Le recensioni di Monica: “Dal Sud al Nord” e ” Attraverso l’Oceano”

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Due libri, editi dalla stessa casa editrice, Capone in Cavallino-Lecce letti e recensiti dall’ avvocata e scrittrice Monica Cito,  che questo giornale ha fatto conoscere  nella presentazione del suo ultimo libro “Diario Minimo” una chicca editoriale presentata a Taranto ultimamente.

Il primo: Addio Sud. O briganti o emigranti di Orazio Ferrara, nel 2012; il secondo: Storie di briganti di Abele De Blasio, nel 2017.

Fanno parte di una lunga collana dedicata dall’editrice citata a molte storie sul generale ed il particolare del brigantaggio. Il secondo volume registra un titolo diverso dall’originale, primissima edizione napoletana del 1908: Brigantaggio tramontato.

Appena finito il brigantaggio, visto come fenomeno criminale, il De Blasio riporta le cronache dell’epoca, gli atti amministrativi, in particolare prefettizi, emanati a suo contrasto e descrive la barbarie dei briganti, gli stupri ai danni di giovanissime figlie della borghesia dell’epoca … Ma l’altro libro? Il primo, edito sempre da Capone editore? Denso anch’esso, piccolo ma denso, pieno di date, riferimenti geografici, assetto produttivo dell’Italia preunitaria ed unitaria e, questa volta, un taglio sui piemontesi, che hanno depredato e violentato anch’essi, sempre le donne del sud.

Avremmo potuto dare una dimensione generale, parlare di cosa sia stato e non sia stato il brigantaggio, formulare ipotesi sul concetto di guerra civile, allargare lo sguardo su una nazione, l’Italia, che appena nata debordava già. O forse è meglio dire che già rinunciava alla sua unità?

E avremmo potuto dire perché e percome; ma qualcosa ha bloccato il transito a questa versione, qualche agglomerato si è fermato in gola ed è stato ributtato nello stomaco faticosamente a digerire più di un rospo. Primo tra tutti, proprio una definizione mancata di un fenomeno storico.

Perché? Perché, se non ci rifletti davvero, se un fenomeno non lo studi sul serio, se non gli dai la stessa dignità dolorosa di pagina storica che dai alla seconda guerra mondiale nei libri scolastici, allora esso diventa tutto e niente: sud, nord, viaggi attraverso l’oceano: povertà alla ricerca di dignità o magia alla ricerca di nuovi mondi e nuovi affari.

Capone, come noi, è in ricerca: raccoglie documenti, costruisce manuali, ma anche archivi sul fenomeno e lascia aperta la porta ad una sua amplissima comprensione, descrivendo nei particolari uomini (che poi sono ragazzi), donne (che poi sono poco più che adolescenti), ideali e abusi di potere:

Amministratori deplorati e disonesti, costituiti in fretta in associazione a delinquere […] e, subito dopo: […] certi galantuomini, che si “piccavano” di aver fatto l’Italia[1]

Si completano a vicenda, i due testi letti, ecco perché li recensiamo insieme.

Pur partendo da due punti di vista strategicamente diversi, danno un piano di lettura comune a vinti e vincitori.

Resta l’amaro a chi legge, di sapere della violenza, della superstizione, della rapina e della voglia d’indipendenza, tutte insieme aspirazioni ed azioni, credi e principî si sono mescolati nella ricerca di una identità nazionale, forse per molti versi ancora oggi ricercata, ancora oggi combattuta da forze oscure, mani sporche di resistenza al pluralismo e alla crescita, striate di buste piene di mazzette o taglie di un’inimmaginabile, eppure avvenuta, caccia all’uomo.

Ecco l’Italia, di allora e di oggi:

Nell’occasione si vide la bianca bandiera di combattimento fregiata, nel bel mezzo, dall’effigie della Madonna delle Grazie. Veramente nella legittima guerra per bande anche i Santi e le Madonne andavano in battaglia[2].

[1] Pag. 33 Addio Sud

[2] Pag. 43, op. cit.

Questo, il quadro che vi proponiamo, il punto di partenza, ahinoi: la violenza. La violenza del Piemonte che conquista, depaupera e sfrutta; la violenza del “cafone” che si laurea e combatte: gli avvocati del popolo, allora, esistevano davvero.

Ma c’erano anche gli operai miserabili e non solo; allora sempre, come oggi, anche gli stranieri: Non voglia però credere il lettore che i briganti che scorazzavano per la regione circumvesuviana fossero tutti di origine italiana, niente affatto; poiché, fra essi, non mancava l’elemento svizzero, inglese, bavarese[1].

Rimane molto, tantissimo da dire ed anche qualche foto segnaletica dell’epoca da osservare, l’audacia e la sfrontatezza delle teorie lombrosiane applicate a questi visi e questi corpi. Ma non immaginiamo solo bruti e brutti cui è facile appioppare fisiognomiche devianti, perché:

Le adiacenze della questura, per due giorni, si videro affollate di gente per vedere il famigerato brigante. Era il corpo di una bianchezza estrema, senz’adipe, di una fisionomia calma e dignitosa con piedi e mani quasi signorili. In tutto un certo che di placido ed attraente. Ecco il cadavere di Pilone[2].

