Caro Ministro Speranza le scrivo…lettera aperta del dorr. Giancarlo Donnola (ANAAO AssoMed Taranto)

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Egregio Ministro,

mi permetto di scriverLe, in qualità di Segretario Aziendale per Taranto e Consigliere regionale dell’ANAAO-Assomed, in nome di chi non ha diritto alla parola, tutti i precari dei Pronto Soccorso dell’ASL Taranto.

Ma non solo dato che sono convinto che la loro non sia una storia, anzi un’odissea, isolata ma che in molti vi si possano riconoscere.

Non è una novità che la struttura del Pronto Soccorso, o MECAU con un termine più moderno, ma che non cambia la sostanza, attraversi una crisi profonda da oltre venti anni. Crisi che anche io, come Dirigente a tempo determinato, ho vissuto sulla mia pelle e quella della mia famiglia negli ultimi anni del secolo scorso prima di tornare a fare il Chirurgo.

Nel campo dell’assistenza sanitaria non possono esistere più strutture autonome. Il territorio e l’ospedale sono sempre più legati.

Il Pronto Soccorso non è, come molti credono, utenti compresi, un centro smistamento pazienti o un posto dove ottenere velocemente esami che richiedono tempi lunghi d’attesa ma una struttura deputata a diagnosticare e trattare le più disparate patologie in tempi brevi. 24 ore al giorno 365 giorni l’anno.

È il primo reparto dell’ospedale schiacciato tra le problematiche della medicina del territorio e la carenza di posti letto ospedaliera. Risente del blocco del turn over per il personale (quasi 24mila unità in meno nel SSN dal 2009 ad oggi) con carichi di lavoro sempre più pesanti, dell’organizzazione della medicina territoriale o, meglio, della disorganizzazione della medicina territoriale da cui ci si aspettava un “filtro” dell’emergenza con la possibilità di gestire a domicilio o in strutture ambulatoriali le piccole emergenze, riducendo così gli accessi ai Pronto Soccorso ospedalieri, soprattutto quelli “impropri” (il 30% del totale) e con un Servizio di Guardia Medica e 118 che vede progressivamente ridurre il numero degli “addetti” che fuggono da posti di lavoro convenzionati senza futuro. In ultimo, ma fattore non meno importante della riduzione dei posti letto ospedalieri (71mila dal 2000 a oggi oltre i 3.000 previsti dai nuovi standard del Patto per la salute).

Il Pronto Soccorso è il luogo che deve fornire una risposta anche a quel 30% di accessi impropri (95% codici bianchi e 20% verdi) che spesso celano un’emergenza sociale.

Sono molteplici i fattori che spingono i cittadini a rivolgersi al Pronto soccorso: scarsa fiducia nella Medicina generale, “comodità” nella convinzione che al Pronto soccorso sia possibile ottenere una risposta in tempi brevi senza dover affrontare i tempi di attesa che spesso contraddistinguono il sistema sanitario nazionale, salute vissuta come un diritto al quale non si può prescindere, ansia, scarsa fiducia nei confronti del Servizio di guardia medica. Il COVID è stata la goccia che ha fatto traboccare l’acqua dal vaso.

Sicuramente il Pronto Soccorso non è uno dei reparti più ambiti in cui lavorare, specialmente nei grossi centri. Si lavora ininterrottamente h 24, bisogna essere esperti in tutte le branche della medicina, non c’è possibilità di ritagliarsi uno spazio per la libera professione accontentandosi dello stipendio ospedaliero. Lo spettro della denuncia che incombe. E allora via alla medicina difensivistica.

Oltre tutto questo c’è sempre la sensazione di essere inferiori. Di essere quelli che non lavorano in un reparto che t’identifichi come “specialista in” agli occhi della gente, quelli del “ma tanto sono solo Medici del Pronto Soccorso”.

E fra tutti i volti stanchi dei Colleghi di tutti i Pronto Soccorso della provincia Jonica, ma in cui potranno riconoscersi tanti altri Colleghi del resto d’Italia, vediamo delle figure che, se possibile, sono in uno stato ancora peggiore.

Quelli che, senza voler offendere nessuno, potremmo definire i nuovi “negri” d’Italia. Non ci sono distese agricole dove persone sottopagate lavorano sotto il sole e caporali che le assumono. Il datore di lavoro è lo Stato, il reclutatore l’ASL, il posto di lavoro l’Ospedale. Ma loro sono quelli che nella Sanità degli ultimi 20 anni, hanno permesso di mantenere aperti i Pronto Soccorso. Gli ultimi, i negletti, quelli da sfruttare e poi gettare via quando non servono. Non stiamo parlando di braccianti agricoli, a cui, comunque, va riconosciuta la loro dignità, ma di professionisti del campo sanitario. Di persone che hanno dedicato sei anni della loro vita, con enormi sacrifici personali e per loro per le famiglie, per laurearsi in Medicina e Chirurgia. Medici. Come tutti gli altri. Medici che credono ancora nel giuramento d’Ippocrate. Medici che come moderni “schiavi”, e perdonatemi il termine che potrebbe apparire inappropriato, sono stati “reclutati” dalla nostra, come da tante altre, ASL per sopperire a una carenza cronica. In violazione della legge. A tempo determinato o CoCoCo che siano. Medici senza futuro.

