“Il cuore di Taranto” di Michele A. Pastore: la storia di Mar Piccolo da non dimenticare – 2

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Michele A. Pastore

Michele Antonio Pastore (1941 – 2016) naturalista, biologo ed operatore dei beni culturali, salentino di origine ma tarantino di adozione, vissuta la sua infanzia in Città Vecchia quando l’Isola era non un quartiere ma la città, è stato testimone oculare dei cambiamenti imponenti della Taranto dal dopoguerra agli anni Settanta.

Come ricercatore del CNR – IAMC, ovvero come biologo marino esperto in benthos, crostacei decapodi e pesci ossei, ha dedicato la sua intera vita allo studio del Mar Piccolo, della sua ecologia, del suo ecosistema, alternando la febbrile attività di ricerca a quella di direzione (con tre mandati) dell’Istituto Talassografico presso cui ha prestato servizio per 40 anni.  Rimane, quindi, anche se recentemente scomparso, la voce più autorevole in materia di “Mar Piccolo”, ed è alle sue testimonianze scritte che attingiamo per continuare studiare la nostra storia più recente: la storia del Mar Piccolo.

 

È recente l’istituzione del Parco Regionale del Mar Piccolo per mezzo del Disegno di legge n° 88 approvato dal Consiglio regionale il 28 luglio 2020, e come legge istitutiva pubblicata sul Bollettino ufficiale della Regione Puglia n. 132 del 21/09/2020 come Legge Regionale 21 settembre 2020, n. 30, con la quale sono stati istituiti i parchi naturali regionali “Costa Ripagnola” e “Mar Piccolo”.

Questo interesse legislativo nei confronti di Mar Piccolo ci induce a guardare con accuratezza e attenzione non solo al passato di questo ambito costiero ricordando cosa è significato per Taranto, ma anche e soprattutto vigilando nel presente perché il futuro di Mar Piccolo sia tutelato e valorizzato per come merita: un’area di importantissima valenza biologica e paesaggistica; un potenziale economico elevatissimo per la Città; un luogo pubblico da non inquinare e deturpare; un Parco non solo sulla carta.

Mar Piccolo, II Seno, sullo sfondo il Ponte Punta Penna Pizzone e la Città  (foto Sabrina Del Piano)

 

Eccoci, quindi, al secondo appuntamento con “Gli ultimi cento cinquant’anni di gestione del Mar Piccolo”: saggio del naturalista, biologo marino ed operatore BB. CC. Michele A. Pastore che vide la pubblicazione in Umanesimo della Pietra – Riflessioni, 2004 (pagg. 17-36). Dopo una disamina in premessa sulle condizioni ecologiche e sulle vicende storiche del Mar Piccolo, l’Autore affronta il tema della produttività del Bacino.

Per leggere la prima puntata clicca qui: Mar Piccolo “cuore di Taranto” da non dimenticare – 01

«L’idea che si può avere circa il grado di produttività del Mar Piccolo è solo indiretta e deducibile dall’analisi dei documenti storici e dalle cronache, purtroppo spesso lacunose, in mancanza di appropriate serie storiche di stime e di statistiche. Tale idea si sostanzia, quindi, da un frammentario insieme di notizie, così come dall’insieme delle tessere utili si definisce un mosaico. È noto che al tempo del re Ferdinando I d’Aragona (1458 – 1494), durante la quaresima, l’intera corte reale si trasferiva a Taranto e si cibava dei prodotti del Mar Piccolo. Negli anni di regno di Ferdinando II di Borbone (1830 – 1859) la proprietà del Mar Piccolo era ancora divisa tra alcune famiglie nobili, la Mensa Arcivescovile di Taranto, alcuni ordini monastici e la Cassa d’Ammortizzazione del Regno. Quest’ultima riscuoteva il   fitto dell’intero specchio d’acqua, anche nei confronti di alcuni privati, esigendo una tassa che si configurava come la cosiddetta fondiaria per i terreni; aveva, inoltre, facoltà di affittare la parte disponibile del Mar Piccolo per un periodo di sei anni. Numerose erano le cale di pesca e le attività estrattive erano controllate, sicché l’elevato grado di produttività del bacino rappresentava non solo la fonte primaria di sostentamento dell’intera città, coinvolgendo nell’attività peschereccia la maggior parte dei suoi abitanti, ma, anche, una voce importante nelle entrate fiscali, sia per quel che atteneva ai dazi sui prodotti pescati.»   (cit., pag. 19).

