Terremoto dell’Irpinia del 1930: la memoria è testimone. Intervista a Stefania Romito

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Rapolla, ore 01:08.  E’ una notte d’estate, la gente dorme nei campi per il lavoro di mietitura. Vento fresco a 450 metri sul livello del mare, eppure il terreno è caldo. Emana un insolito calore che sembra provenire dalle sue crepe, dalle fessure, dalle zolle che ancora tengono strette le radici del grano maturo. Vincenzo* si sveglia di soprassalto, sbarra gli occhi perché non capisce se ha sognato o sentito per davvero un boato. Si guarda intorno, un po’ intontito, poi trattenendo il fiato capisce: la terra trema violentemente sotto di lui, producendo quel rumore cupo che corre veloce di poggio in poggio, di valle in valle, che sembra arrivare da ovunque eppure lo contiene, lo sommerge, lo travolge. Il cuore in gola, il respiro strozzato dalla paura, prima un senso di paralisi, poi un urlo esce da solo: “Il terremoto! Il terremoto! Il terremotoooooooo!!!”

Era il 23 luglio 1930, poco dopo l’una di notte si  scatenò il più violento terremoto in Irpinia dopo quello del 1908. Decimo grado della Scala Mercalli, ovvero magnitudo 6,7. Epicentro: tra Lacedonia e Bisaccia, due piccoli Comuni della provincia di Potenza. Tre regioni interessate, Campania Basilicata e Puglia; sette province, cinquanta comuni, 1404 persone morte; 4264 feriti, centinaia di migliaia i senzatetto. Nei comuni più colpiti crollò il 70%delle case, se si potevano chiamare tali. Povere costruzioni costituite da una o due stanze, senza servizi, costruite con ciottoli fluviali o con blocchetti di materiale tufaceo tenuti insieme da malte di scarsa qualità o da fango secco.  In una manciata di secondi, un’apocalisse.

Abbiamo la fortuna ed il piacere di dialogare con una custode di questa storia, o meglio di uno dei tanti risvolti di questa storia.

Stefania Romito, giornalista radiotelevisiva e scrittrice, accetta di buon grado di rispondere alle nostre domande, e nelle sue risposte svela l’intreccio tra il Terremoto del Vulture e la sua esperienza.

Rapolla (Pz), una via del paese (ph Stefania Romito)

Il terremoto del 23 luglio 1930 in Irpinia è intrecciato alla storia della sua famiglia, ci può raccontare come?

«Esattamente 91 anni fa si verificava in Irpinia un devastante terremoto che interessò anche la mia famiglia di origine. Infatti il luogo che diede i natali a mia madre è Rapolla, una bellissimo borgo alle pendici del Vulture, nel cuore della Basilicata. Durante il sisma, soltanto in questo paese morirono 26 persone tra cui il mio bisnonno materno. Dante Solibello, questo era il suo nome, era un uomo molto amato e stimato non solo per la sua profonda cultura (era un insegnante di musica) ma anche per la sua grande generosità. Nella sua bottega di barbiere i più bisognosi non pagavano nulla ed erano sempre ben accetti. La notte del 23 luglio del 1930 Dante Solibello perse la vita a causa del crollo del tetto della sua abitazione. La moglie e i figli si salvarono.

Il 1930 è anche l’anno in cui venne edificata appena qualche mese prima del terremoto la Chiesa Metodista di cui Dante Solibello faceva parte, che durante il sisma rimase miracolosamente intatta. La figlia Ofelia era fidanzata con Stefano Locoratolo, padre di mia madre. La loro unione fu fortemente contrastata dal padre di lui a causa di della diversa professione di fede della ragazza. Ofelia, infatti, era di religione protestante mentre Stefano era cattolico praticante. Per amore di lei si convertì al protestantesimo ed ebbe un ruolo di primo piano nella costruzione della Chiesa Metodista. Mio nonno Stefano riuscì a fare pace con l’anziano padre poco prima che lui morisse. Dopo la morte del padre, mio nonno e mia nonna andarono ad abitare nell’edificio a corte costruito dal padre, proprietario di una impresa edile. Un complesso che comprendeva una trentina di appartamenti abitato esclusivamente da componenti della stessa famiglia. Ed è proprio in questa corte che ho collocato l’abitazione del protagonista del mio romanzo “Il buio dell’alba”  per i tipi di LibroMania – De Agostini. L’appartamento di Tonino è idealmente collocato in quella che fu la casa di mia zia Titina, l’ultima discendente della famiglia Locoratolo ad aver abitato in quel contesto familiare.»

La costruzione della Chiesa Metodista quali conseguenze ha avuto nelle dinamiche familiari dei suoi avi, e nella comunità di Rapolla?

«La religione protestante venne introdotta in questo piccolo borgo lucano dal nonno di mia madre. Nazareno Solibello, padre di Dante, ancora ragazzo si trasferì in America. Era l’epoca della grande emigrazione e furono molti gli uomini di Rapolla a recarsi oltreoceano in cerca di fortuna. Fu lì che si convertì alla religione protestante. Quando tornò al paese fondò la prima comunità evangelica. La vita dei primi protestanti di Rapolla non fu affatto semplice; vennero molto contrastati dalla popolazione locale di religione cattolica. La costruzione della Chiesa Metodista rappresentò un momento decisivo per questa prima comunità. La loro condizione  migliorò gradualmente e finalmente ebbero un luogo sacro dove riunirsi in preghiera e professare liberamente la loro religione.

