Ulisse e Guido da Montefeltro nella Commedia dantesca

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di Stefania Romito

Nella sesta bolgia dell’ottavo cerchio dell’inferno dantesco si trovano gli ipocriti, coperti di cappe di piombo rivestite d’oro. Dante si sofferma a parlare con due frati bolognesi, Catalano e Loderingo, tristemente noti anche a Firenze dove avevano avuto una funzione pubblica come podestà. Il sommo poeta è tentato di dire loro qualcosa di sgradevole, quando il suo sguardo è attirato da un crocefisso in terra con tre pali. Si tratta di Caifas, il grande sacerdote dei farisei, dannato per il comportamento tenuto nei confronti di Cristo.

Questo aspetto viene chiarito a Dante da Catalano, dal quale Virgilio apprende di essere stato ingannato da Malacoda (non c’è infatti nessun ponte intatto); al suo stupore fa riscontro la beffarda battuta dell’ipocrita che  si prende gioco dell’ingenuità di chi presta fede al demonio. Virgilio non può fare a meno di adirarsi e questo suo turbamento si prolunga nel canto successivo attraverso una lunga similitudine campestre che lascia intendere  come questa ira sia di breve durata, simile alla brina rispetto alla neve.

Arrivato alla settima bolgia, Dante nota un groviglio di serpenti che richiamano alla sua memoria i tanti della Libia descritti da Lucano; in mezzo, una folla sparsa di dannati, sottoposti ad attacchi di vario genere. Un dannato viene incenerito ma poi ritorna immediatamente all’aspetto umano. Si tratta di Vanni Fucci, di Pistoia, che Dante ha conosciuto in terra, al quale chiede quale sia la colpa che l’ha trascinato in quella bolgia. Fucci confessa di essere lui il vero responsabile del furto degli arredi di preziosi nel duomo della sua città, addebitato a un innocente. A questo punto rivela al poeta un evento che peserà sulle sue sorti di esule. Dietro alle sue parole si coglie l’allusione alla battaglia di Campo Piceno, durante la quale i Bianchi furono sconfitti dai Neri guidati da Moroello Malaspina. All’attacco feroce di altri serpenti segue il sopraggiungere del Centauro Caco e poi di altri tre dannati fiorentini. Prende avvio una serie di stupefacenti metamorfosi. La prima è la terrificante fusione delle due nature (l’uomo e un serpente con sei zampe) in un essere mostruoso. Mentre l’uomo-serpente si allontana, un serpentello trafigge l’ombelico di uno dei tre fiorentini. È l’inizio di una portentosa metamorfosi di due nature, con l’uomo che diventa a poco a poco serpente e il serpente che si trasforma in uomo. Una mirabile dimostrazione di bravura che induce Dante a sfidare i due massimi poeti di metamorfosi: Ovidio e Lucano.

All’invettiva contro Pistoia, all’inizio del XXV canto, ne segue una seconda, nell’esordio del XXVI, contro una Firenze riconosciuta “città di ladri” non meno dell’altra. Si annuncia il tema della follia, cioè dei rischi per chi superbamente tenti imprese non consentite dalla volontà divina. Un tema affacciatosi all’inizio del viaggio a proposito dei dubbi che erano insorti in Dante.

L’episodio di Ulisse viene preparato da una straordinaria descrizione del luogo dove non si puniscono i colpevoli di superbia intellettuale bensì i cattivi consiglieri (vv25) …quante ‘l villan……ve ‘l fondo parea. Brano paradigmatico per il carattere della perifrasi dantesca, che incrementa la realtà invece di allontanarla, sia nel designare la stagione (l’estate, durante la quale il sole tiene meno nascosta a noi la sua faccia, quando le ore di luce sopravvanzano quelle di buio) in cui ambienta la scena del contadino che dalla collina guarda verso la valle, sia l’ora, che è l’imbrunire, quando al tormento delle mosche segue quello delle zanzare.

È Virgilio  che si assume il compito di parlare con le due anime che si nascondono dentro una fiamma bifida, Ulisse e Diomede. I due dannati sono accoppiati solo per le loro prodezze in fatto di consigli fraudolenti, di cui il più noto riguarda il cavallo di Troia. In realtà, la domanda che Virgilio pone riguarda solo Ulisse, chiedendogli dove sia finito a morire. Il racconto di Ulisse si estende dal verso 90 fino al verso conclusivo del canto, in cui vengono citate le motivazioni del suo ultimo viaggio, la rinuncia agli affetti familiari per un’inestinguibile brama di conoscenza “..né dolcezza di figlio….l’alto mare aperto”, fino alla tragica conclusione dello stesso dopo che Ulisse aveva convinto i compagni, in nome di un nobile ammonimento (“fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”) a seguirlo oltre le colonne d’Ercole, nell’oceano.

Mirabile la descrizione dell’affondamento della nave, così come spetta alla capacità inventiva l’immaginare che Ulisse potesse vedere quella montagna del purgatorio che sarà dato ai due poeti raggiungere solo al termine dell’itinerario infernale. Anche il XXVII canto è dedicato a un solo personaggio e allo stesso peccato. Si tratta di un contemporaneo, il capitano ghibellino Guido da Montefeltro, il quale chiede notizie della sua terra. La Romagna. Ed è Dante, questa volta, a dialogare con il dannato, dandogli notizie fresche di Ravenna e Cervia, Forlì, Imola e Cesena, e chiedendogli di raccontare la sua storia. Il dannato accetta solo perché è convinto di parlare a un’ombra e non a un vivo, che potrebbe infamarlo in terra.

Guido Da Montefeltro inizia il suo racconto con un autoritratto, rievocando la fama venutagli dalla sua astuzia sopraffina e come però, invecchiato, si desse a penitenza facendosi francescano. A questo punto era già arrivato il Convivio, che lo citava come esempio di ravvedimento. Dante, però, ha saputo nel frattempo che Guido è stato convocato da Bonifacio VIII perché gli indicasse la strada per piegare la resistenza dei Colonna a Palestrina. L’imperatore Costantino aveva implorato l’aiuto di papa Silvestro per guarire dalla lebbra, Bonifacio invece lo chiese a Guido come a un medico di ben altro genere (vv 98) …domandommi consiglio… Non è ben chiaro se la formula del raggiro suggerito da Guido (lunga promessa con l’attender corto) sia reperibile già nel latino dei cronisti, sicuramente inedito e inventato da Dante è l’astuto discorso di Bonifacio, ebbro di potere, che comprende l’ironica allusione a Celestino V (mio antecessor). Sta di fatto che Guido cade nel tranello e alla sua morte S. Francesco, che è venuto a prendere l’anima del suo fraticello, è ridotto al silenzio dal ferreo sillogismo del diavolo di turno, in base al quale “prima si ha il peccato, poi il pentimento”.

 

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Stefania Romito

Stefania Romito è giornalista radiotelevisiva e scrittrice.

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