Dal blogger e storico della Città di Grottaglie, Cosimo Luccarelli la storia della tradizione e della devozione per il Santo Ciro M E.M

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31 Gennaio – Da circa 300 anni Grottaglie festeggia solennemente San Ciro M.E.M. per volontà del suo concittadino gesuita S. Francesco de Geronimo (gesuita grottagliese). In questo 31 gennaio 2021, grazie al contenimento pandemico per COVID 19, dobbiamo ripercorrere la storia di una devozione, ricordando momenti della festa gloriosa del passato!

Una devozione al Santo alessandrino che continua e si rafforza nel tempo!

 Una devozione ad un Santo medico, eremita e martire che va oltre le aspettative di testimonianza e di fede quella per San Ciro a Grottaglie. Risale alla fine del ‘600 inizio ‘700 per volontà del concittadino santo e gesuita Francesco de Geronimo, innamorato delle virtù celesti di quel medico d’Alessandria d’Egitto, tanto da diffonderne il culto in tutta l’area napoletana e in particolar modo nella sua città natale. La vita prodigiosa del santo grottagliese si sviluppò con enfasi nella Napoli dell’epoca attraverso missione, svolta direttamente tra il popolo con l’ausilio delle reliquie di San Ciro custodite nella Chiesa del Gesù nuovo. La sua opera, esercitata nei bassifondi napoletani, tra Piazza Castello ed i Quartieri Spagnoli, e portata nei Casali circostanti, fu accompagnata da migliaia di spirituali e da clamorosi miracoli che il santo gesuita attribuiva al divino intervento di San Ciro.

Durante una missione popolare a Grottaglie, lasciò ai suoi concittadini l’impegno a mantenere sempre vivo il culto per questo Santo, tanto da mettere in secondo posto la sua figura e la sua santità. Sono rimaste alla storia le sue parole al termine della missione:«La mia apostolica missione è finita e ringrazio Iddio dei frutti di pieta’ raccolti tra voi. Deh! non vogliate dimenticare quell’illustre campione di Gesù Cristo (S. Ciro). Io l’ho raccomandato dovunque bandii la divina parola ; ma da voi voglio che, quale patrono, gli edifichiate una cappella in questa chiesa ed io vi prometto di mandarvi da Napoli una statua da collocarsi in questa cappella». Fece costruire così il rinomato “cappellone” nella Chiesa Madre, ordinò una statua a mezzo busto del santo (conservata nel monastero delle clarisse), avviò, grazie a suo fratello Tommaso Arciprete della Collegiata, la devozione e la festa di ricorrenza annuale. Oggi in quel “cappellone” i due santi si guardano su questa terra attraverso le proprie statue collocate una di fronte all’altra, nonostante la volontà espressa da San Francesco di mettere in quella cappella l’altare di San Francesco Saverio e Sant’Ignazio di Lojola, oltre a quello di S. Ciro. Da quella data i cuori dei grottagliesi si sono sempre infervorati verso quel medico e taumaturgo e la processione del 31 gennaio testimonia quanto sia viva e forte la devozione. La piazza gremita di gente assiste all’arrivo delle Confraternite, delle Autorità Civili e Militari e delle Associazioni religiose che insieme al clero e ai devoti parteciperanno alla processione. Molte di queste persone a breve toglieranno le scarpe per andare a piedi nudi dietro la statua, per sciogliere un voto o per chiedere una grazia, avendo nelle mani un grosso cero acceso. Davanti al portale della Chiesa Madre su entrambi i lati, Carabinieri, Polizia di Stato e Polizia Municipale in grande uniforme aspettano di accompagnare la statua del santo che per l’occasione sarà portata sulle spalle dai confratelli delle Confraternite del Rosario, SS. Nome di Gesù, Carmine, SS. Sacramento. Finalmente la statua si affaccia alla piazza, la banda musicale intona la Marcia dell’Opera di G. Rossini “Mosè”, le campane della Collegiata suonano a distesa, i botti dei fuochi pirotecnici fanno sussultare la gente che guarda quella statua dal volto austero che guarda il cielo e sui volti di tanti scendono le lacrime mentre fanno il segno di croce.