Riguardo la storia personale della mia famiglia, nonno Stefano venne notevolmente contrastato non solo dal padre ma anche dai numerosi fratelli e sorelle che non accolsero di buon grado la sua conversione. Dopo il matrimonio, però, i rapporti migliorarono decisamente anche grazie allo straordinario carattere della moglie Ofelia. La sua natura riservata, onesta e corretta, fece breccia nel cuore della famiglia del marito.

Oggi la Chiesa Metodista di Rapolla è gestita da alcuni componenti della mia famiglia, unitamente al Pastore, e rappresenta un punto di riferimento importante non solo da un punto di vista religioso, ma anche culturale e sociale. La Biblioteca Orizzonti, adiacente alla Chiesa, è stata fondata  dai miei zii, Guerino Pianta e Mirella Locoratolo, all’interno della quale vengono organizzati periodicamente eventi culturali per lo più rivolti alle nuove generazioni. La Chiesa Metodista, inoltre, è sempre in prima linea nel prestare aiuti alle famiglie indigenti e nell’accoglienza agli stranieri che desiderano integrarsi con la popolazione locale.»

Rapolla (Pz), Chiesa metodista (ph Sefania Romito)

 Facciamo un passo indietro, anzi mezzo, perché lei ha citato quasi sottovoce la sua ultima fatica letteraria, tra l’altro già premiata. Quale è stata la molla che l’ha spinta a scrivere il suo romanzo?

«Ad un certo punto della mia esperienza letteraria, avvertivo forte l’esigenza di raccontare una tragedia storica che avesse per oggetto le persecuzioni religiose. In virtù della mia storia personale sono sempre stata piuttosto sensibile all’argomento, ed avendo incontrato un professore esperto di Storia del Mezzogiorno e di Minoranze religiose, il prof. Tommaso Russo, mi è venuto naturale coinvolgerlo nella ricerca storica intrapresa sulla strage dei Valdesi avvenuta a Montalto nel 1561. Un fatto tragico che rappresenta uno dei tanti misteri del romanzo e che si va ad intrecciare al presente in cui vivono molti dei personaggi di Rapolano (nome antico di Rapolla) tra cui il giovane protagonista Tonino. Un intreccio piuttosto complicato che ho cercato di rendere fluido con una scrittura più “visiva” che “narrata”. Un doppio omaggio alle miei origini poiché propone un evento storico di carattere religioso e un’ambientazione che rimanda alla località che diede i natali a mia madre. Un luogo che rimarrà sempre magico nel mio cuore.»

A proposito di località, in che rapporto è oggi con i suoi luoghi d’origine?

«Qualche giorno fa sono tornata a Rapolla (Rapolano) ed è stato come immergermi in un lontano passato, reso eterno dai ricordi. Emozioni e sensazioni che ho cercato di ricreare nel mio romanzo facendo emergere l’aspetto antropologico di un paese in cui il tempo sembra essersi fermato. Un passato che confluisce nella modernità e che riesce a preservare i valori fondanti dell’essere umano. Perché è proprio nelle tradizioni, nel rispetto dei sapori semplici della quotidianità, che possiamo rinvenire la nostra autentica essenza. I racconti di mia madre mi proiettano ancora oggi in quella dimensione “inviolabile” in cui tutto è magia. Questo libro nasce anche dall’esigenza di preservare il ricordo di un tempo lontano in cui la realtà aveva il colore del sogno.»

Non possiamo non essere d’accordo con Stefania Romito, quando afferma che la memoria di un evento va tutelata e preservata. Quale mezzo migliore per fare ciò, se non attraverso l’utilizzo di uno strumento come il libro, un evergreen della comunicazione che unisce più generazioni?

Ringraziamo la dottoressa Romito con la promessa di leggere il suo avvincente romanzo e auguriamo al suo libro tanta, tanta fortuna.

 

Stefania Romito

L’Autrice

Stefania Romito è giornalista radiotelevisiva e scrittrice. Come giornalista collabora con diverse testate giornalistiche anche nazionali. È ideatrice e conduttrice di diversi format culturali televisivi e radiofonici tra cui la trasmissione televisiva di approfondimento giornalistico “Noi italiani” che va in onda su
Tele7Laghi e la trasmissione radiofonica “Ophelia’s friends on air”, giunta alla sesta edizione, che va in onda su Radio Punto e Web Radio Network.

È responsabile letteraria del Nuovo Rinascimento di Milano fondato dall’artista milanese Davide Foschi, con presidente Rosella Maspero, e responsabile letteraria per la Lombardia del Sindacato Libero Scrittori Italiani (SLSI) con sede a Roma.
Come scrittrice ha all’attivo diverse pubblicazioni tra cui il romanzo di esordio “Attraverso gli occhi di Emma” (Alcyone Editore), il serial thriller “Ophelia, le vite di una ghost writer” (Alcyone Editore), la
raccolta lirica “Volare d’amore” (Asino Rosso Edizioni) scritta insieme al poeta albanese Arjan Kallco, il saggio “Dante ab aeterno” (Asino Rosso Edizioni)”, “Il poeta eretico” (Asino Rosso Edizioni), “Il buio dell’alba” (LibroMania – De Agostini).

 

Vincenzo*: personaggio di fantasia creato per l’occasione dall’autrice dell’articolo (S. Del Piano) al fine d’introdurre con una finzione documentata il Terremoto del Vulture del 23 luglio 1930. Si dichiara di non esserci alcun riferimento a persone realmente vissute.

 

 

 

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Sabrina Del Piano

Archeologa preistorica, dottore di ricerca in geomorfologia e dinamica ambientale, esperta in analisi dei paesaggi. Operatore culturale, ideatrice di eventi culturali, editoriali ed artistici. Expert in prehistoric archaeology, geomorphology and landscapes analysis. Cultural operator and art events organizer

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