Dante e le profezie della Commedia

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di Stefania Romito

 

Nella Divina Commedia Dante inserisce una serie di profezie che sono o relative al destino del mondo dopo l’anno 1300 (l’anno in cui ha inizio il suo viaggio ultraterreno), oppure riguardanti il suo stesso personale destino.

Ma all’interno di queste macrocategorie vi è una ulteriore suddivisione. Alcune di queste profezie rientrano nell’ambito di quella categoria definita “post eventum”( eventi che Dante fa pronunciare ai suoi personaggi facendogli usare un verbo al futuro. Si tratta di eventi che si sono già verificati nel lasso di tempo che intercorre tra la data del suo viaggio e la scrittura del poema), oppure si tratta di profezie reali relative a un futuro che Dante può solo ipotizzare, immaginare.

Emblematico in questo senso è l’incontro con Farinata degli Uberti nel X canto dell’Inferno. In questo canto, oltre a Farinata, Dante incontra anche Cavalcante dei Cavalcanti, padre del caro amico Guido. Sia Farinata che Cavalcante sono epicurei,  “materialisti” che non credevano nell’immortalità dell’anima. Farinata era ghibellino mentre Cavalcante apparteneva al casato guelfo, pur essendo imparentato con lui dal momento che il figlio Guido aveva sposato la figlia di Farinata.

Quando Dante chiede a Virgilio il motivo per cui le tombe sono aperte, Virgilio gli spiega che rimarranno aperte sino al Giorno del Giudizio, quando verranno richiuse sulle anime ricongiunte ai corpi di quei dannati. Si tratta di anime che si trovano lì non perché hanno compiuto un qualcosa di umanamente spregevole, quanto piuttosto perché l’ideologia dominante condannava ogni forma di miscredenza. Del resto, i discorsi che farà Dante con questi due dannati non avranno nulla di eretico ma si baseranno su questioni politiche e personali, lontane dalla teologia, che mettono in evidenza la morale umana che stava sempre molto a cuore a Dante. Sembra quasi che Dante avesse già capito (e qui sta la sua grande modernità) che quando un cristiano cessa di credere nell’immortalità dell’anima, più che “eretico” andrebbe definito “ateo”, in una visione laica.

Farinata era stato il capo ghibellino più importante di Firenze e Dante sapeva bene di non poterlo mettere all’inferno solo per questo. In teoria, Dante mette Farinata all’inferno perché questi, insieme alla moglie, aveva subìto un processo post-mortem per eresia.

Farinata era stato uno di quei leader ghibellini che mentre sul piano politico era formalmente cattolico, sul piano filosofico era sostanzialmente ateo. Leggendo il canto, pare che Dante lo condanni all’inferno anche perché lo considerava un politico con poca umanità.

Dante inizialmente fa parlare Farinata in una maniera gentile nei suoi confronti e con una significativa ammissione di colpa: “La tua favella ti dice nativo di quella nobile patria alla quale forse io fui troppo molesto”(vv. 25-27). Lo supplica, quindi, di fermarsi a parlare un po’ con lui. Ma il suo atteggiamento ci porta a pensare che Farinata non era un uomo dalle mezze misure ma un orgoglioso, uno che, pur uscendo dal basso, come in questo caso, guardava solo dall’alto.

Egli s’era alzato dal loculo “com’avesse l’inferno a gran dispitto“(v 36), cioè come se non gli importasse nulla soffrire pene indicibili.

Poi, rivolgendosi a Dante “quasi sdegnoso” (v. 41), cioè con tono altero, superbo, gli chiede: “Chi furono i tuoi antenati?” (v. 42). Qui è la fierezza dell’aristocratico che parla, la consapevolezza di provenire da un casato illustre, l’alterigia nei confronti di chi non può vantare pari dignità di sangue.

Dante in questo canto dissemina espressioni che tengono a fare apparire Farinata altezzoso e antidemocratico, proprio per motivare la sua decisione di averlo collocato all’inferno.

L’ambigua personalità di Farinata viene indicata anche dal fatto che, mentre all’inizio del dialogo si era espresso anche in forma di autocritica (“forse fui troppo molesto con Firenze”), subito dopo appare fiero d’esser stato duro coi guelfi, giustificandosi dicendo di essere stato costretto a causa dell’opposizione tenace di loro (v. 46).

A questo punto Dante introduce la figura di Cavalcante. È probabile che Dante l’abbia collocato insieme a Farinata, sebbene Cavalcante fosse guelfo, proprio per far credere che la sua decisione non era dettata da questioni politiche. Del resto, che Cavalcante fosse ateo lo comprendiamo quando egli suppone che Dante abbia potuto fare questo viaggio nell’oltretomba per meriti propri, grazie al suo “ingegno”(v. 59), e non per virtù divina, e infatti si meraviglia di non vedere suo figlio Guido, che di Dante era amico caro, accanto a lui. Al che Dante gli risponde che, essendo ateo anche Guido, non poteva in alcun modo seguirlo.

Ed io: “Non giungo per mio merito: Virgilio,
che là mi aspetta, mi condurrà, passando di qui,
fino a colei che il vostro Guido ebbe in dispregio
“.

Qui Dante parla di lui al passato (“ebbe”), intendendo riferirsi non al fatto che fosse già, ma al fatto che aveva manifestato chiaramente le sue idee ateistiche e quindi suo padre avrebbe dovuto capire che Guido, una volta morto, l’avrebbe raggiunto nello stesso cerchio.

Ma Cavalcante comprende il contrario e se suo figlio Guido, pur essendo morto (come lui teme) non era finito nel suo stesso cerchio, forse una speranza di salvezza per lui c’era. Quindi è probabile che si sia ritirato dalla conversazione con questa speranza. Ma la critica è più propensa a credere che si fosse addolorato di non poter sapere da Dante se suo figlio era vivo oppure no.

Quando s’accorse d’alcuna dimora
ch’io facea dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve fora.

Dante, in realtà, non gli aveva risposto subito semplicemente non aveva ben compreso la domanda, essendo convinto che i dannati conoscessero, almeno in parte, il futuro, come già Ciacco gli aveva mostrato.

Farinata torna a parlare come se niente fosse, riprendendo dal punto in cui era stato interrotto e, con spirito vendicativo, profetizza a Dante l’esilio. Dante si mostra preoccupato a Virgilio circa questa profezia e Virgilio gli dice di ricordare le parole di Farinata ma anche di considerare che quando vedrà Beatrice saprà davvero quale sarà il suo destino.

Probabilmente Dante ha voluto farci capire che il modo migliore d’interpretare gli eventi è quello di collegarli a un ideale superiore. Anche se Farinata ha anticipato il fatto dell’esilio, essendo ateo non è in grado di individuarne gli sviluppi. Per i credenti vi è la divina provvidenza che spiega tutto.

Virgilio gli fa capire che se anche non potrà tornare a Firenze, non per questo la sua vita sarà finita; anzi, avendo occasione di cimentarsi a livello letterario, sarà possibile ch’egli diventi più importante in quell’ambito di quanto lo sia stato in politica. Una concezione di vita, quella della divina provvidenza, che ritroveremo cinquecento anni dopo nei Promessi sposi e che in fondo risaliva, in ambito cristiano, allo stesso Paolo di Tarso, secondo cui le disgrazie servono per mettere alla prova la virtù umana.

È interessante notare come Dante, da buon cristiano, leghi il discorso della profezia con quello della divina Provvidenza rappresentandoci, non a caso, due personaggi atei.

 

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Stefania Romito

Stefania Romito è giornalista radiotelevisiva e scrittrice.

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