… e il sacerdote ungeva la fronte dei fedeli con una piuma intinta nell’olio consacrato di San Ciro!

Quando si dice “festa del Santo patrono” viene naturale pensare alla cassarmonica e alle luminarie variopinte che formano una galleria, la quale le persone passeggiano e si divertono, oppure ad una grande preparazione per le vie più importanti della città, stiano a testimoniare l’affetto di tutta la cittadinanza verso il Santo. Non è questo il caso di Grottaglie per la festa di san Ciro, proclamato patrono minus principalis da Mons. Giuseppe Capecelatro nel 1780, in quanto festa esclusiva di fede e devozione. La festa di S. Ciro a Grottaglie, come si presenta oggi, è il risultato di numerosi cambiamenti, dovuti sia alle contingenti esigenze dei devoti, sia della Chiesa stessa. Tra i vari cambiamenti, due, in particolare, hanno maggiore rilevanza, poiché apportato alla festa sostanziali modifiche. Il primo è la riduzione dei festeggiamenti in onore del Santo ad un’unica data, il 31 gennaio. Infatti, fino al 1887, come dimostrano alcuni resoconti relativi alla festa, Grottaglie offriva a S. Ciro solenni festeggiamenti in due momenti dell’anno: il 31 gennaio e il giorno della Pentecoste. La documentazione locale però, non fornisce elementi sufficienti per spiegare la successiva scomparsa della festa nel giorno della Pentecoste.

Il secondo è il passaggio di gestione della festa dalla Confraternita del SS. Rosario all’Arciprete della Collegiata, che ha comportato però un forte impoverimento delle suggestive manifestazioni religiose, civili e popolari. Tale impoverimento riguarda principalmente il novenario.

Tre elementi interessanti caratterizzavano la novena: il primo era l’unzione con l’olio di S. Ciro, il secondo la recita delle Litanie di S. Ciro, il terzo “La Varda a Santu GGiru” (La Guardia a S. Ciro).

Per nove giorni, ogni sera, al termine della novena, tutti i fedeli presenti alla funzione venivano unti col sacro olio. Allora accanto alla cappella dedicata al Cuore di Gesù, veniva posto un tavolino con piccoli fori sui quattro lati per le offerte dei devoti e su questo si collocava un vassoio in argento con sopra un’artistica brocca, sempre in argento, contenente l’olio santo. Qui un sacerdote, in cotta e stola, ungeva con una piuma intinta nell’olio consacrato la fronte dei fedeli che gli si accostavano, recitando la formula: «Per intercessione di S. Ciro e per questa sacra unzione, il Signore ti liberi dal peccato e da ogni male!».

Il secondo elemento caratteristico del novenario era la recita delle Litanie di S. Ciro. Tre sacerdoti, nei nove giorni della novena, occupavano il Cappellone di S. Ciro e qui recitavano per tutto il giorno le Litanie di S. Ciro, terminanti con la preghiera finale “O glorioso S. Ciro, pel tuo nome, vaticinato da Isaia mille anni prima che nascesse il Liberatore persino, destinato dal cielo a spezzare le catene del popolo eletto, ristabilire il culto al vero Dio e restituire al nuovo tempio i tesori trafugati dai Babilonesi, per cui tra gli ebrei ed i Cristiani di Alessandria e di tutto l’oriente fu di poi cotanto diffuso e celebrato; per l’ardore che vi rese esemplare penitente innalzandovi nella vita contemplativa al di sopra di tutte le speculazioni filosofiche; per quella fede che, rendendo le vostre preghiere più efficaci delle medicine dei sapienti, trionfava di ogni genere di infermità, sanando ed illuminando le anime; per lo zelo che vi spinse al martirio per amore del prossimo e pel trionfo della causa di Gesù Cristo ottenete a noi, che vi invochiamo a protettore, la forza di imitare le vostre virtù e la grazia della perseveranza, onde dopo le alterne vicende e le dure prove del tempo possiamo, quali servi fedeli meritare da Dio il premio riserbatoci nella beta eternità. Così sia. – Salve regina”. Il più anziano dei tre sacerdoti terminava con l’OREMUS – Deus, qui Beatum Cyrum ex solitudine ad proximi salutem eductum martyrii palma decorasti; da, ut eius precibus et exemplo, caducis contemptis, mundi adversitates iugi victoria superemus. Per Cristus Domini Nostri – Amen!