Si legge ancora a pag. 20: «Nelle circostanze in cui venivano a mancare i controlli e crescevano le attività di pesca fraudolenta, che potevano compromettere il grado di produttività del bacino, non mancavano gli allarmi, come quello manifestato nel 1813 dal ricevitore distrettuale della Dogana di Taranto, Nicola Mastrojanni: …”mancata la custodia del guardiano del mare, da circa tre anni… e gli contrabbandi vieppiù  sono aumentati, ed aumentano tuttogiorno… le pesche private frodose si fanno in ogni tempo, sebbene fuori di stagione alle volte, e si fanno pure colle sciabiche, co’ fiaccole e co’ conci sottili, che traggono fin dal fondo del Mar Piccolo, e pesci grandi, e pesci piccoli… Una prova di quella distruzione originata co’ sciabichi, e conci piccoli, in ogni tempo per effetto delle pesche private, è la continua scarsezza del pesce in Dogana.” Il manoscritto di Nicola Mastrojanni, da cui è stato tratto il passo riportato, da ultimo è stato pubblicato da O. Santoro, Don Nicola Mastrojanni e “La liquidazione de’ danni per gli affittori dei mari in Taranto”.

Nel sessennio 1809 – 1815 risultarono affittate le aree denominate Citullo, Leo, Fontana e Flavitto, ai signori Raffaele Piccione e Fedele De Pace, che pagavano un canone annuo di 2.569,15 ducati. Nel 1860 alla Cassa d’Ammortizzazione del Regno di Napoli subentrò il Demanio del Regno d’Italia e il Mar Piccolo continuò ad essere affittato per appalti con subaste, ancora per sessenni. Il Demanio versava la tassa fondiaria di 5.732 lire per la parte di bacino adibita a pesca e molluschicoltura, traendone un canone d’affitto annuo di 35.000 lire.

Per tradurre in valore monetario corrente tali cifre e tutte le altre successivamente riferite si rimanda ai dati riportati in tabella.

Negli anni successivi all’Unità d’Italia si è sempre più e meglio sviluppata la moderna molluschicoltura tarantina, che per metodi impiantistici e per grado di produttività, già al volgere del XIX secolo, in varie circostanze fu ritenuta degna d’attenzione e di promozione, imponendosi all’attenzione degli economisti e dei legislatori, per cui ne corse fama anche oltre i confini nazionali, come riferiscono taluni autori francesi e inglesi», uno per tutti George Gissing, nel suo resoconto di viaggi mediterranei  Sulle Rive dello Jonio – appunti di viaggio nell’Italia meridionale,  Bologna, 1957.

«Con l’incameramento da parte del Demanio dello Stato, il Mar Piccolo fu visto dal governo centrale come sede strategica per l’insediamento dell’industria bellica nazionale, pertanto negli ultimi lustri del XIX secolo si provvide all’allargamento del Canale Navigabile, alla costruzione della Stazione Torpediniere, all’insediamento dell’Arsenale, dei Cantieri Navali, della polveriera di Buffoluto, eccetera.»

I nostri molluschicoltori, più volte e in occasioni differenti, hanno diffuso in Italia la tecnica tarantina di allevamento come a La Spezia, a Carlodorte, a Venezia, a Faro-Ganzirri, a Terracina e come testimonia Saverio Magno nel 1764: “gli allevamenti delle cozze ed ostriche col sistema di Taranto furono, sotto Ferdinando IV, introdotti nel Fusaro.

Agli inizi del Novecento si costituirono numerose cooperative di produzione e lavoro, la qual cosa nel 1913 impose la realizzazione in Taranto di un organo tecnico di controllo delle produzioni e di ricerca; fu, perciò, creato il Laboratorio Demaniale di Biologa Marina, poi diventato l’Istituto Talassografico.

