Art 1: L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul volontariato

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Ebbe inizio così la grande avventura repubblicana, con la tutela del lavoro propria delle cultura di centrosinistra che ispirò la redazione della nostra Carta Costituzionale. Il lavoro visto come strumento di nobilitazione personale attraverso cui ogni individuo aveva la possibilità di diventare cittadino, ossia membro della civitas, ossia del consesso sociale basato su una civiltà condivisa, quella del lavoro per l’appunto.

Il lavoro come strumento di manifestazione della propria personalità secondo le proprie personali attitudini e capacità, il lavoro come forma di partecipazione del cittadino al progresso materiale e spirituale della Nazione.

Fu per il perseguimento di questi nobili ideali che nella nostra Costituzione, l’economia della nazione fu concepita come finalizzata alla realizzazione di una funzione sociale. Economia non come strumento di realizzazione di un profitto fine e se stesso ma come strumento di partecipazione e coesione di una intera collettività organizzata e coesa intorno ai valori fondanti della Repubblica.

Compito dello Stato era di rimuovere tutti gli ostacoli alla libera partecipazione dei cittadini, intervenendo nella sfera economica per tutelare il perseguimento dei fini di cui sopra. Con queste previsioni la nostra Costituzione entrò di buon diritto nella storia dell’umanità come l’atto normativo più evoluto in tema di solidarietà economica e sociale, divenendo esempio ispiratore per molte costituzioni nei neonati stati repubblicani risorti dalla macerie dell’ex blocco sovietico, ma poi qualcosa andò storto.

Sì, certo, una parte di colpa l’abbiamo anche noi cittadini che abbiamo abusato dei diritti riconosciuti dalla Costituzione, il fatto di essere italiani e non santi credo che sia ormai acclarato e non necessiti di ulteriori spiegazioni, se non che il nostro particolare modo di essere derivi dalla dolcezza del clima, dalla nostra peculiare cultura mercantile e dalla orografia del nostro territorio nazionale, frazionato dalla catena appenninica in tante micro-aree che non hanno incentivato una cultura localistica e poco unitaria.

Ma al di là delle responsabilità del popolo e degli abusi del sindacalismo baronale che ostacolò il progresso economico, la colpa non fu delle forze politiche che approvarono la Legge 300/1970 ( Statuto dei Lavoratori) quanto soprattutto delle dinamiche che portarono al suo smantellamento.

Il crollo del muro di Berlino fece venire meno la centralità della nostra Nazione sullo scacchiere internazionale, privandola del ruolo di ago della bilancia nei complessi equilibri economici e diplomatici tra blocco NATO, blocco Sovietico, area mediorientale e area africana ricca di materie prime indispensabili per l’industria.

Diventati inutili, la classe politica che su questo mercanteggiamento di alto profilo aveva fondato la propria ragion d’essere venne spazzata via dalla magistratura di sinistra, che invece di riuscire a conquistare il potere, lasciò il campo libero alla ascesa politica del liberismo berlusconiano.

Sempre nel 1992 fu approvato il Trattato di Maastricht che sostanzialmente tolse agli Stati membri il potere di intervento nella sfera economica facendo venire meno il ruolo dello Stato per la realizzazione della funzione sociale della economia e, invece di realizzare l’armonizzazione delle legislazioni nazionali in materia di diritto del lavoro, di fatto comportò la libera migrazione delle attività produttive verso gli Stati membri a basso costo di manodopera, livellando in tal modo gli ordinamenti giuslavoristici più evoluti a quelli medioevali dei paesi ex sovietici.

La sinistra italiana neutralizzata per via politica, reagì con l’uccisione del Prof Marco Biagi, nella sua qualità di esecutore materiale del processo di smantellamento dei diritti dei lavoratori.

I Sindacati furono neutralizzati attraverso lo strumento della concertazione. Persero in tal modo la loro terzietà, divenendo parte integrante del sistema economico-politico di stampo liberista, così come previsto dal Piano di rinascita democratica di Licio Gelli, poi traslato nel programma politico di Forza Italia, così come previsto nell’atto programmatico “ The crisis of democracy” presentato dalla Trilateral Commission in Giappone nel 1989, che costituisce la bella copia internazionale dei due atti italiani di cui sopra.

Quindi, in sostanza la vera concertazione che prese avvio negli anni tra il 1989 e il 1993 e poi trovò esecuzione nel decennio successivo, non fu la concertazione tra Governo e Sindacato, ma fu la concertazione tra le varie forze ultra-liberiste internazionali che hanno privato i lavoratori di tutta Europa delle tutele legislative conquistate in decenni di lotta.

Una smantellamento programmatico avallato dalla sinistra italiana che si è mostrata funzionale al sistema, al punto da poter essere pacificamente definita ossimoricamente come “sinistra capitalista”.

Detto questo che senso ha continuare a parlare di festa dei lavoratori?

Forse il senso che possiamo dare a questa festa è di ricordare il nostro valore umano rispetto a quella che dovrebbe essere la funzione nobilitatrice del lavoro.

Forse il senso di questa festa è di rivendicare una autonomia decisionale ed esistenziale da uno Stato che ci ha traditi e che si mostra incapace di cogliere le opportunità che potrebbero rilanciare il nostro sistema economico.

Penso alla mancata intercettazione della “Via della Seta” con il suo flusso immenso di merci provenienti dalla Cina.

Penso alla mancata riconversione economica, ad esempio chiudendo l’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto e investendo sulle lavorazioni dell’area a freddo.

Penso alla mancanza di infrastrutture e incentivi a sostegno del comparto turistico in cui l’Italia potrebbe farla da padrona a livello internazionale.

Senza parlare del mancato sostegno alla ricerca applicata in ambito industriale ed ai mancati incentivi alle grosse imprese per rimanere a produrre in Italia e non all’estero.

Insomma, se questa festa dei lavoratori ha ancora un senso, deve essere la festa celebrativa di un punto di svolta e rinascita di noi lavoratori, costretti a diventare datori di lavoro di noi stessi, grazie ad uno Stato che ha tradito noi e la nostra Costituzione.

Festeggiamo dunque questa festa che da oggi sarebbe più corretto chiamare “festa dei lavoratori autonomi” dato i lavoratori intesi in senso classico, quei lavoratori che lo Stato aveva il compito di tutelare, oggi hanno veramente poco da festeggiare.

 

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Ettore Mirelli

Avvocato, poeta e scrittore

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