Il terzo elemento “La Varda a Santu Ggiru” (La guardia S. Ciro) nell’ultimo giorno della novena (30 gennaio). Per tutta la giornata tantissimi devoti, prevalentemente donne, pregavano ininterrottamente e vegliavano la statua del santo medico alessandrino restando completamente a digiuno. A conclusione del novenario, tenuto da un frate cappuccino, si procedeva alla benedizione e accensione della fòc’ra (pira).

Pircé Ggiru s’è fermatu? Ccè mmaròre aquera casa! Ddà štè grave nna piccènna……!

A Grottaglie, come in altre città del meridione, chi ha lasciato la terra natia per lavoro o per altri motivi, torna quasi sempre per Natale, Pasqua e per la festa del santo patrono; i grottagliesi tornano per la processione di San Ciro.

Una processione che dura cinque ore; parte dalla Chiesa Madre, percorre le vie principali del centro storico e della nuova Grottaglie, per poi ritornare in Piazza Regina Margherita. Il rito segue un ordine processionale ben preciso, che riguarda non solo le confraternite, ma anche i partecipanti. Ad aprire la processione è lo stendar­do della Congrega del SS.mo Nome di Gesù, seguito dai confratelli e consorelle in abito di rito guidati dai coordinatori, e per chiudere il priore con i due assistenti. Nello stesso modo e combinazione seguono le altre Confraternite: Carmine, SS. Rosario e SS. Sacramento. Segue il clero composto da chierichetti, seminaristi e sacerdoti in talare nera con cotta e stola; chiude il gruppo l’Arciprete, accompagnato da due presbiteri, che regge il reliquiario bronzeo che racchiude una reliquia di San Ciro. In passato, data la presenza del Capitolo, alla processione partecipavano tutti i sacerdoti con talare, cotta e stola, i mansionari o canonici con la cappa ornata con code di ermellino e l’Arciprete col piviale rosso, colore simbolico del martirio.

Seguono la statua le Autorità cittadine, politiche e militari, i medici e corpo sanitario, la banda e il popolo devoto che dà precedenza a coloro che vanno scalzi. Ma S. Ciro non è solo processione è anche momento di svago e divertimento per tanti giovani e meno giovani. La pira, le bancarelle, le giostre e i fuochi d’artificio, fanno sì che questa giornata contenga valori non solo storici e religiosi, ma anche sociali, economici e culturali. Tutti i grottagliesi, anche se non possono prendere parte alla processione per situazioni contingenti, nei momenti più critici della propria vita si rivolgono a Lui, come fece il suo grande sostenitore Francesco de Geronimo, che lo implorava per intercedere grazie a tanti sofferenti e malati gravi. Durante la processione per vie della città si assiste a molte fermate straordinarie.

