Anonimo veneziano, essenza di un amore

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di Stefania Romito

Nel caso di “Anonimo veneziano” non vi è molta differenza tra la versione narrativa e quella cinematografica, come spesso accade nel caso di molte trasposizioni filmiche di opere letterarie.

Questo perché le due espressioni artistiche (quella cinematografica e quella letteraria) parlano due linguaggi diversi. La prima affida all’uso dello zoom, del grandangolo e del teleobiettivo il compito di raccontare le azioni e di “mostrare”, attraverso le immagini, l’interiorità dei personaggi. È l’immagine a parlare, insieme alla bravura degli attori. Dall’impiego di questa strumentazione deriva la resa più o meno suggestiva ed efficace di soggetti e situazioni.

Nella narrazione letteraria, al contrario, la percezione che viene stimolata nel lettore dallo scrittore nasce dall’impiego della parola, strumento di comunicazione più intimistico e individuale rispetto all’immagine e dalle infinite potenzialità immaginative.

Nel caso di “Anonimo veneziano” non vi è uno iato evidente tra le due espressioni. E questo per una motivazione molto precisa e interessante. Il fatto che il romanzo nasce dalla sceneggiatura del film. In questo caso è nato prima il film e poi il romanzo.

Nel 1970 esce il film per la regia di Enrico Maria Salerno con Tony Musante e Florinda Bolkan. La sceneggiatura è di Giuseppe Berto.

Nel 1971 Berto pubblica la prima edizione di “Anonimo Veneziano” che includeva soltanto i dialoghi dei due protagonisti, in sostanza la sceneggiatura del film.

Il libro ebbe un grande successo, ma Berto fu accusato di opportunismo, di aver cavalcato l’onda del successo cinematografico e  inoltre gli venne rivolta anche l’accusa di plagio (in quello stesso periodo era uscito nelle sale “Love Story”, un successo planetario che trattava la tragedia di un amore). Ma come Berto spiega nella Prefazione dell’edizione del ’76 di Anonimo Veneziano, l’idea della storia era venuta a Enrico Maria Salerno nel 1966. Fu in quell’anno a chiedere a Berto di scrivere la sceneggiatura. L’accusa di plagio, quindi, non sussisteva. Quando Berto lesse la traduzione in inglese della prima edizione del romanzo (tradotta dalla scrittrice inglese Valerie Southorn) comprese che sarebbe stato il caso di riprendere in mano i “dialoghi” del film e trasformarli in un romanzo. Nasce così l’edizione di “Anonimo veneziano” pubblicata nel 1976 da Rizzoli.

“Anonimo veneziano” è la storia di un amore. La storia di un sentimento molto profondo reso straziante dal tema della morte. Berto, nella Prefazione al romanzo, fa riferimento al suo modello letterario, Hemingway, il quale affermava che un buon scrittore non può non misurarsi ogni giorno con l’eternità, o con l’assenza di eternità. Ed è proprio questo il tema portante del romanzo.

Anonimo veneziano è quindi un romanzo in cui a dominare non è l’azione, bensì il sentimento.

I protagonisti della storia sono un lui e una lei (nel romanzo i loro nomi non emergono mai, sono “anonimi” probabilmente proprio per far scattare il meccanismo di immedesimazione nel pubblico), con una grande storia d’amore alle spalle. Un amore che non ha mai smesso di esistere.

 

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Stefania Romito

Stefania Romito è giornalista radiotelevisiva e scrittrice.

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