APERTAMENTE di Luca Bovino. Credo nella giustizia, non credo nella legalità

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Con queste parole Mimmo Lucano ha accolto la pronuncia del Tribunale di Locri che gli ha inflitto tredici anni di reclusione per gli episodi legali all’epoca in cui è stato Sindaco di Riace, introducendo un eponimo “modello” di trattamento dell’immigrazione, fatalmente avversato dalla curia calabrese.

C’è chi dice: “le sentenze non si commentano, si rispettano e basta”. Che solenne sciocchezza. E perché non si potrebbero commentare? Chi lo vieterebbe, il codice?

Ma ci mancherebbe altro!

Le sentenze si commentano eccome; si avversano, si impugnano, si criticano, si censurano, si appellano, si analizzano, si dissezionano, si smontano parola per parola e si riscrivono. Non a caso esistono molteplici gradi di giudizio, alla fine dei quali si possono anche modificare, annullare, riformare, rimettere in gioco.

Il problema è che, forse, si dovrebbero prima conoscere. Prima bisognerebbe capire cosa ci sia scritto in quella sentenza.

E questo invece non lo sappiamo.

Immaginate di poter giudicare un romanzo semplicemente leggendo le ultime pagine, o (peggio) attraverso una fuga nella sinossi.

Questo è quello che accade usualmente nei processi italiani, in genere; ed è accaduto, in specie, nel processo a carico di Mimmo Lucano.

I fatti vengono accertati a distanza di tantissimi anni. E anche dopo aver pronunciato il verdetto, occorre aspettare mesi per comprenderne le motivazioni.

Una volta Enzo Tortora disse che il Diritto Penale italiano è come un intervento chirugico eseguito da un medico distratto: prima di portano di forza in sala operatoria, poi ti tagliano a pezzi, poi ti lasciano sul tavolino ridotto a brandelli e ti dicono: “dobbiamo aspettare il medico, ma non possiamo sapere quando verrà”. E intanto tu stai lì, ridotto a poltiglia informe in un luogo anaffettivo, ad attendere se, e quando, il chirurgo avrà voglia di farsi vedere.

Eppure (pensarci!) il nostro processo è ispirato dai principi di concentrazione e immediatezza. Agli studenti di giurisprudenza fanno imparare le parole di un certo Chiovenda, secondo cui il rito penale dovrebbe celebrarsi e concludersi tutto in una sola udienza. Ma stiamo scherzando?

E la cosa divertente (che però non fa ridere nessuno) è che il nostro codice procedura penale dice di ispirarsi proprio al modello di Chiovenda; anche se poi aggiunge un avverbio, e fa fessi tutti: il principio ispiratore del nostro processo è quello di essere “tendenzialmente” immediato e concentrato.

Che significa?

Che non lo è mai.

E così, i fatti vengono portati davanti al giudice dopo anni e anni dal loro accadimento; ma anche al momento della pronuncia della sentenza, la “concentrazione” e la “immediatezza” fanno sì che la motivazione della sentenza venga posticipata (talvolta anche di anni, come accaduto nell’appello del processo Scazzi) rispetto alla pronuncia.

Nel caso di Lucano, quindi, stiamo commentando una non sentenza; stiamo parlando della condanna, ma non conosciamo nel dettaglio perché si sia arrivati a quella condanna.

Certo, inutile fare finta di niente: sappiamo che a Lucano erano stati attribuiti episodi di gestione amministrativa di fondi pubblici ed europei perlomeno dubbi; prelievi non giustificati dai conti correnti degli enti locali, affidamenti di appalti senza gara a concorrenti amici, falsificazione di alcuni documenti, deliberata trasgressione di disposizioni sulla temporaneità delle permanenze dei migranti. E altro.

Lucano un malfattore, quindi.

Però è vero anche che Lucano è stato un uomo di virtù.

Aveva inventato e applicato un sistema di funzionamento della cosa pubblica che era assolutamente priva di precedenti, e che aveva creato dei meccanismi virtuosi inusitati: aveva ripopolato città fantasma della Calabria ionica, aveva dato rifugio a centinaia di migranti senzatetto, aveva escogitato un meccanismo di gestione dei servizi collettivi (in particolare la raccolta dei rifiuti) che puntava sulla collaborazione degli immigrati e sul loro protagonismo, offriva loro opportunità di formazione e lavoro, e aveva persino introdotto una pratica di remunerazione e di circolazione della ricchezza che riusciva a fare a meno del denaro corrente grazie all’uso di una “moneta” virtuale.