Non potranno mai partecipare a un concorso… non hanno una specializzazione.

Non potranno mai chiedere un mutuo. Non hanno un posto di lavoro “fisso”. Non potranno mai addormentarsi senza pensare se, alla scadenza, il loro contratto sarà rinnovato e che futuro potranno assicurare alle loro famiglie.

Medici sotto perenne ricatto. Costretti a turni massacranti in violazione della legge 161 sugli orari di lavoro. Medici reperibili la mattina e il pomeriggio, in violazione del contratto. Con un unico ritornello in mente : “ricordati che sei un precario. Il tuo contratto potrebbe non essere rinnovato”. E allora zitti e si lavora.

Un contratto da 36 mesi…l’ennesima illusione. Non potranno mai essere stabilizzati. Medici che lavorano in Pronto Soccorso da tre, quattro e anche, potrebbe sembrare allucinante, dieci anni. Ma non hanno diritto a incarichi o scatti di anzianità. Le ferie quando possibile. Le ore in più mai recuperate.

E allora molti decidono di andar via.

Alcuni all’estero, i più giovani, altri affidando le proprie speranze ai corsi per Medici di Base. Stessa situazione nelle Guardie Mediche, spesso chiuse perché non si trovano medici. Pagano di più per l’USCA o per fare i vaccini.

Non più medici ma manovali che si spostano da un posto all’altro in cerca di lavoro.

Ancora peggio nel Servizio 118.

Come si può pensare che un convenzionato, che vede la pensione a 70anni, continui tutta la vita a correre in ambulanza. Inverno ed estate.

Allora si moltiplicano, e qualcuno si chieda il motivo, le postazioni senza medici. Molte volte senza infermieri.

Medici spostati da una zona all’altra senza un’apparente logica.

Ambulanze che arrivano sul luogo di un incidente stradale solo con due soccorritori-autisti.

E allora? Se va bene un ennesimo paziente improprio in Pronto Soccorso, se va male un altro morto da piangere. E le denuncie volano.

Egregio Ministro, la crisi dei Pronto Soccorso dell’area Jonica, e non solo, non è quella di un sistema ma è rappresentata dai volti e dalle storie di medici che hanno creduto in una “missione” e che non hanno futuro.

E’ nel volto di quei figli che chiedono sempre “perché non sei mai a casa? o “dove vai a quest’ora? E’ Natale”.

E’ nel volto di quei genitori che devono fare da garanti al mutuo per vedere i loro figli acquistare finalmente una casa loro.

E la soluzione non è sicuramente quella d’inviare medici dei reparti in Pronto Soccorso considerate, anche, le gravi carenze attualmente in atto come fatto nella nostra come in altre ASL.

Non vogliamo cercare colpevoli ma solo soluzioni. Possibilmente veloci.

Io ho affrontato la pletora medica, lo sfruttamento delle sostituzioni, i concorsi per accedere alla specializzazione e, dopo, all’ospedale. Gli anni di precariato. Ho vissuto quello di cui parlo.

Tra pochi anni, secondo gli studi ANAAO, la carenza di specialisti sarà superata. Anni che non possiamo permetterci di aspettare.

Io, ora, vorrei contribuire a dare dignità a Colleghi sfruttati quando c’era bisogno, a Colleghi che ci hanno permesso di superare o, almeno, affrontare un poco meglio, la crisi dovuta alla carenza di Specialisti.

Colleghi che, non scordiamolo mai, sono Dottori in medicina e Chirurgia. Hanno il nostro stesso titolo di laurea e il diritto di lavorare nella piena legalità. Non come è successo sino ad ora.

Colleghi che possono e vogliono dare ancora molto alla comunità.

Questo è il motivo per cui mi sono permesso, nell’allegato a questa lettera, di porgerle un suggerimento, il modo di permettere a questi Colleghi di specializzarsi e, quindi, di poter essere assunti a tempo indeterminato. Un’idea che se realizzata, potrebbe restituire dignità e un futuro a chi l’ha conquistata ma non può ottenerla.

Sono stato definito un visionario quando ho chiesto aiuto al Sottosegretario alla Giustizia, On. Francesco Paolo Sisto.

Sono stato ricevuto, insieme con i vertici ANAAO, e ascoltato.

Abbiamo uno Scudo Penale COVID che se, come negli obiettivi dell’On. Sisto, dovesse essere il preludio a una riforma della legislazione nel settore della responsabilità medica, ritengo sarebbe il corollario di tante battaglie.

Vengo definito un visionario ora che chiedo a Lei la stessa cosa. Ci riceva e ci ascolti. Ascolti le storie che le porteremo. Esamini le nostre proposte. Proposte che vengono da chi negli ospedali ci lavora.

La nostra proposta è un punto di partenza non d’arrivo.


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Redazione Oraquadra

La redazione.

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