Dante e Napoleone, due glorie che si infinitano nell’eterno del tempo

Condividi

di Stefania Romito

 

In questo settecentenario della morte del sommo poeta credo sia opportuno riflettere su quale sia effettivamente l’eredità di Dante Alighieri.

Si tende a ricordare molto più il suo impegno nell’evoluzione della lingua, il suo impegno come poeta del dolce stilnovo, come figura profetica investita da Dio nell’indicare agli uomini la via della salvezza nella Commedia, ma meno si tende a ricordare Dante nell’impegno politico. Non si può trascurare in Dante questo aspetto di vitale importanza che costituì la sua essenza immanente.

Come affermano i grandi pensatori, di cui lo scrittore Pierfranco Bruni è un eccellente esponente, ogni opera rappresenta l’epoca in cui è stata scritta, ma per essere una grande opera deve saper guardare in termini profetici al futuro.

Il Convivio di Dante, ma ancor di più il De Monarchia, sono opere che assolvono a questo illustre compito. Opere in cui emerge il pensiero del Dante politico. Un pensiero ripreso e interpretato da Machiavelli nel suo Principe e assimilato da Napoleone anche attraverso il Principe di Machiavelli.

Sia Dante che Machiavelli trattano il tema della “monarchia universale” muovendo aspre critiche nei confronti della società del loro tempo che presentava, sotto certi aspetti, delle similitudini storiche.

Ai tempi di Dante l’Italia era caratterizzata da un forte particolarismo municipale e stava assistendo al logoramento delle due massime istituzioni: la Chiesa, sempre più corrotta, e l’Impero sempre più impotente e soggetto a forze politiche straniere.

All’epoca di Machiavelli la situazione non era molto diversa. La frammentazione politica, unita all’uso di truppe mercenarie, aveva causato una forte crisi degli stati regionali italiani alla quale si contrapponeva un rafforzamento degli stati europei dovuto alla centralizzazione dei poteri. Anche all’epoca di Machiavelli l’Italia stava subendo l’egemonia delle potenze straniere.

Sia Dante che Machiavelli, inoltre, possiedono una visione pessimistica dell’uomo che ritengono sia portato naturalmente al male. Poiché l’obiettivo principale dell’umanità è quello di preservare la libertà e la pace, sia Dante che Machiavelli ritengono sia necessaria una figura forte, importante (l’imperatore per Dante, il Principe per Machiavelli) che acquisti il potere al fine di costituire uno Stato forte che garantisca il Bene Comune.

Machiavelli, rispetto a Dante, ha di sicuro una visione più laica. Secondo il suo pensiero l’importante è che il Principe possegga una virtù politica che può anche non coincidere con quella morale, purché assolva al suo compito che è quello di perseguire il bene dello Stato, mentre Dante ritiene che l’autorità dell’imperatore derivi direttamente da Dio di conseguenza deve operare con onestà e giustizia in base ai precetti morali cristiani.

Nel Dante politico convivono due concezioni distinte: il potere politico terreno e la religione. Uno degli assunti sui quali basa il suo pensiero è l’accusa di degenerazione morale e di corruzione politica rivolta alla Chiesa cattolica, i cui responsabili principali sono proprio i pontefici.

Questa degenerazione ha come pericolosa conseguenza l’allontanamento dell’umanità dalla salvezza attraverso la supremazia del vizio e la soppressione del bene. Una situazione che va a ledere una distinzione che dovrebbe essere sempre salvaguardata, quella tra potere temporale, il cui compito è la felicità terrena  (di competenza dell’impero) e potere spirituale (ad appannaggio della Chiesa, che dovrebbe mirare alla felicità ultraterrena). La Chiesa, usurpando il potere temporale, causa guerre, divisioni e corruzione.

I due poteri per Dante devono essere sempre distinti. Una concezione che emerge in special modo nel De Monarchia scritta negli anni della discesa in Italia di Enrico VII (1310-1316). Un’opera che mette in scena anche quelle che erano le aspettative di Dante nei confronti di Enrico VII. La speranza che potesse dare vita a un impero forte in grado di unire sotto il suo governo tutti i popoli dell’allora Italia frammentata e che potesse porre finalmente fine alle guerre tra i vari stati al fine di instaurare la pace e la giustizia.

L’idea di unità politica è insita in Dante così come lo è in Napoleone. Entrambi uniti dallo stesso destino di solitudine. Entrambi esiliati per motivi politici. Entrambi morti in esilio. La consapevolezza di Napoleone, che era la stessa di Dante, dell’esistenza di due forze: la spada e lo spirito, e che lo spirito vince sempre sulla spada, sul potere politico. La supremazia della Chiesa e la sofferenza che tale supremazia ha avuto sia su Dante che su Napoleone.

Dante è anche riferimento delle aspirazioni civili e identitarie della nazione, della quale era considerato l’unificatore dal punto di vista linguistico. Bonaparte considerato colui che aveva avviato un processo di formazione della coscienza nazionale, grazie alla costituzione della Repubblica e poi del Regno italico, una concezione che ha dato vita al Risorgimento e all’unificazione della Penisola.

Sia Dante che Napoleone hanno avuto un ruolo di primo piano nella vita culturale e politica non solo nei tempi in cui vissero. Un ruolo che si è arricchito di valori ideali contribuendo a proiettarli nella dimensione del mito.

L’idea di unità politica è insita in Dante e si riflette nella sua idea di unità linguistica che, attraverso Pietro Bembo (che aveva individuato nel dialetto fiorentino trecentesco delle tre corone, Dante – Petrarca – Boccaccio, la lingua letteraria italiana), si proietta fino a Manzoni. Manzoni che riprende da Dante una disquisizione sul concetto di gloria. Manzoni nella poesia “Il 5 maggio”, riferendosi a Napoleone, scrive: “Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza”.

Dante si interroga spesso sul concetto di gloria. Più che temere l’esilio, la solitudine, aveva timore di non avere sufficientemente tempo per raccontare la verità e di perdere quindi la gloria in coloro che sarebbero venuti dopo di lui (che avrebbero chiamato “antico” il suo tempo). Dante riteneva che solo ciò che è vero persiste, si infinita tra le pieghe del tempo. Si eternizza…. Il sigillo della verità è la durata nel tempo. Un concetto ripreso da Manzoni in questi versi dedicati a Napoleone. Se fu vera gloria, soltanto il tempo lo dirà.

 

 

Condividi

Stefania Romito

Stefania Romito è giornalista radiotelevisiva e scrittrice.

Lascia un commento