Il registra tedesco Win Wenders gli aveva dedicato un film, quindi: Lucano uomo di arte.

Lucano benefattore, quindi.

Però nel suo processo si è costituita parte civile anche la Siae, perché pare che Lucano avesse organizzato concerti senza versarne l’obolo: Lucano sfruttatore di artisti.

Ma insomma chi è quest’uomo, anzi, cos’è?

Continuano a ronzarmi le sue disperate parole dopo la lettura del dispositivo: non credo nella legalità, ma credo nella giustizia.

Che cosa voleva dire?

Esiste una giustizia al di fuori della legalità?

Probabilmente dal suo punto di vista sì. Eppure Montaigne ammoniva: chi rispetta le leggi perché giuste, non le rispetta giustamente come deve. Secondo il filosofo francese le leggi sono l’unica forma di giustizia che possiamo avere, e sperimentare. Il concetto di giustizia, inteso come “valore” assoluto, non esiste. È solo un espediente per scatenare il conflitto (come accade per qualsiasi altro valore).

E in effetti, il conflitto intorno alla vicenda di Lucano si è scatenato.

Complice forse, anche, l’appuntamento elettorale, è accaduto che politici e opinionisti di destra abbiano festeggiato alla lettura della sentenza dicendo che finalmente è stato riconosciuto quanto la politica di accoglienza verso l’immigrazione fosse nefasta, e che non occorresse inventarsi nulla di rivoluzionario: basterebbe chiudere i porti e rimandarli a casa loro. E hanno lanciato frecciatine agli avversari, dicendo: “come mai adesso contestano una sentenza, solo perché ha colpito uno di loro? Fino a ieri erano sempre dalla parte dei giudici!”

Questa è la loro idea di giustizia.

Invece, politici e opinionisti di sinistra hanno stigmatizzato la sentenza, dicendo che in fondo Lucano non si era arricchito né aveva mai agito per finalità diverse dallo spirito di solidarietà verso i disperati del mondo, e che tutta la sua azione amministrativa era stata realizzata solo per offrire ai migranti e ai calabresi opportunità di sperimentare un modo diverso di convivere armoniosamente. E hanno detto: “come mai adesso plaudono alla sentenza, solo perché ha colpito uno dei nostri? Fino a ieri avevano sempre criticato i giudici!”

Anche questa, era un’altra idea di giustizia, agli antipodi della prima.

C’è un celeberrimo passo dell’Edipo a Colono di Sofocle in cui il personaggio di Antigone si ribella contro il re Creonte perché questi vorrebbe impedire alla donna di seppellire nella città la salma del fratello. Qui, forse, per la prima volta nella storia della letteratura, si pone il dramma del conflitto tra due idee di giustizia. La giustizia del re che vorrebbe bandire dalla città chi ha marciato contro di essa (il fratello di Antigone: uno dei famigerati sette in rotta contro Tebe), e dall’altro lato la giustizia del sentimento pietoso verso i propri cari, che vorrebbe invece dare un estremo conforto alle spoglie di un povero congiunto.

Chi aveva ragione?

Il problema si poneva anche da un punto di vista teoretico, per esempio, in Platone, in un dialogo presente nel primo libro della Repubblica. Da un lato c’è il personaggio Trasimaco che perora la tesi secondo cui la giustizia sarebbe ancella del potere; e dall’altro Socrate, che tenta di esporre la tesi opposta, secondo cui è il potere che dovrebbe essere subordinato alla giustizia.

In Sofocle quel conflitto era azione, in Platone pensiero.

Ma sempre di conflitto si trattava.

Purtroppo, finché ci sarà giustizia e finché la giustizia sarà intesa come “valore” non ci sarà mai giustizia. Ma solo conflitti intorno a questa idea. Possiamo provare a introdurre declinazioni del concetto e prenderne posizione, cioè possiamo dire se sia giusto dare una mano ai migranti, o se sia giusto distrarre fondi pubblici dalla loro destinazione; o ancora, se sia giusto condannare un uomo per un reato commesso senza il fine specifico di volersi arricchire; o se sia giusto limitare il perimetro dell’arricchimento punibile solo al denaro o se possano rientrarvi anche altre nozioni, come l’aiuto politico o sociale ad amici o alleati.

