Il modello dantesco in Torquato Tasso

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di Stefania Romito

Sappiamo per certo che Torquato Tasso è stato un attento lettore della Divina Commedia. Lo testimoniano le numerose postille apposte alle diverse edizioni del poema dantesco. Ma la sua attenzione non si è concentrata solo sulla Commedia. Anche la Vita Nova, il Convivio e il De Monarchia, così come il De vulgari eloquentia, sono stati oggetto di analisi nel corso della sua esistenza.

Sebbene Dante sia citato di frequente nelle ottave della Gerusalemme Conquistata (versione riveduta e corretta della più nota Gerusalemme Liberata), non è stata effettuata nessuna ricerca esaustiva riguardo le espressioni, gli stilemi e le affinità, in termini di struttura generale, mutuati dalla Commedia.

Nel trattato Discorsi dell’arte poetica (pubblicato nel 1587 e, in versione definitiva, nel 1594 con il titolo Discorsi del poema eroico) Tasso spiega quali sono quegli insegnamenti che pensa di trarre dalla lezione dantesca tra cui la modalità di utilizzo dell’allegoria, seguendone un analogo percorso.

Anche se inizialmente, a differenza del poeta fiorentino, si avverte in lui un netto atteggiamento di snobbismo nei confronti dell’allegoria, nel periodo della Gerusalemme Liberata Tasso ricorre all’allegoria per una finalità poetica. Soltanto in seguito, nella fase della Conquistata, il suo impiego assume una connotazione di elaborazione teorica dal carattere prettamente teologico. Proprio come Dante.

La diffidenza iniziale del Tasso, riguardo l’allegoria, può essere riconducibile alla diversa impostazione culturale che contraddistinse le due epoche di appartenenza dei due poeti. Il Medioevo è, infatti, connotato da una assidua ricerca di sensi allegorici in ambito letterario, diversamente dal Rinascimento in cui questa ricerca diviene meno estesa e maggiormente definita.

Questo processo di mutamento ideologico in Tasso è ravvisabile da alcune lettere indirizzate a Scipione Gonzaga, dalle quali emerge, in una fase iniziale, la preoccupazione di non voler dispiacere ai suoi lettori, decidendo di inventare un sistema allegorico avente come unica finalità quella di creare il “meraviglioso” all’interno del suo poema, per poi passare ad attribuire all’allegoria un’importanza più strutturale.

Un mutamento di prospettiva che coinvolgerà alcuni luoghi particolari del suo poema, oltre all’impostazione generale.

Sia Tasso che Dante attinsero con molta frequenza ai testi sacri, più di chiunque altro nella storia del poema italiano, adottando ambedue una analoga modalità di approccio che non si limitava a una finalità ornamentale, quanto piuttosto a una precisa intenzionalità di voler attribuire alle proprie opere una spiccata e inequivocabile patina di sacralità. E, in special luogo riguardo al Tasso, questo atteggiamento risulta di grande originalità se si considera che all’epoca erano decisamente altri  i modelli ai quali si guardava.

 

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Stefania Romito

Stefania Romito è giornalista radiotelevisiva e scrittrice.

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