Lasciando, ma non dimenticando, i “delinquenti nati” del Lombroso, concetto iper-abusato e strumentalmente instaurato contro chi solo “meridionale nato” poteva al più definirsi, scopriamo:

  • la nascita della Commissione per i danneggiati del brigantaggio, che aveva capillari diramazioni provinciali;
  • cosa si intendeva per fisionomia gentile del napoletano: colui che, per gli esimi studiosi dell’epoca, avrebbe potuto essere assolutamente un pacifico e onesto cittadino; invece … era un napoletano, appunto;
  • la nascita del brigantaggio nel beneventano, qui più che altrove fenomeno politico-civile, anche per la fame, il torpore e la sudditanza allo status quo delle poltrone ricevute dagli amministratori comunali, che si sentivano altro rispetto al “loro” popolo;
  • il brigantaggio, chiamato peste sociale dai prefetti e sottoprefetti dell’epoca.

E non ho certo esaurito i milioni di temi che questi due piccoli, ma densi volumi richiamano all’attenzione-meditazione: i simboli, le coccarde d’indipendenza, la differenza nord-sud, ma anche sud-sud (la Sicilia diversa dalle Puglie, le Puglie diverse dalla Campania, la Calabria quasi assente) e Sud-mondo; la sconfitta, l’emigrazione, i porti di Messina e Genova, le Americhe, gli indipendentisti e i legalisti, la collera popolare, una rinnovata speranza di libertà e dignità, con l’abbandono – e a volte il raro ritorno – delle nostre terre:

La repressione esitò infine nel tristissimo fenomeno dell’emigrazione, dissanguando così la Sicilia dei suoi figli più intraprendenti. […] Eppure è stato documentato da storici imparziali che molti di quei capipopolo e gran parte dei picciotti delle squadre armate, fatti passare per mafiosi e manutengoli dei Borboni, avevano un passato di tutto rispetto in nome dell’unità d’Italia[3].

Molto rimane da dire, ma è nel piacere, e forse anche un po’ nel dispiacere, di queste letture in cui v’invito ad immergervi – piacere di capire l’Italia; dispiacere di capirla insieme a squadre, partite/i, pensieri, regolamenti, insegne, capi carismatici – che sempre in Italia, da allora ad oggi, rimarremo briganti o migranti.

Sulla nascente “questione meridionale” e le sue allora più appariscenti manifestazioni quali il brigantaggio e poi la migrazione quale diretta conseguenza, vi furono dall’inizio studiosi, intellettuali, politici attenti che, pur sentendosi unitari al cento per cento, denunciarono senza mezzi termini che forse le cause prime erano da ricercarci in quell’unità non ben perseguita e meno che mai attuata. Fu il caso di Pasquale Villani con le sue “Lettere meridionali ”, ma soprattutto dell’insigne meridionalista Francesco Saverio Nitti con i suoi numerosi scritti sull’argomento. Proprio al Nitti si deve la coniazione della frase “o brigante o emigrante”, perfetta sintesi in binomio che fa capire con immediatezza una triste verità più di tanti poderosi trattati[4].

Le mie idee, dopo la lettura di questi testi, sono dense, convulse e pregne di molto sentimento, per il Sud, per il Nord, per l’Italia, ancor più oggi che vivo nella parte d’Italia che non mi ha dato i natali.

Ma questi libri, che voi li leggiate col sangue di briganti o col sangue di migranti od ancora, con l’animo ancestrale del rifiuto di partire ad ogni costo, ancorandosi ad un passato denso e opaco insieme, sono libri quasi sacri, perché ci parlano di libertà, lotta e speranza.

Sono libri “al margine”, per “pochi eletti”, come se il pudore fosse innalzato a divinità degna di nascondere le verità.

Invece, libri come questi vanno letti, regalati a Natale, pensati col cuore, per arrivare finalmente ad amare il proprio Paese, da Nord a Sud, ma anche nelle sue profonde ferite-appendici che sono e sono state le migrazioni.

Grazie a Capone editrice abbiamo quindi:

  1. un memoriale d’epoca, pieno di atti giudiziari, prefettizi e cronache dell’epoca dei fatti: Storie di briganti di Abele De Blasio;
  2. un tomo travestito da manualetto: Addio Sud di Orazio Ferrara, che apre gli occhi a trecentosessanta gradi su un fenomeno che, se rimane oscuro, è perché manca il coraggio di osare, dargli volti luoghi e dignità storica.

Per una nuova memoria, soprattutto di noi meridionali e della nostra storia; buona lettura appassionata.

VIVA L’ITALIA!

[1] Pag. 19 Storie di briganti

[2] Pag. 61; op. cit.

[3] Pagg. 61-62 Addio Sud

[4] Pag. 77; op. cit.

Monica Cito
scrittrice e saggista

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Redazione Oraquadra

La redazione.

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