“Il mondo delle donne (di Ipazia, Artemisia, Semiramide e Francesca).” di Luca Bovino

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Mentre scrivo è da poco trascorso il 25 novembre, e mi rendo conto che di qualsiasi cosa vorrei parlare, sarei comunque fuori tema, se non affrontassi il fenomeno che questa ricorrenza evoca.

Vorrei parlarvi di un amico, ma so che non sarebbe giusto: dovrei parlare d’altro, ma non lo faccio.

Eppure avrei dovuto, ci sarebbero state tante cose da dire sul 25 novembre, data eletta a simbolo dell’eliminazione della violenza sulle donne. Una guerra alla guerra: ce ne sarebbero state tante di cose da dire.

Avrei potuto parlare dell’inappropriatezza della stessa parola “femminicidio, quando la polizia italiana riferisce che nel nostro paese c’è un caso ogni tre giorni, e un episodio di violenza ogni 15 minuti; e mentre l’Onu ricorda che nel mondo ogni dieci minuti una donna ne rimane vittima.

Sarebbe stato più corretto parlare di femmineccidio, probabilmente. E Probabilmente di questo avrei potuto parlare.

Avrei potuto dire che la violenza contro le donne non è un fatto nuovo, anche se da poco se ne parla come se fosse una specie di pandemia. Ma che invece risale a tempi antichissimi, anche se non ha niente di naturale.

Potrei citare l’antropologo Marvin Harris (Cannibali e re, 1977) , secondo i cui studi la supremazia maschile sulla donna trarrebbe origine dal monopolio maschile sulle armi e sulla guerra, che a sua volta trovava causa nelle pressioni ecologiche e demografiche connesse alla rivoluzione agricola. Proprio così. L’abbandono di uno stile di vita fondato sulla caccia e la raccolta, e l’adozione di una civiltà fondata sull’allevamento e la coltivazione avrebbe portato all’esaurimento delle risorse naturali per via dell’espansione della popolazione in misura maggiore rispetto alla rendita delle colture, che richiedevano molto più spazio e molto più tempo per raggiungere i livelli nutrizionali e proteici del fabbisogno umano (che invece la selvaggina garantiva). E questo ha portato a vedere la nascita di progenie femminili come una maledizione, come bocche che produrranno altre bocche da sfamare, con la conseguenza atroce degli infanticidi di massa di fanciulline che venivano lasciate morire perché eccedenti, ridondanti, esuberanti rispetto alle capacità produttive della popolazione. Che intanto continuava a crescere, a coltivare e allevare, distruggendo boschi e foreste per dare spazio a piantagioni e pascoli. Creando il deserto dove prima c’era il paradiso, e provocando migrazioni che davano luogo a guerre per il predominio di nuove terre, di nuove coltivazioni, di nuovi pascoli, e di nuovo deserto.

Questo era il terribile archetipo dello squilibrato rapporto con il mondo femminile, un ricordo ancestrale e collettivo, che aveva provocato un’idealizzazione della supremazia maschile che, però, non aveva nulla di naturale, ma era soltanto un portato culturale  indotto dalla guerra, che a sua volta era causata dalle pressioni ecologiche e demografiche.

Di questo avrei potuto parlare, del grande affare che abbiamo fatto tutti con la cosiddetta rivoluzione neolitica.

Magari avrei potuto compiere un balzo in avanti, dalle origini della civiltà ad epoche più prossime, e citare le epiche figure femminili vittime di un pregiudizio ostile quanto irrazionale verso la loro dignità morale. Lo sterminio di donne che ebbero l’unico peccato di aver voluto cercare un destino diverso da quello che la cultura del loro tempo le aveva assegnato. Di Ipazia, la matematica di Alessandria del IV Secolo che fu uccisa, dilaniata e poi bruciata da un gruppo di cristiani ossessionati dalla sua figura e dalla sua cultura, come raccontarono le cronache truculente di Socrate Scolastico.

Oppure di Artemisia Gentileschi, la pittrice del 1600 che fu stuprata e calunniata, e poi denunciò il violentatore che l’aveva anche ingannata (promettendole un matrimonio che lui, già sposato, non poteva concederle), e come risultato fu sottoposta a un durissimo processo, costretta a sopportare mortificanti visite ginecologiche in pubblico (per vedere se era stata davvero deflorata), allo stritolamento delle falangi e ad altre vessazioni corporali per appurare che dicesse il vero (perché solo da un interrogatorio sotto tortura si riteneva potesse venir fuori la verità), e che per sommo scorno, pur dopo aver ottenuto la condanna del suo malfattore (alla pena tutt’altro che rude dell’esilio), lo vide imperterrito e impunito restarsene in città, e fu costretta lei, ad esiliarsi altrove.

