I GIORNI DELL’ORRORE A YULIN IN CINA

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La Cina, la superpotenza che ha raggiunto Marte con il rover Zhurong, muore ogni anno a Yulin in quello che è considerato, a ragione, da tutta la comunità mondiale, il festival dell’orrore, il festival della vergogna, il festival del ribrezzo in quello che può definirsi un paese pieno di contraddizioni e contrasti. Il festival di Yulin è proprio questo, chiamato orgogliosamente dai cinesi il festival della carne del cane perché nei giorni dal 21 al 30 giugno si uccidono oltre 20.000 cani a Yulin spesso rubati in tutta la Cina, in piccola parte allevati. Ma ciò che desta più orrore e disgusto è la mentalità primitiva dei cinesi, secondo il quale la carne del cane è più buona se l’animale soffre molto prima di morire. E così a Yulin è possibile vedere all’aperto fra migliaia di persone festanti e sorridenti cani che vengono uccisi in modo brutale. Tutto fa spettacolo e attira i clienti. E la gente ride mentre vede cani cotti vivi in pentoloni dopo avergli amputato o tagliato i tendini delle zampe per non farli sfuggire, oppure impiccati e contemporaneamente bastonati per soffrire di più o bruciati vivi piangere straziati fino alla morte e non aggiungo altre torture per la sensibilità dei nostri lettori perché, credetemi c’è da svenire a vedere l’insensibilità e la violenza dei cinesi. Una violenza che ci riporta al passato comunista di cui dobbiamo temere oggi più di prima. Perchè non si scappa, questa è la Cina moderna, un paese con auto elettriche, treni superveloci, razzi planetari, che crede ancora però alle stregonerie come queste dei cani che devono soffrire perché la carne sia buona o che il corno di rinoceronte triturato aumenta la virilità o che i topolini si mangiano vivi come caramelle per migliorare la salute. Una cultura troppo diversa dalla nostra che vuole imporsi al mondo e, soprattutto, una dittatura comunista ed imperialista che sta cercando di conquistare pericolosamente il pianeta col denaro. Non dobbiamo dimenticare che in Cina c’è un solo partito, il partito comunista e chi si oppone muore. Niente di diverso dal fascismo, solo che la Cina fa paura perché è una superpotenza  economica e i grandi stanno tutti zitti per timore. Ma ciò che preoccupa di più è che i cinesi non conoscono la parola umanità in senso occidentale e non l’hanno mai conosciuta. Non dobbiamo dimenticare che la Cina comunista è un paese dove vige ancora oggi la pena di morte, eseguita con un colpo di pistola e lo stato pretende dai familiari pure il pagamento della pallottola impiegata, un paese dove ogni cittadino è controllato dalla nascita tramite il telefono e le telecamere, dove i medici che hanno  denunciato il covid sono stati fatti sparire, dove ti impongono di non aver più di un figlio a famiglia. Il festival di Yulin si inserisce in questo contesto, malgrado mobiliti ogni anno attivisti da tutto il mondo per comprare e salvare più cani possibili. A nulla sono servite le rimostranze della comunità mondiale per dare a questi animali una morte dignitosa. Troppo potente l’oligarchia comunista del luogo e troppo fragile il governo nazional comunista che non riesce neanche a fermare un festival che butta fango su una nazione intera. La Cina si dimostra in questo quello che è sempre stato: un colosso di argilla impotente ad imporsi sulla sua comunità. E tanto altro ci sarebbe da dire su Yulin, sugli imbrogli su cui lo stato impotente chiude entrambi gli occhi. Ed infatti, oltre ad essere per la maggior parte cani rubati, molti cani vengono gonfiati di acqua con pompe che gli sono infilate nello stomaco per farli apparire più grassi. La polizia non vede, non sente, non controlla. Anche l’illegalità è consentita. La preoccupazione dello strato cinese sono le minoranze musulmane cinesi che vengono oppresse o quelle tibetane. Li lo stato interviene  e fa il forte malgrado le rimostranze del mondo intero.

(immagine di copertina tratta dal web)

 

 

 

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Pierpaolo Piangiolino

Avvocato e grafologo giudiziario iscritto all'albo dei CTU e periti del Tribunale di Taranto. Calligrafo e Tecnico di Biologia Marina specializzato presso l’Università di Bari. Romanziere, vignettista e cruciverbista

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