La statua viene girata verso una casa o una strada. Il motivo? Qualcuno ha chiesto una grazia al santo medico! Momenti di vera commozione, dove la gente si unisce alla richiesta senza conoscere la provenienza. Ad un grottagliese questo non sfugge e se lo immortala nei versi vernacolari, come questi di Padre Michele Ignazio D’amuri, rende ancora più drammatico l’evento: “PRUCISSIONE TI SANTU GGIRU – Èsse la prucissione pi lli štrate t’lu paisu. Quant’ è béddu santu Ggiru! Lu Capitulu štè tuttu, cu mmuzzétta paonazza, fascia rossa e I’ermellinu. Vurtagghjsi e tarantini,martinisi e caštiddani vònu rétu a santu Ggiru.Vònu cu ntirtórci mmanu e prïannu a lla scazata. Faci friddu? ma… ccé face? Ggiru è martiri putenti, Ggiru è mieticu pietusu, prutettore ti la gente. Passa chjanu. Com’è béddu santu Ggiru! Uécchj nciélo, pare propriu ca triménte, ca triménte li crištiani affacciati a lli barcuni e ca tice: «Siti bbuéni! » Ogni lóggia, ogni barcone scetta ncuéddu a santu Ggiru fiuri e binidizïuni. Santu Giru mò si ferma, e ssi vota a nna casòdda. Pircé Ggiru s’è fermatu? Ccè mmaròre aquera casa! Ddà štè grave nna piccènna, e la mamma préa e chjance: «Santu Ggì, fammi la grazia! Grazia, grazia, santu Giru…»Santu Ggiru la cunzòla. Passa e vè la prucissione; tutti tutti binidice santu Giru glurïusu!PROCESSIONE DI SAN CIRO Esce la processione per le strade del paese. Quant’è bello San Ciro. Il Capitolo ci sta tutto con mozzetta paonazza fascia rossa ed ermellino. Grottagliesi e tarantini, martinesi e castellani, vanno dietro a San Ciro, vanno con torcetti in mano, pregando a piedi scalzi. Fa freddo? Ma …..che fa? Ciro è martire potente, Ciro è medico pietoso, protettore della gente. Passa piano. Com’è bello San Ciro! Occhi verso il cielo, sembra proprio che guarda, che guarda la gente affacciata ai balconi e che dice: «Siati buoni!» ogni loggia, ogni balcone butta addosso a San Ciro fiori e benedizioni. San Ciro ora si ferma, e si gira verso una casetta. Perché Ciro si è fermato? Che amarezza in quella casa! Lì è gravemente malata una bambina, e la mamma prega e piange: «San Ciro, fammi la grazia! Grazia, grazia, San Ciro…..» San Ciro la consola. Passa e continua la processione. Tutti tutti benedice, San Ciro glorioso.

Alla presenza della statua di S. Ciro davanti al Santuario di S. Francesco, i grottagliesi cantavano l’inno di Carrieri-Petraroli che termina con “…e Francesco a Dio chieggon per noi mercè!”

Tra le fermate straordinarie che la statua compie per le vie della città, quella davanti al Santuario di San Francesco De Geronimo assume un significato storico, ma principalmente di ringraziamento verso quel grottagliese gesuita che tanto desiderò venerare San Ciro. Costruito accanto alla casa nativa del santo, venne posta la prima pietra nel 1830 dall’ Arcivescovo di Taranto Mons. Antonio De Fulgore. Se n’era fatto promotore il Canonico Don Francesco Paritaro, anche lui grottagliese, contribuendo in maniera decisiva con aiuti economici. Una lapide murata a destra di chi entra per la porta maggiore della chiesa l’attesta. Essa dice in latino: «Dove S. Francesco De Geronimo nacque, ora rifulge un tempio costruito coi fondi messi a disposizione dal Canonico Teologo Francesco Paritaro e dalla pietà dei cittadini». La chiesa fu cominciata nel 1832 e completata nel 1838, un anno prima della canonizzazione del santo. I grottagliesi vi contribuirono non soltanto con offerte, ma prestando la propria opera gratuita nel trasporto dei materiali e in lavori simili. Il disegno del tempio e’ sul modello del Gesù Nuovo di Napoli, realizzato dal gesuita Padre Cavallo.