Oppure di Semiramide, la leggendaria imperatrice assira, il cui nome fu oggetto di una immotivata diffamazione in epoca medievale, e divenne sinonimo di vizio e di lussuria, sfrenata, dicevano, fino al punto d’aver legalizzato l’incesto, secondo la vulgata che arrivò fino al secondo cerchio dell’Inferno, dove la collocò Dante nel suo V canto. E che invece, secondo Erodoto, fu una grande sovrana, e imperatrice di grandi territori, e che edificò i giardini pensili di Babilonia, una delle sette meraviglie del mondo antico.

Artemisia Gentileschi

Oppure, ancora, dopo la donna uccisa per motivi culturali (Ipazia), quella stuprata e umiliata dalla legge e dal processo (Artemisia), e quella ingiustamente calunniata (Semiramide), ancora e ancora avrei potuto parlare della donna strappata alla vita dalla gelosia, di Francesca da Rimini (per restare sempre nel V canto di Dante, e da questi sempre dannata come eretica). Eletta da una recente rubrica di Radio Tre come l’icona delle vittime del femminicidio, Francesca è stata protagonista, postuma, di una intervista impossibile realizzata dalla scrittrice e conduttrice Loredana Lipperini. E in quella, avrebbe dichiarato che in realtà, forse, non avrebbe voluto interrompere la lettura per essere baciata da Paolo, ma che le sarebbe piaciuto di più sapere come andava a finire la storia di Ginevra e Lancillotto, e magari diventare un’erudita, come Ildegarda da Bingen, la monaca benedettina nata nel 1098 (e che nel 2012  è stata riconosciuta come “dottore-ssa della Chiesa da papa Benedetto XVI) e che, nonostante tutti i pregiudizi che si nutrono sul medioevo, riuscì a studiare, esercitare e professare dottrine e pratiche liturgiche (tra cui anche esorcismi) riservate solitamente agli uomini.

Insomma avrei potuto parlare della donna e del suo ruolo di vittima storica dell’egoismo maschile, dell’innaturale tensione a trasformarla in un accessorio, in un oggetto, in uno strumento dello stile di vita imposto dai maschi. E del fatto che questo stile di vita, appunto, non abbia in realtà nulla di naturale, ma sia soltanto il risultato di un approccio storico e culturale (non sarà mai ripetuto abbastanza).

Così come, avrei potuto parlare, restando sempre su Radio Tre, di un clamoroso inciampo nel quale la stessa emittente era incappata, e cioè nella promozione martellante, a pochi giorni dal 25 novembre,  di un romanzo che aveva come tema la dominazione sessuale. E cioè la predilezione di pratiche erotiche che avevano come scopo, o come effetto, quello di ridurre, per l’appunto, la donna a un mero oggetto di piacere, caratterizzate da pratiche corporali sadiche, violente, da forme di sottomissione estemporanee e degradanti. Una ascoltatrice qualche giorno fa ha telefonato e ha detto a chiare lettere, durante una diretta radiofonica, che l’accostamento della promozione della giornata contro la violenza sulle donne, e la pubblicità ad un romanzo che elevava quella stessa violenza addirittura a materia artistica era una specie di esercizio di schizofrenia. E di sconvenienza, per un’emittente che si professa così impegnata in campagne di promozione sociale.

Avrei potuto aggiungere, a quel punto, le parole di celebre semiologo dell’arte, Paolo Fabbri, a proposito delle conseguenze delle lotte di liberazione sessuale degli anni settanta. (E cioè che) il femminismo aveva coltivato un’illusione, sposata, peraltro anche da molti intellettuali maschi (e per un certo periodo anche da Pasolini). E quell’abbaglio vedeva nel combinato disposto tra l’erotismo e il marxismo la fine del capitalismo e l’autodeterminazione della classe operaia (e a quella classe operaia nella classe operaia, che era il mondo femminile). Invece  la conseguenza fu altra, ben meno consolatoria (forse): la nascita del mercato dei vibratori, e degli oggetti di autoerotismo. Per lo più destinati a donne.

La grande confusione, avrebbe evidenziato un filosofo come Costanzo Preve, fu quella di scambiare un desiderio per un bisogno, il voluttuario per il necessario, l’immaginario per il corporeo, e di non aver compreso che coltivare pervicacemente il perseguimento dei desideri conduceva esattamente nel sentiero prediletto del capitalismo, e non al di fuori dei suoi confini.

