribili, tendono al mantenimento di un equilibrio spazio temporale evitando gli eccessi, sia statici sia dinamici. Qual è la ragione? Tentare di creare armonia tra ciò che il ricordo aiuta a pensare e ciò che è stato vissuto. Il presente poi, che tende intenzionalmente al qui e ora, nella sua ricerca incessantemente aperta al nuovo, al divenire, al futuro, favorisce questo processo.

La memoria è comunque una delle componenti essenziali dell’identità che, oltre ad avere una base genetica, si plasma sulle influenze storico-culturali. Ma quello che rende irripetibile un’esistenza, sono i ricordi e le attese che in essa prendono forma e vita. La natura dei ricordi è complessa ed è un continuo divenire, giammai solo dei fotogrammi piatti e immobili usati per stigmatizzare, su una sorta di tabula rasa, quanto e tanto del passato quei ricordi vogliono rievocare. Non si tratta di costruire fatti veri dai ricordi ma di costruire ricordi autentici dai fatti. Il tramandare ai posteri la ricostruzione mnemonica dei fatti, in un solo giorno, come accade ad esempio per la giornata della memoria, non è mai davvero realistica, se la si contiene e la si ascrive ad un giorno di commemorazione, oppure ad un progettino scolastico. La valutazione di un passato che non deve più tornare nel presente, con la sua crudeltà, non può essere sperimentato esclusivamente come in un laboratori, basandosi sul principio della materialità del ricordo, per cui è sufficiente provare delle sensazioni per memorizzare. Mi riferisco, per intenderci, a tutte quelle toccanti emozioni che si provano nei famosi giorni celebrativi come quello recente dedicato alla memoria dell’olocausto. La memoria va alimentata sempre, continuamente se davvero si vogliono cogliere le caratteristiche specifiche dell’essere umano che le ha vissute, per stabilire un continuum empatico con la sua esperienza di sofferenza, rispetto alla nostra così lontana da quel remoto vissuto doloroso.
Grave errore pensare che in un giorno commemorativo, nato da un progetto sulla memoria di un passato straordinario, si possa avere una risposta emotiva nell’ambiente di oggi, una risposta adatta a captare un’esperienza di vita vissuta e sopravvissuta alla crudeltà dei campi di concentramento, grazie appunto ad un forte istinto di sopravvivenza. Un corpo scandito dai ritmi temporali passati, toccato crudelmente e profondamente in ogni sua cellula, può mai essere interpretato nel mondo odierno captandone, positivamente o negativamente sapori, odori, suoni, movimenti e percezioni tattili di un tempo che fu, ma in uno spazio di tempo che si riduce alla commemorazione di una giornata? Come non capire che il mondo in cui siamo immersi è talmente complesso, difficile e pericoloso da non consentire la sopravvivenza di nessun umano ricordo che sia totalmente privo di passioni? La nostra è una dimensione culturale che è anche dimensione sociale e che, soprattutto ha difficoltà a dare una lettura dell’essere umano, sincronica o diacronica che sia, nella giusta valenza. La storia ha infatti sempre frapposto tra noi e le nostre origini uno spesso strato di variazioni; il risultato ovvio è che la storia della specie riecheggia nella storia dei singoli, non attraverso una forma circolare, ma spirale, senza ripetizione dell’identico ovviamente, ma del simile e senza, a volte, fratture nette. E allora come è possibile costruire un percorso di sensibilizzazione affinché il passato crudele non si ripeta soltanto con una semplice e sola giornata della memoria, che possa essere efficace sul piano emozionale, e al contempo efficace sul piano educativo?

La risposta? Non è possibile… La memoria ha due volti, il ricordo e l’oblio, sono due aspetti importanti con cui gli esseri umani costruiscono la loro esistenza individuale e collettiva. L’intera comunità umana, infatti, costruisce la propria esistenza attraverso una rete di relazioni, un insieme di storie, intrecci, eventi concernenti la sfera privata o quella pubblica, che noi ci raccontiamo nel tempo ed in continuazione con convinzione e con un sistema di simboli; è il modo che abbiamo noi umani per dare forma alla realtà e al tempo. Che senso ha, dunque, nel fatidico “giorno della memoria” chiedersi se queste narrazioni siano vere o false, e da qui ritenerne alcune migliori, più credibili di altre e, al massimo, sulla base dell’esistenza o meno dei fatti su cui sono costruite, definirle autentiche o inautentiche?
Se, sul piano dell’esistenza individuale, ricordare vuol dire conferire una collocazione temporale ad un accadimento, che senso ha farlo in una sola giornata e peraltro in una situazione politica che da indicazioni contrarie a cio’ che la commemorazione di questa giornata dovrebbe indicare: educare all’accettazione delle diversità, nel rispetto della dignità umana? La memoria non può essere solo una mera “registrazione” del ricordo, né possiamo intenderla come la basilare funzione di richiamo alla coscienza di tale ricordo esattamente come esso si è impresso. Il termine “memoria”, invece, è più ampio e comprensivo di “ricordo”:

Il ricordo che crea l’unità di passato, presente e futuro, spiega finalmente perché la memoria è l’altro nome della coscienza.

