L’illuminismo “illuminato” di Dante

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di Stefania Romito

Dopo il Rinascimento, l’uomo si rese finalmente conto di esistere non solo come creatura di Dio, ma prese coscienza anche di possedere una propria autonomia di pensiero. Dopo i lunghi secoli bui in cui la teologia aveva invaso il mondo escludendo l’uomo, si diffonde il chiarore di un nuovo giorno che nasceva dall’uomo illuminandolo e ricollocandolo al centro della sua esistenza, rifacendosi a quella che era la cultura filosofica greca che poneva al centro l’uomo, con il suo pensiero e la sua ragione.

Solo la ragione poteva dar luce all’uomo, fargli comprendere la vita, la natura che lo circonda, aiutandolo a rischiarare il buio del suo cammino esistenziale.

Tra gli aspetti che contraddistinguono l’illuminismo vi è la fede nella ragione e nel potere illuminante della conoscenza. Una concezione, quella illuminista, che guarda con diffidenza al Medioevo ritenuto un’epoca in cui trionfa il “buio” dell’irrazionalità e della superstizione.

Il giudizio negativo nei confronti del Medioevo determina di conseguenza anche un atteggiamento critico nei confronti di tutta l’opera dantesca e, in particolare, nei riguardi della Divina Commedia.

La diffidenza degli illuministi nei confronti del mondo dantesco è evidente nel giudizio dissacrante di Voltaire il quale definisce la Commedia come un poema “bizzarro”.

Voltaire, che insieme a Rousseau, Montesquieu e Diderot è considerato essere tra i più grandi pensatori illuministi, non apprezzava per nulla Dante. Dante rappresentava per Voltaire un fenomeno d’irrazionalità e la Divina Commedia era da lui giudicata come un’opera di cattivo gusto, totalmente al di fuori dei canoni  del poema epico.

La traduzione che fa Voltaire di alcuni versi della Divina Commedia (lui traduce parte dell’episodio di Guido di Montefeltro nel canto XXVII dell’Inferno e quello di Marco Lombardo del canto XVI del Purgatorio) è accompagnata da un commento ironico, canzonatorio a dimostrazione di quanto non solo non apprezzasse Dante ma soprattutto a dimostrazione di quanto non avesse per nulla compreso la sua grandezza.

L’aspetto più radicale dell’Illuminismo è il rifiuto nei confronti di ciò che è trascendente. Un rifiuto che si manifesta contro tutte quelle convinzioni che si basano su un uso dogmatico della ragione, come l’accettazione di “verità” rivelate. L’Illuminismo percepisce il trascendente come qualcosa che distrae l’uomo dal suo compito terreno e dalla sua essenza interiore.

Per l’illuminismo la difesa della libertà dell’uomo diventa difesa di quei convincimenti religiosi che sono dettati dalla ragione. Per Dante, invece, la libertà dell’uomo si manifesta con l’adesione a quella che era la Chiesa delle origini, alla Chiesa povera, quella autentica, quella che si basava esclusivamente su quei valori morali che in seguito sarebbero stati contaminati da tutti quegli aspetti che Dante aborriva e di cui ne dà dimostrazione nella Commedia.

A mio parere, è in questo che si manifesta l’illuminismo di Dante: nel fare coincidere l’esigenza degli illuministi di concepire il culto di Dio un fatto personale e intimo (rifiutando qualsiasi intermediazione tra creatore e creato, tra Dio e gli uomini), con quello che era il cristianesimo delle origini.

Dante riteneva che tutti i pontefici saliti sul soglio di Pietro, dopo la “donazione dell’imperatore Costantino”, meritassero di andare all’inferno. Dante giudicava la donazione come un atto non valido (pur riconoscendone l’autenticità), e criticava la Chiesa di averlo adottato come prova giuridica del proprio potere temporale. Infatti, Dante a Costantino non rimprovera l’adesione al cristianesimo, bensì il principio di un fenomeno che lui definiva “corruttivo”, arbitrario.

Con questa donazione, l’imperatore Costantino sanciva di fatto la superiorità del potere papale su quello imperiale e contravveniva, secondo Dante (e in questo sta la sua luminosità di pensiero!) anche all’obbligo di povertà per la Chiesa, poiché questo documento confermerebbe la donazione alla Chiesa di Roma di proprietà immobiliari estese fino in Oriente.

Dante, quindi, avrebbe contestato all’imperatore Costantino non solo di aver sancito la superiorità del papato sul potere imperiale, ma di aver tradito il messaggio del cristianesimo delle origini attraverso la concessione di innumerevoli proprietà immobiliari.

Infatti nel XIX canto dell’Inferno, Dante scrive: “Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, non la tua conversion, ma quella dote che da te prese il primo ricco patre!”.

Voltaire, che non amava molo Dante, sembrava invece apprezzare moltissimo un grande estimatore di Dante: Torquato Tasso. Ci sono innumerevoli aspetti di Dante che Tasso recupera, come sottolineo nel mio testo “Dante ab aeterno” (Asino Rosso Edizioni).

Ma questa è tutta un’altra storia.

 

 

 

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Stefania Romito

Stefania Romito è giornalista radiotelevisiva e scrittrice.

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