Possiamo farlo, e lo faremo.

Ma a un certo punto dovremo arrestarci di fronte all’ineluttabilità di una sentenza.

Attenzione: sentenza non significa che quel che dicono i giudici sia la “vera ragione” di una controversia. E neanche che l’interpretazione della legge data da quei giudici sia esatta o corretta. Ammesso (e non concesso) che sia possibile tracciare l’identikit delle nozioni appena usate: verità, ragione, esattezza, correttezza..

Sentenza significa semplicemente che c’è qualcuno che ha il potere di dare significato a una parola. E di fronte a quel significato, a quel potere, tutti dovranno fare un passo indietro: perché lui ha il potere di imporre quel significato agli altri, volenti o nolenti.

Diceva Humpty Dumpty, mitico personaggio del meraviglioso mondo di Alice, che chi comanda può decidere il significato da dare alle parole: se comando io posso dire che dove c’era scritto regalare si doveva intendere rubare, e dove c’era scritto arricchirsi si doveva intendere anche impoverirsi. E che dove c’era scritto “alto valore morale” non si dovesse intendere come un’attenuante, ma come un’aggravante. E si potrebbe imporre questa ermeneutica anche, e nonostante, nel codice penale ci sia scritto l’esatto contrario.

Io posso decidere che significato hanno le parole, e posso farlo sempre, e non può fermarmi nessuno.

Perché?

Perché io sono il diritto. Io sono l’unica forma di giustizia che ammette il nostro ordinamento. Io sono il giudice: su di me lo spirito della legge scende come lo spirito santo su un prelato, come ricordava Sciascia nel mitico dialogo tra l’investigatore Rogas e il Presidente della Corte d’Assise. Con la differenza che la discesa dello spirito santo è un atto di fede, quella dello spirito della legge un atto di forza.

Ma se sono un giudice, allora io, e solo io, posso dire se qualcosa è giusta o ingiusta, se Mimmo Lucano è un criminale o un eroe, se un immigrato va gettato in mare o salvato, se un uomo è un uomo o soltanto un accidente della storia.

Io posso dire tutto di tutto, perché di qualsiasi cosa posso dire se sia o meno conforme al diritto, e quindi, se sia giusta o meno.

Credo nella giustizia non credo nella legalità…che cosa devono sentire le mie orecchie, avrà pensato il Procuratore di Locri!

Non c’è differenza, agli occhi del diritto, tra questi due concetti. Agli occhi del diritto e quindi agli occhi dello stato, della forza, della società, del popolo, del mondo. Della giustizia.

Non esiste cosa al mondo che non cada sotto la mia lente, nel mio setaccio, nel mio binario: giusto o ingiusto, legale o illegale, conforme o non conforme al diritto.

Io sono la forbice che divide un due parti il mondo: da una parte i colpevoli e dall’altra gli innocenti.

Ecco, no…

Pensandoci bene, sì, insomma, c’è una cosa che mi sfugge: una sola.

Non potrò mai dire se la giustizia sia giusta.

E questo è un bel paradosso, dal quale non uscirò mai.

Mimmo Lucano si è posto al di sopra della legge, al di fuori della legge, e aldilà della legge per il semplice fatto di aver pensato di proporre, di propria iniziativa, dei nuovi significati alle parole “accoglienza”, “solidarietà”, “cittadinanza”, “cosa pubblica”, “bene pubblico”. E la sua apostasia era tale da non rendersi conto che dando quei significati a quelle parole stava pronunciando il nome segreto di dio, quel nome che neanche i sommi sacerdoti della semantica avevano mai conosciuto.

E chi abbia un po’ di confidenza con i racconti di Jorge Luis Borges sa bene quale sia la fine per chi abbia mai osato pronunciare quel nome.

“Ma adesso quel nome l’ho ascoltato anch’io”, disse il Re al vate celto “e allora, per questo, dovremo perire entrambi”.

 

 

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Redazione Oraquadra

La redazione.

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