Una lunga premessa, forse provocatoria, per raccontarvi che ho incontrato la memoria ad Auschwitz…  È stato un dono che ho fatto a me stessa, un dono che ho fatto alla mia memoria l’anno dopo che andai in pensione. In tutti i miei anni di insegnamento ho dedicato tantissime lezioni ( non certamente una sola giornata) all’ olocausto, strutturate in vario modo e con tutti i dispositivi didattici e multimediali a disposizione. Ho conosciuto anni fa, in due momenti diversi, Mario Limentani e Piero Terracina,

deportati ebrei…Li ho ascoltati con commozione e quei loro ricordi tristi, terribili furono narrati con dolcezza e pacatezza. Un incontro che mi  ha insegnato tanto. Avrei sempre voluto portare i miei alunni nei luoghi della memoria, ma nella gabbia degli inutili progetti, delle limitazioni e opposizioni scolastiche, incastrate in una aberrante burocrazia e spesso superficiale atteggiamento da parte di alcuni colleghi, ciò non è stato mai possibile. Non ho mai potuto realizzare questo sogno, non ho mai potuto abbracciare la memoria con loro, i miei alunni, una delle ragioni importante della mia vita. Sono stata invece in Polonia, nei campi di concentramento più “famosi”, Auschwitz e Birkenau, da sola, in compagnia di una collega illuminata.  Ho ascoltato con attenzione i racconti della nostra guida, pesanti come un macigno, parole che sembravano pugnalate continue in un animo, il mio, colpito dalla dolorosa narrazione. Ma solo quando giunsi, nel campo di concentramento di Birkenau, nell’unica baracca abilitata all’ingresso dei visitatori,  è accaduta la magia del ricordo.  Sono rimasta sola, per tanti minuti, mi sono guardata intorno, ho osservato quelle rose bianche lasciate sulle tavole dove, in spazi angusti e piccolissimi, si appoggiavano i deportati e lì, sola, ho provato un dolore infinito… Ho vissuto tanti momenti dolorosi nella mia vita, ma quel dolore è rimasto indelebile nel mio cuore e ho  pianto, ho pianto tantissimo.  Penso sia stato  quello il momento in cui ho compreso il significato di “memoria” … È stato uno dei momenti della mia vita in cui ho avvertito cosa significa amare la libertà e piangere per  l’amore perduto di essa e per le tante persone che l’amavano come me.  Oggi, che vivo serenamente la mia vita, quando penso qualche volta di essere sfortunata, quando, portando a spasso il mio cucciolo, osservo la natura deturpata da sporcizia, da ogni genere di oggetto abbandonato per strada, quando incrocio ragazzi che corrono con le loro macchine con la musica ad alto volume, in pieno centro abitato,  quando mi ritrovo in un negozio e osservo la poca attenzione e gentilezza di chi lo gestisce, quando tanti giovani studenti mi raccontano che tanti colleghi non dedicano neanche una riflessione in questo benedetto “27 Gennaio”, quando ricordo il sorriso dei miei alunni africani, con lo sguardo grato di chi sa che è sfuggito ad una realtà infernale, ebbene sono questi i momenti, purtroppo sempre più frequenti, in cui il mio pensiero  ritorna lì, in quella baracca, in quel campo!!!

E quando ritorna lì, con gli occhi pieni di lacrime, penso invece che ho una grande fortuna, la sensibilità, la libertà, che noi tutti oggi abbiamo e che troppo spesso dimentichiamo di farne patrimonio umano …

Questo vuol dire memoria, questo vuol dire abbracciare la memoria, questo vuol dire vivere un’esperienza, che ogni giorno, ci accompagna e  ci ricorda quali sono le cose che non vanno mai più fatte, in ogni parte del mondo e quelle altre cose  invece che vanno vissute, naturalmente, perché sono simbolo di convivenza civile, di rispetto e di amore per l’altro.

I ricordi si possono  ammorbidire,  nel torrente del tempo che scorre, e in questo caso possono, seppur indelebili, curare le ferite del dolore, e tenere accesa la memoria, di quelle persone, che care furono ai loro cari e che mai più videro…

Ciò accade, secondo una  legge, quella dell’incantesimo del ricordo…

 

 


Condividi

Lascia un commento