L’INTERVISTA di Pierpaolo Piangiolino: “Le meraviglie dell’archeologia subacquea” con il Prof. Mario Lazzarini

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Il mondo dell’Archeologia ha in sé un grande fascino legato al mistero e alla scoperta di un tempo lontano da noi, di un passato che ci appartiene.

Ne parliamo oggi con il professor Mario Lazzarini, già docente presso il liceo classico Quinto Ennio di Taranto, ma, soprattutto, archeologo subacqueo, conoscitore del nostro mare di Taranto.

Professor Lazzarini Buongiorno, la domanda è d’obbligo: come è nata in lei la passione dell’Archeologia subacquea?

Da tarantino la passione naturale per il mare, unita ai miei interessi culturali storico-archeologici sin dalla adolescenza; le prime esperienze di pesca subacquea divennero ben presto ricerche non di pesce ma di testimonianze archeologiche. Le mie prime relazioni su ricerche subacquee alla allora Soprintendenza Archeologica della Puglia risalgono al 1966.

il Prof. Mario Lazzarini

Come si procede nello studio archeologico di un sito sottomarino? Esistono dei protocolli e delle tecnologie diverse da quelle utilizzate per la terraferma o il metodo è lo stesso?

La metodologia è la stessa, col rilievo fotografico e grafico del sito, lo scavo stratigrafico condotto manualmente ecc.; ma chiaramente, cambiando l’ambiente fisico in cui si opera cambiano anche i mezzi operativi, le strumentazioni utilizzate. L’ambiente subacqueo pone dei limiti, per esempio all’intervento umano oltre una certa profondità; limiti sulla durata dell’intervento, sui tempi (la durata di una bombola d’aria per l’immersione in genere non supera l’ora).

 

Il ritrovamento di un sito sottomarino o di un reperto sommerso presuppone uno studio storico, delle correnti, dei fenomeni di bradisismo o è frutto del caso?

Spesso è frutto del caso, di segnalazioni di subacquei sportivi o di pescatori o di bagnanti, soprattutto nel caso di singoli oggetti o anche di relitti di imbarcazioni col loro carico. Invece per strutture portuali, centri abitati sommersi a causa di innalzamento del livello marino, bradisismo o altro, lo studio di fonti storiche è molto importante.

 

Come si conserva un reperto ritrovato nei mari e quali sono generalmente le condizioni di deterioramento rispetto ai reperti ritrovati sulla terraferma?

Sott’acqua oggetti di pietra o marmo, terracotta o vetro si conservano quasi intatti, i metalli anche, soprattutto rame e piombo; si deteriorano profondamente fino a scomparire tutti i materiali organici, legno, tessuti, fibre, alimenti vari. Molto dipende dalle condizioni di giacitura del relitto: se esposto su un fondo roccioso agli agenti marini, si deteriora moltissimo, sia per i movimenti delle correnti sia per l’esposizione a animali marini che incrostano e ricoprono i reperti; se coperto da una coltre abbastanza spessa di sabbia o fango invece le condizioni di conservazione migliorano parecchio.

Per la conservazione occorre innanzitutto un lavoro di dissalazione in acqua dolce, poi di pulitura dalle incrostazioni. Nel caso del legname dello scafo occorre un lungo trattamento di immersione e impregnazione con resine che vanno lentamente a riempire i vuoti lasciati nella struttura lignea dalla cellulosa scomparsa col tempo.

 

Quali sono le nuove frontiere dell’archeologia subacquea e cosa è cambiato rispetto a 20 anni fa?

Non è cambiato poi molto, se non nei mezzi tecnologici indubbiamente più moderni, più sicuri e più efficienti, l’uso della localizzazione GPS, di ecoscandagli e di ROV, cioè dei robot subacquei teleguidati in grado di effettuare fotografie e riprese TV anche a grandi profondità. Ma lo scavo in sé dipende sempre dagli archeologi, dalle loro competenze e… dai soldi disponibili per lo scavo, perché uno scavo subacqueo costa molto di più di uno a terra.

 

Ci sono dei rischi per chi svolge questo lavoro soprattutto a grandi profondità?

In archeologia si evitano le grandi profondità, proprio per evitare i rischi. Consideriamo che con l’aumentare della profondità si riduce parallelamente il tempo di permanenza e di lavoro degli operatori sul fondo: a -50 metri, per esempio, si può operare solo per pochi minuti con il normale equipaggiamento di bombole. Ciò richiederebbe un aumento notevole del numero degli operatori e delle attrezzature, e quindi dei costi. Alle grandi profondità si può al massimo fare un rilievo video-fotografico con i ROV di cui ho parlato prima, ma non uno scavo archeologico.

 

Cosa si prova quando si trova qualcosa riemergere dai fondali del mare?

Non c’è differenza tra mare e terra: la soddisfazione, la meraviglia e la speranza di poter ricavare preziose informazioni sono le stesse. O forse una differenza c’è: sott’acqua non si può gridare di gioia.

 

C’è qualcosa della sua esperienza di archeologia subacquea che è rimasta dentro particolarmente?

L’aver partecipato alla missione archeologica della Pennsylvania University sul relitto romano di Torre Sgarrata nel 1969: un’esperienza con gente proveniente da tutto il mondo e unita dalla passione per l’archeologia subacquea allora nascente, con tante speranze e tanta voglia di imparare.

 

Secondo lei è stato davvero scoperto tutto ciò che si poteva scoprire nel mare di Taranto o il futuro potrebbe riservarci qualcosa di straordinario?

Qualcosa di straordinario non so, non è mai prevedibile; ma nell’ordinario c’è ancora parecchio da fare, soprattutto nel campo della valorizzazione e successiva esposizione museale o comunque una fruizione per il grande pubblico. Certo con l’istituzione recente, proprio a Taranto, della nuova Soprintendenza ai Beni Culturali Subacquei, affidata alla dott.ssa Davidde che è una grande esperta di questo settore, dell’archeologia, si spera in un rinnovato slancio sia per le indagini di nuovi siti sia per la tutela e valorizzazione di quelli già noti (si pensi, per esempio, ai famosi sarcofagi sommersi a S. Pietro in Bevagna, all’approdo antico di Saturo, al relitto di marmi di Torre Sgarrata ecc.).

 

In conclusione: l’archeologia è amore, passione irrefrenabile, forse anche un pizzico di fortuna. Quali doti dovrebbe avere un buon archeologo secondo lei? C’è qualcosa che si sente di consigliare chi si avvicina oggi a questo mondo, oltre allo studio approfondito della materia?

Essere pronto a molti sacrifici, perché soprattutto con i tempi che corrono, tra pandemie e crisi economiche, lo spazio per lavorare è molto ridotto; però essere consapevole che solo con lo studio, teorico e pratico, tanto e continuo, si può sperare di realizzare i propri sogni. Non bastano pochi anni di studio per diventare archeologi: spesso non basta una vita.

 


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Pierpaolo Piangiolino

Avvocato e grafologo giudiziario iscritto all'albo dei CTU e periti del Tribunale di Taranto. Calligrafo e Tecnico di Biologia Marina specializzato presso l’Università di Bari. Romanziere, vignettista e cruciverbista

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