Anonimo veneziano – tra onde nostalgiche di malinconia

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di Stefania Romito

 

Anonimo veneziano è la storia di un amore, di un sentimento molto profondo reso straziante dal tema della morte. Berto, nella Prefazione al romanzo, fa riferimento a Ernest Hemingway, suo modello letterario, il quale affermava che “un buon scrittore non può non misurarsi ogni giorno con l’eternità, o con l’assenza di eternità”. Ed è proprio questo il tema portante del romanzo in cui a dominare non è l’azione, bensì il sentimento.

L’obiettivo di questa analisi non è certo quello di effettuare una critica letteraria o cinematografica a un sentimento, poiché è impossibile anatomizzarlo adottando un approccio di tipo razionalistico. Il sentimento si vive. Il compito della letteratura, così come quello del cinema, è quindi quello di cercare di trasmettere il più efficacemente possibile un’emozione. Emozione e sentimento che il lettore o lo spettatore riceveranno in misura più o meno intensa a seconda della bravura dello scrittore o del regista (e degli attori) e, in secondo luogo, in base alle proprie esperienze di vita.

Cercherò quindi di evidenziare quegli aspetti,  nel romanzo come nel film, che sono in grado di veicolare in maniera emozionante, e quindi efficace, sensazioni, percezioni, stati d’animo.

A noi tutti è capitato di innamorarci. L’amore è proprio degli esseri viventi. Insieme all’odio è il sentimento più potente e spesso ne rappresenta l’altra faccia della stessa medaglia.

I protagonisti della storia sono un lui e una lei (nel romanzo i loro nomi non emergono mai, rimangono “anonomi” forse proprio per far scattare quel meccanismo di immedesimazione tanto auspicato dagli scrittori), con una grande storia d’amore alle spalle. Un amore che non ha mai smesso di esistere.

Il film inizia con lui che va ad attendere lei alla stazione. La donna sta giungendo con il treno da Ferrara (nel romanzo il luogo dal quale proviene è Milano, dove vive insieme ad un uomo molto facoltoso).

Sia nel film che nel romanzo emerge fin da subito la contrapposizione tra condizioni e classi sociali. Lei è diventata una donna ricca (“… ti sei travestita da povera”) mentre lui è rimasto il ragazzo della contestazione sessantottina, ribelle, anticonformista, ma anche intimamente insicuro e fragile. Una fragilità acuita da una malattia “celata” che presto lo condurrà alla morte.

I due ex coniugi, legalmente ancora sposati, intraprendono un lento “peregrinare” in una Venezia autunnale malinconicamente nostalgica che ispira al sentimento. All’introspezione. Alla memoria.

Una Venezia in cui il mare è depositario di pregnanti significati. Per Giuseppe Berto il mare è solitudine, riflessione e lo vive come il suo modello letterario americano. Hemingway amava Venezia, città che aveva visitato più volte. Definiva il suo mare “questo mare lagunare” e ne  “Il Vecchio e il mare” si percepisce questo senso di solitudine. Una solitudine che in Hemingway si trasforma in una volontà di porre fine alla sua vita, mentre in Berto confluisce nella volontà di smettere di scrivere e di rifugiarsi a Capo Vaticano. Un luogo che si trasforma nell’isola dell’ulissismo perenne alla costante ricerca di se stesso.

Nel film il “girovagare” dei due protagonisti viene suggellato  dalle nostalgiche note di Stelvio Cipriani, autore della colonna sonora del film che insieme all’Adagio di Benedetto Marcello costituisce un momento di grande tensione lirica. La colonna sonora è uno dei fattori di forza della trasposizione filmica che la versione letteraria non possiede, anche se Berto riesce ugualmente a rievocare la magia e la suggestione di queste sonorità mediante la scrittura.

Il romanzo ha il suo incipit in una atmosfera fortemente metafisica: “Sfumata in un residuo di nebbia che non ce la faceva né a dissiparsi né a diventare pioggia, un po’ disfatta da un torpido scirocco più atmosfera che vento, assopita in un passato di grandezza e splendore e sicuramente anche d’immodestia confinante col peccato, la città era piena di attutiti rumori, di odori stagnanti”.

I rumori di Venezia sono i rumori della vita che continua. Rumori che hanno “schiacciato” questi due amanti persi che si sono ritrovati e che insieme tentano un dialogo nuovo rievocando il loro grande sentimento. Anonimo veneziano più che rappresentare il canto di una tragedia d’amore, rappresenta il canto della rievocazione di un sentimento che non è mai cessato.

In questo loro vagabondare all’interno delle calli di Venezia e nei suoi canali, passano davanti a quei luoghi che hanno significato molto nelle loro vite. Come l’Università Ca’ Foscari. Immagine dalla quale riaffiora il ricordo del loro primo incontro. Scene in cui la giovinezza si fonda alla leggerezza del vivere.

Il film, a differenza del romanzo, è giocato sulla contrapposizione tra presente e passato. Un passato felice spensierato gaio che fa da contraltare a un presente opprimente freddo malinconico, e lo scenario di una Venezia autunnale, impregnata di pioggia e nebbia, fa da sfondo a questo sentire. Un presente nel quale predomina l’orgoglio, il risentimento, la rabbia. Stati d’animo che originano dalla sofferenza.

Divenuta celebre è la frase del romanzo pronunciata dalla donna: “Quando chi ti fa soffrire è uno che ami, l’unica possibilità di difesa è amarlo di meno, se ci riesci”.

A primeggiare tra questa miscellanea di sentimenti vi è principalmente la paura. Timore da parte di lei che lui voglia interferire nella sua vita (portandole via il figlio) e l’angoscia da parte dell’uomo che si scoprirà essere provocata dalla paura di “avere paura della morte”.

Lei si interroga sul motivo che ha spinto l’ex marito a invitarla lì. Crede che intenda rivendicare la sua paternità sul figlio chiedendo l’affidamento esclusivo. Lei, almeno in apparenza, appare essere interessata alle questioni economiche.

Nel romanzo, invece, la paura di lei è più che altro circoscritta al sospetto che, non essendoci ancora il divorzio, l’uomo le voglia togliere il figlio accusandola di adulterio. Una apprensione che nella versione filmica confluisce per lo più in uno scontro di mentalità: quella borghese di lei e quella anticonformista di lui. Una ostilità tra i due ex coniugi che costituisce una maschera per celare un amore che ancora vive. Un sentimento che riemerge nei silenzi, negli sguardi malinconici rapiti tra gli scorci nostalgici di una Venezia immersa in onde di malinconia.

 

 

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Stefania Romito

Stefania Romito è giornalista radiotelevisiva e scrittrice.

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