Il Mar Piccolo aveva raggiunto tale importanza da essere considerato dagli stranieri il centro italiano della produzione dei molluschi: Tarente a été longtemps la seule région de l’Italie où les méthodés modernes étaient vraiment appliqueés d’une façon étendue; elles y prodaissaient assez d’huitres pour pouvuoir alimenter non soulement les établissements d’élevage des baies de la côte méridionale, mai aussi présque tout le marché italien (Pottier R., 1902, les Huitres commestibles et l’ostreiculture. Soc. Ed. Scient., Paris).

[Taranto è stata a lungo la sola parte dell’Italia in cui i moderni metodi erano veramente applicati in modo esteso; hanno prodotto ostriche a sufficienza per poter alimentare non solo gli stabilimenti d’allevamento delle baie della costa meridionale, ma per soddisfare anche quasi tutto il mercato italiano]

La redditività del settore peschereccio era tale da collocarsi come a prima voce nelle attività produttive degli abitanti di Taranto, dei quali il 66% nel 1862 era dedita quasi esclusivamente alla pesca e alla molluschicoltura.

Nel 1946-1947, biennio in cui la concessione era stata affidata alla Cooperativa Mitilicoltori e Ostricoltori (CO.MIO.OS), si giunse a produrre 60.000 quintali di mitili e quattro milioni di ostriche; considerando che il prezzo di vendita attuale all’ingrosso è di 0,93 euro al chilo per i mitili e di 5,50 per le ostriche [riferito all’anno di pubblicazione del saggio, cioè al 2004, n.d.r.], un chilo delle quali corrisponde mediamente a una dozzina di esemplari, si può calcolare un ricavo dalle sole aree di concessione di ben 7.500.000 euro all’anno.

Queste notizie, sinteticamente riportate, inducono alcune considerazioni sul fatto che il Mar Piccolo per le sue caratteristiche naturali è stato da sempre un ambiente costiero a spiccata vocazione produttiva: per tutelarne la pescosità a garanzia degli utili derivanti alle casse statali esso è stato continuamente oggetto d’attenzione giuridica; con i prodotti della pesca del bacino è stata movimentata l’economia tarantina fino a tutto l’Ottocento; per l’alto livello di produttività di ostriche e di mitili era considerato fino agli anni Cinquanta del secolo scorso un’area di eccellenza in campo nazionale e internazionale.» (cit., pag. 21).

Leggendo queste pagine si comprende chiaramente ciò che ha rappresentato economicamente il  Mar Piccolo per i tarantini sin dal Cinquecento, e quanto ancora potrebbe rappresentare se bonificato, ben amministrato e gestito.

La sua morfologia unica al mondo di doppia laguna a fondale sabbioso con rive in prevalenza basse e sabbiose lo rende accessibile per la sua quasi totalità del perimetro, mentre i torrenti che vi affluiscono potrebbero contribuire – se le loro acque fossero correttamente depurate – , assieme al contributo dei citri (sorgenti d’acqua sorgiva sottomarine) un apporto idrico dolce importante per l’ossigenazione del bacino, soprattutto nei mesi più caldi. Considerare Mar Piccolo come un ecosistema dinamico, come un essere vivente, potrebbe aiutare a comprenderne la sua complessità ma anche la sua fragilità, e potrebbe aiutare i pianificatori e gli amministratori a non commettere gli errori passati, come già accennato e come vedremo meglio nelle prossime puntate di questo racconto. Nel frattempo Mar Piccolo, il “cuore di Taranto”, resite.

(2. continua)

Mar Piccolo, II Seno: “giardini” di cozze e, sullo sfondo, Taranto (foto Sabrina Del Piano)

 

 

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Sabrina Del Piano

Archeologa preistorica, dottore di ricerca in geomorfologia e dinamica ambientale, esperta in analisi dei paesaggi. Operatore culturale, ideatrice di eventi culturali, editoriali ed artistici. Expert in prehistoric archaeology, geomorphology and landscapes analysis. Cultural operator and art events organizer

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