Misteri di Taras: la sepoltura del re spartano Archidamo III

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L’archeologia ci ha spesso regalato racconti straordinari insieme a tanti enigmi irrisolti. Uno di questi è sicuramente quello della sepoltura del re spartano Archidamo III che, si dice, giace sotto le mura della città messapica di Manduria, in virtù di quanto raccontatoci da Plutarco. Ma chi era questo sovrano e cosa ci faceva così lontano dalla sua patria? Archidamo III fu re di Sparta per dodici anni, dal 360 a.C. al 338 a.C., e da buon spartano visse combattendo tutta la sua vita dimostrando sul campo il ruolo di comandante supremo dell’esercito in battaglia. Già prima di salire sul trono aveva comandato le forze spartane contro i Tebani nella battaglia di Leuttra, 371 a. C., e contro gli Arcadi  (367 e 364 a. C.).

La città di Sparta con le rovine del teatro (fonte web)

Nel 362 aveva difeso Sparta dall’esercito di Epaminonda, un condottiero straordinario, poi salì al trono dei Lacedemoni e, come sempre in prima linea in battaglia, aveva sostenuto i Focesi contro Tebe, schierandosi poi con la città di Lyttos in guerra con Cnosso. Un curriculum militare di tutto rispetto condito di tante vittorie che avevano accresciuto la notorietà e la fama di imbattibilità del re spartano, fino a quando il suo destino si era incrociato con quello dei Messapi in Puglia. Questo era accaduto in quanto la colonia spartana di Taranto, in lotta contro i Messapi e altre popolazioni italiche, aveva chiesto aiuto alla madrepatria Sparta la quale non aveva esitato ad inviare un consistente contingente capeggiato proprio dal re. Nelle campagne pugliesi era cominciata nel migliore dei modi l’ultima avventura del re guerriero. Grazie ad una milizia addestrata alla guerra l’avanzata degli spartani si era rivelata inarrestabile, malgrado la rinomata cavalleria dei Messapi, costringendo le città della Lega Messapica a cadere una dopo l’altra. Tuttavia, la strenua resistenza dei nativi non si era affievolita e, per ogni piazza caduta, gli sconfitti andavano subito a rinforzarne la più vicina per fermarne l’invasione. Si era così giunti così allo scontro finale nella città di Manduria che vedeva da un lato il Re di Sparta al comando delle forze tarantine e spartane, dall’altro Messapi e Peuceti asserragliati nella cinta muraria di Mandonion a difesa della loro libertà.

Manduria, Taranto, mura messapiche nell’area archeologica (fonte web)
Ritratto raffigurante presumibilmente Archidamo III re di Sparta (fonte web, elaborazione grafica S. Del Piano)

Lo scontro sanguinoso sembrava volgere a favore delle armate di Archidamo III anche questa volta ma, quando la vittoria sembrava concretizzarsi, era avvenuto l’incredibile: un dardo aveva colpito a morte il Re di Sparta. In preda allo sgomento le linee spartane e tarantine si erano sfaldate, mentre gli assediati rinvigoriti avevano aperto le porte della città costringendo il nemico ad una rotta disordinata. E Archidamo? Plutarco racconta che i Messapi stessi raccolsero dopo la battaglia le spoglie del re di Sparta a cui concessero tutti gli onori del suo rango, e lo seppellirono in un luogo imprecisato sotto le mura della città, insieme alle ricchezze che aveva con sé. Sono passati più di due millenni e le sue spoglie sono ancora in quel sito, da qualche parte e non sono ancora state ritrovate, malgrado numerosi annunci in questi anni rivelatisi poi infondati. Della fine di Archidamo non sappiamo molto altro, se non l’anno della sua morte: il 338 a.C., ed il giorno. Il celebre biografo Plutarco, “esperto di giorni”, fissa la scomparsa del prode spartano al 7 di metagitnione, nome del secondo mese del calendario attico e jonico e corrispondente all’ultima parte dell’estate, per cui è ragionevole stimare che la data della morte sia il 3 agosto. C’è da considerare però alcuni aspetti importanti. Plutarco non era contemporaneo di Archidamo essendo vissuto fra il 48 e il 125 d.C., quindi non aveva una conoscenza diretta dei fatti e, inoltre, le fonti non sono tutte concordanti.

Della morte del gran re, infatti, parla anche Diodoro Siculo che affermava che il re era morto in uno scontro contro i Lucani. Ne possiamo escludere, peraltro, che il corpo del Re sia stato successivamente riesumato, riconsegnato e riportato a Sparta dopo la guerra in cambio di qualcosa. Quello di Archidamo III rimane, quindi, un mistero avvolto nelle nebbie del tempo che, ancora oggi, affascina studiosi e appassionati di archeologia nella ricerca di una tomba che si rivelerebbe, probabilmente, un unicum per elementi messapici uniti ad elementi spartani. Del gran re oggi ci resta, forse, solo un busto, già attribuito ad Archimede, nel Museo Archeologico di Napoli. L’identificazione del personaggio poggia su un’iscrizione greca, ΑΡΧΙΔΑ… (μοσ), (Archida…) dipinta sulla spalla destra che fu letta solo nel 1888. Una scritta incompleta: mistero di se stessa in una vicenda già misteriosa. Difficile capire chi si cela dietro quel volto dagli occhi piccoli e profondi, nascosto da una folta barba; il pensiero va al grande re non fosse altro per la corazza in cuoio bollito dotata di spallacci e balteo che testimonia la fiera appartenenza guerriera di quell’uomo.

 


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Pierpaolo Piangiolino

Avvocato e grafologo giudiziario iscritto all'albo dei CTU e periti del Tribunale di Taranto. Calligrafo e Tecnico di Biologia Marina specializzato presso l’Università di Bari. Romanziere, vignettista e cruciverbista

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