Costituita da pilastri ionici scanellati col timpano della facciata, tre porte d’ingresso, cupola che si innalza al centro della chiesa, la stessa e’ concepita a croce greca, con l’altare maggiore in fondo e gli altari ai lati con dipinti su tela e su tavola regalati dal re Ferdinando II di Napoli. A sinistra, guardando l’altare maggiore, dove una volta si trovava la cameretta d’ingresso della casa del santo, ora trasformata in cappella, si trova il corpo del santo in una grande urna di vetro. Dopo 229 anni di riposo nella chiesa del Gesù Nuovo di Napoli, Padre Francesco nel 1945 tornò definitivamente a Grottaglie nella sua casa divenuta santuario. Ed è proprio davanti all’ingresso principale di questo santuario che la statua di San Ciro viene girata sulle note della banda musicale. La gente aspetta devotamente questo momento; un padre gesuita con camice bianco e stola benedice ed incensa la statua per tre volte; un coro improvvisato canta l’inno a San Ciro:«1. Si canti a Ciro, al martire al medico celeste, al mite solitario dell’ispide foreste; cantate a Ciro, o popoli, all’angelo d’amor, innanzi a cui dileguano i morbi e i dolor. 2. Egli possente impera sui venti e le procelle sperde le frodi e l’impeto di satana ribelle; ei squarcia il denso velo dagli occhi il peccator e per le vie del cielo guida contrito il cor. 3. Parli Grottaglie e parlino i popoli devoti, che all’ara sua placabile offrono incensi e voti; dacchè Francesco l’inclito a questa sua tribù del martire benefico segnava la virtù. 4. E noi le pene, i palpiti narriam fidenti a loro, che sull’Empiro cingono il sempiterno alloro; se tenta un secol rio di coglierci la fè, Ciro e Francesco a Dio chieggon per noi mercè.».Alla fine del canto la statua viene girata e riprende il suo cammino per le vie della città. Il lungo fiume di persone in processione nel passare davanti alla chiesa si fanno il segno di croce, qualcuno togli il berretto, altri tentano di piegarsi in avanti come se dovessero inginocchiarsi. Il padre gesuita inchina ripetutamente la testa come segno di ringraziamento e durante il passaggio cerca di rispondere anche lui ai tanti rosari recitati da diversi gruppi di fedeli in postazioni differenti.

San Ciro a Grottaglie non è solo processione di devoti ma anche attesa per trovarsi attorno alla fòcra il giorno della vigilia con amici, parenti e conoscenti. La pira, una grande catasta di legna di vario genere: tronchi enormi, ceppi e rami di ulivo e pino, sarmenti e altro materiale legnoso, che i devoti depositano nel luogo indicato dagli organizzatori. Viene costruita da mani esperte a forma di piramide, avente all’interno una camera per agevolare l’accensione e il tiraggio, che nei secoli ha subìto diverse collocazioni. Una rievocazione per ricordare il martirio del santo che prima di essere decapitato venne gettato nelle fiamme ardenti senza però morire. L’impegno per realizzarla è faticoso ma i devoti cercano di costruirla sempre con tanta passione per rispettare l’antica usanza grottagliese. In passato si accendeva in Piazza Regina Margherita, davanti alla Chiesa Madre, così da tenerla accesa anche il giorno dopo quando rientrava la processione. L’uso di bruciare grandi falò è ancora comune a molte città del sud in quanto legata a feste e tradizioni dedicati a santi particolari e quindi il fuoco assume uno straordinario significato magico – religioso. La storia racconta l’evoluzione dei vari significati nel tempo: nella mitologia erano “scintille di vita e libertà”, con il cristianesimo antico simbolo di “paura” per ciò che esiste nel regno degli inferi e nel Purgatorio, con quello moderno la devozione ai santi come “ricordo del martirio”. Intese in questo modo, le “cerimonie del fuoco” sono state conside­rate da sempre come riti di passaggio e/o di apertura oppure di rievocazione di torture e morte per la fede.

Ma il fuoco d’inverno riscalda specialmente quando non ci sono le comodità come quelle di oggi. Così nel passato la devozione popolare, radicata nel cuore della semplicità e della bontà dei nostri antenati, si manifestava sulla bocca dei presenti alla pira con questo detto: «Tu sei benedetto, Dio onnipotente, creatore della luce, che con il fuoco hai guidato il tuo popolo nel deserto verso la Terra promessa… Benedici questa fòcra accesa in onore di san Ciro medico, eremita e martire… Accendi nei nostri cuori il fuoco del tuo amore e fallo ardere». Il falò, dopo tanto fumo sparso tra la folla per l’umidità della legna, iniziava a scintillare e gli anziani dicevano che quando quella fiamma bruciava a luce piena, sarebbe accaduto quello che ognuno stava dicendo in quel momento oppure un desiderio nascosto o una grazia richiesta a San Ciro. Un augurio che bastava a strappare un sorriso e sperare in un domani migliore. La legna si consumava lentamente e tanti carboni roventi si ammassavano ai piedi della fòcra; qualcuno si avvicinava con “nna coffa e nna paletta” prendere il fuoco santo e portarlo a casa, così potevano riscaldarsi gli anziani parenti impossibilitati a camminare. Una pira che diventava presto un accumulo di tizzoni roventi e cenere, ma durante la notte e il giorno della festa qualcuno provvedeva ad alimentarla con legna secca affinchè tanti devoti scalzi potessero scaldarsi dopo le cinque ore di processione. Al passaggio della statua vicino alla fòcra alcuni spari di “botti” anticipavano quelli che sarebbero stati nella serata, al termine della processione.