Già, avrei potuto dire che il mercato aveva dimostrato, forse proprio in quell’occasione più che in altre, come fosse in grado di recepire ogni forma di lotta antropologica per riuscire a trovare nuove occasioni per amplificare se stesso; nuovi oggetti d’acquisto che erano associati a nuove pratiche emancipatorie. E che invece erano solo diversamente consumistiche.

In fondo, la più grande rivoluzione degli ultimi tempi non è stata l’ascesa della classe dei mercanti in luogo di quella dei nobili, la borghesia aveva già vinto simili battaglie ai tempi di Pitagora. Ben prima della rivoluzione francese, nelle polis magnogreche, le aristocrazie degli ottimati vennero definitivamente soppiantate dai ceti abbienti mercatili.

No, la più grande rivoluzione antropologica l’abbiamo avuta nel novecento, quando finalmente alle donne è stato riconosciuto il diritto ad uscire dal gineceo, a non essere più costrette a mendicare l’umiliazione e la fatica, a non dover più partorire nel dolore e (possiamo dirlo?) ad ottenere gli alimenti per la prole dopo una separazione.

Oggi la donna dopo il matrimonio ha persino più potere di un uomo, è certamente la parte processuale più forte, più tutelata, più agevolata. Con i dovuti distinguo e le dovute eccezioni, certo; però è così.

Ma soprattutto la donna oggi può rifarsi una vita dopo averla slegata da quella di un uomo; dopo una relazione sbagliata può ricominciare. La parola ragazza madre è quasi scomparsa dal nostro vocabolario, perché una donna rimasta incinta e senza marito non deve più nascondersi, o essere perennemente esclusa dal consesso civile, marchiata come una ignobile dissoluta, circolare con una lettera scarlatta appesa al cuore (come nel celebre romanzo di Hawkthorne). No, una donna senza marito, oggi può affittare una casa, essere ammessa senza problemi negli esercizi pubblici, avere dei rapporti di buon vicinato, mantenere contatti con la famiglia di origine, essere un esempio positivo per i figli, avere nuove relazioni sentimentali, cercare e trovare un lavoro. Anzi, in alcuni settori di elevata professionalità e specializzazione culturale, le donne sono ormai molte più, e molto più competenti degli uomini. In questo momento, per esempio, sto scrivendo questo articolo per una rivista diretta da una donna (e non è un caso: mi limito scrivere, perché so benissimo che non sarei in grado di fare il direttore. Pratica nella quale lei riesce benissimo, invece).

Oggi sembrano ovvietà, anzi, viene quasi da scusarsi per doverle menzionare.

Ma non lo erano fino a una decina d’anni fa. Quando l’uomo sapeva che il suo vero potere era la riprovazione sociale da cui veniva attinta la donna quando si mostrava in pubblico senza la protezione diretta, o indiretta, di un uomo. Oggi la donna può, da sola, conquistare il proprio destino, senza essere costretta a pubbliche mortificazioni. E questo fa rabbia a chi, oltre alla violenza della propria prepotenza, non avrebbe altra potenza da opporre alla volontà della donna. Lei è libera di vivere la propria vita, e lui non può farci proprio nulla. Non è più costretta a subire in silenzio gli insulti, gli schiaffi, le busse, i pugni e le ossessioni consumate nelle mura di casa, in silenzio, per paura di trasformare quel rogo privato in un inferno pubblico. Per paura di essere costretta all’indigenza e allo scherno senza la custodia cautelare di un maschio.

Oggi l’uomo ha perso definitivamente ogni monopolio sociale sulle sorti della donna. Almeno qui, almeno ora, almeno questo.  Ma forse è proprio questo che fa rabbia a chi non vuole comprenderlo. L’inciampo della storia, oggi, è l’uomo e la sua pretesa di supremazia sulla donna. Ed è un inciampo destinato a finire. Non avremo più bisogno di un 25 novembre, probabilmente, quando tra qualche anno gli uomini avranno definitivamente capito di aver perso ogni prerogativa culturale su di loro.

Ma per il momento non è ancora così, ed è bene tenersi stretti questa ricorrenza.

Insomma è  di questo, che  avrei potuto, voluto, e magari anche dovuto parlare.

E in fondo, a pensarci bene, forse, l’ ho davvero fatto.

Luca Bovino

 

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Redazione Oraquadra

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