… in abito votivo, anche i bambini in processione per chiedere la grazia!

Era usuale vedere in passato nella processione di San Ciro del 31 gennaio alcuni bambini vestiti con l’abito monacale identico a quello del santo. Inconsci della propria malattia erano accompagnati dalla mamma, che senza alcuna vergogna e a piedi scalzi con il cero acceso si confondevano tra la gente per non essere additati. I miracoli operati dal santo medico alessandrino sono tanti, molti descritti da San Francesco de Geronimo, altri non documentati ma resi pubblici dalla tradizione popolare che resta documento vivente. Grottaglie ricorda ancora due importanti miracoli avvenuti nel ‘900 che infervorarono gli animi al rientro della processione in entrambe le occasioni. Il primo risale agli anni del regime fascista, anni ’30: la guarigione del bambino paralitico. La gente raccontava che il bambino, paralitico dalla nascita, sedeva sui gradini della Chiesa Madre per chiedere l’elemosina. Aveva le tasche piene di fichi secchi per sfamarsi e il freddo della giornata lo faceva intirizzire per gli indumenti poco adeguati che indossava.

Colto dalla disperazione si mise ad urlare: “Santu Ggì! Ci mi fàci caminà, végnu e ti tò nna fica!”– San Ciro! Se mi fai camminare, vengo e di regalo un fico secco! Dopo qualche minuto il bambino si alzò dai gradini, mentre la gente emozionata gridava: “Miracolo! Miracolo!” e si recò all’interno della chiesa camminando regolarmente. Inginocchiatosi ai piedi della statua regalò il fico secco al santo tra le preghiere, pianti, emozioni e tanto mormorio della gente. Il secondo risale agli anni ’50: la guarigione del bambino sordomuto. Il miracolo avvenne durante la celebrazione della messa. Era di Villa Castelli, un paese a pochi chilometri da Grottaglie, e con la mamma era in chiesa durante il novenario. Dalla nascita aveva avuto dei problemi all’udito e mancava di parola per complicazioni celebrali, i medici lo avevano dichiarato sordomuto. Mentre il sacerdote celebrava, improvvisamente il bambino si mise a parlare bene, sentiva tutto ciò che accadeva in chiesa, comprese le grida della gente che annunciava il miracolo avvenuto. La chiesa, strapiena di devoti, andò in fibrillazione e il passa parola fu così veloce che la stessa piazza non riuscì più a contenere quelli che volevano vedere il bambino guarito. Per ringraziare il santo la mamma accompagnò il bambino con l’abito devozionale alla processione della festa, così tutti videro il “miracolato”, felice di parlare ed ascoltare i commenti, le emozioni, i pianti e le preghiere della gente. Due miracoli importanti, con tante testimonianze dirette, che hanno fortificato la devozione a San Ciro nei grottagliesi e nelle comunità del circondario; nella vicina Villa Castelli, città natìa del bambino miracolato lo elevarono a compatrono. La festa di San Ciro a Grottaglie vuol dire anche fuochi pirotecnici al rientro della processione. Così, in passato, mentre tutti erano in piazza attorno alla statua, iniziavano“li fuéchi”.gara di colori, di emozioni e rumori dove lo spettacolo diventava suggestivo, straordinario, coreografico e romantico, regalando momenti di gioia a quelle persone che chiedevano al santo la salute del corpo ma anche quella dell’anima.

 

Cosimo Luccarelli
Blogger Grottagliesità

 

 

 

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Redazione Oraquadra

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