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Cultura. La legge di Dante, ai posteri un’aspra sentenza

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Sono passati settecento anni da quando il cammino più famoso della nostra letteratura, lasciato a metà in un oscuro passaggio silvestre, è giunto fatalmente a conclusione. E in occasione della ricorrenza, le pubblicazioni aventi a oggetto la figura e l’opera di Dante sono state tantissime. Doverosamente.

Ma con una grande lacuna.

L’occasione era certamente propizia, e ghiotta, per rileggere l’unico poeta della nostra storia che venga ricordato col nome di battesimo (anzi, con il nomigliolo; al secolo fu Durante Alighieri). Questa eptasecolare ricorrenza è stata anche il pretesto per sperticate quanto personalissime proiezioni: rileggendo la Divina Commedia abbiamo visto storiografi evidenziarne gli aspetti cronacistici e biografici; astronomi e astrologi evincerne nozioni cosmologiche dell’epoca; mitografi e filologi arguirne le erudizioni classicistiche; linguisti e grammatologi mentovarne le introduzioni lessicali e sintattiche destinate a fare epoca; semiologi e narratologi sottolinearne allegorie, metafore e simbolismi destinati a costruire il nostro spirito nazionale. Non potevano, poi, mancare, i criptologi ad annotarne riferimenti esoterici e misterici, più o meno reali. Tra questi ultimi, per la verità non recentissimi, ho colto una ristampa di René Guénon, L’esoterismo di Dante, (Adelphi, prima edizione 1957) in cui, tra l’altro, si esponeva una peculiare esegesi del riferimento iniziale del Poema al “mezzo del cammin di nostra vita”, che secondo l’autore sarebbe da intendersi come un richiamo alle credenze dell’epoca circa la durata di un anno platonico (26.000 anni secondo i medioevali, 25.920, o 25.772 secondo i calcoli attuali; di tal che il 1.300, anno di fittizia composizione dell’opera, vi cadrebbe proprio in mezzo, rappresentando la metà della sua decima parte, ricordando che, secondo le credenze invalse nel tempo, l’umanità avrebbe avuto principio 65 secoli prima).

Anche matematici come Piergiorgio Odifreddi hanno evidenziato aspetti curiosi del testo, e su tutti lo struggente passaggio del V canto dell’Inferno, noto ai più per esser dedicato, in generale, ai lussuriosi e a Paolo e Francesca, in particolare; ebbene nella terzina 82-84 è presente un interessante esercizio permutativo: sono state impiegate dal Poeta tutte le lettere dell’alfabeto italiano per comporre quei versi. Uno dei rari casi in cui venga costruito un sistema espressivo utilizzando tutti gli elementi del suo codice; tutte le proprietà dell’insieme simbolico; non solo poesia, quindi, ma anche grande geometria.

Provare per credere: “Quali colombe, dal disio chiamate / con l’ali alzate e ferme al dolce nido / vegnon per l’aere dal voler portate”).

Maestro, il senso lor m’è duro!

Anche a causa della formidabile simmetria strutturale dei propri versi, Dante è stato (e rimarrà sempre) oggetto d’indagine per mistici, esoteristi, alchimisti, cabalisti e cultori dell’oscuro. E naturalmente anche di romanzieri.

La ragione sta forse nel fatto che il significante della sua opera – la tecnica stilistica impiegata, il suono prodotto dalle sue parole, la cifra espressiva della sua lingua, la disposizione metrica dei contenuti – era troppo potente per non avere, anche in sé stesso, un proprio autonomo significato.

Ricordo, al riguardo, un erudito giallo storico di Francesco Fioretti: Il libro segreto di Dante, (Newton, 2015) nel quale si proponeva una spiegazione della struttura di rime incrociate presenti della Commedia, e, soprattutto della terza rima, vera e mitopoietica ossessione di tutti i traduttori, ed ermeneuti del Sommo.

Ma veniamo alla lacuna.

C’è un aspetto che, infatti, m’è parso poco o punto coltivato nelle attenzioni dell’editoria commemorativa del Padre d’Italia: il Dante giurista.

Quivi conviene lasciar ogni sospetto

Qualcuno potrà obiettare: cosa c’entra il diritto? E poi aggiungerebbe, non senza giusta ragione, che l’opera del Maestro è certo farcita di teologia, mitologia, morale, letteratura, biografia, al limite di politica: ma dove sarebbe la giurisprudenza legale nel Poeta? (con Dante la maiuscola non è mai un’iperbole).

Niente paura, vostro onore, l’obiezione può essere superata in questo modo.

C’è un antico brocardo romano che recita “nulla poena sine lege”; il principio, per quanto risalente, è ancora vivo in noi, e codificato nella nostra Costituzione, che all’art. 25 recita “nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso”.

Questa massima ha una natura transitiva, e si può leggere anche al contrario: “nulla lex sine poena”.

E cioè: vi può essere legge (intesa propriamente come vile materiale giuridico) solo se vi è una pena. Perciò una teoria generale della pena, o una sua poetica narrazione, che sia tanto generale nei contenuti da valicare i limiti del mondo fisico, e tanto universale nell’espressione da debordante i confini del genere trattatistico, ebbene questa storia fondamentale della punizione non può che tradursi in un teoria generale della legge.

Del resto, come ricordano i giuristi del novecento, ciò che caratterizza una norma è la sanzione; la sanzione è condizione necessaria e sufficiente della normatività: senza quella non esiste questa. E non esiste il diritto  (non lo dico io, ma, tra i tanti, Hans Kelsen, Teoria generale del diritto e dello stato, ed. it. 1963). E poi, come hanno ricordato i filosofi, accanto al “fas” c’è sempre stato anche il “ius”; il primo mi dice cosa deve restare segreto, il secondo cosa rimanere proibito; la religione cosa posso sapere, la legge cosa devo fare (visto che sto rubando citazioni, questa è addirittura doppia: Niklas Luhmann – Raffaele De Giorgi, Teoria della società, 1991).

E quindi, in ultima analisi, ogni dottrina teologica del paradiso e l’inferno, del bene e del male, del delitto e del castigo, non potrà non tradire questa propria quintessenziale matrice giuridica.

Traduzione, tradimento, e trasporto (espressioni che, in fondo, significano la stessa cosa), manco a dirlo, si realizzano anche in questo caso.

Vediamo come.

Ora incomincian le dolenti note.

Nel XI Canto dell’Inferno, Virgilio illustra a Dante la struttura dei gironi dei dannati, e, naturalmente, questo passaggio consente al Poeta di rendere manifesta la propria idea della struttura penitenziale ultraterrena.

Non si tratta di un’invenzione di Dante, ma della riproposizione della dottrina cristiana in materia escatologica, temperata dalle scarne nozioni aristoteliche note all’epoca (tratte per lo più dall’Etica Nicomachea); ma Lui c’ha messo molto del suo, nella disposizione degli ambienti e degli interni di questa millenaria architettura.

Il diritto penale dell’inferno prefigurato dal Poeta designa le sanzioni massime correlabili a una condotta umana, e si tratta di afflizioni talmente estreme da avere una durata indefinita (fino alla fine dei tempi; non è esattamente un “fine pena mai”, ma ci va molto vicino: prima o poi arriverà il giudizio universale).

Questo ordinamento correla ad un comportamento illecito (tenuto in vita) due conseguenze sanzionatorie (espiabili post mortem). E cioè una prima misura afflittiva “cautelare”, e transitoria (l’inferno o il Purgatorio); e poi c’è una seconda misura afflittiva “definitiva” (la condanna vera e propria dopo il giudizio finale).

In questa seconda evenienza (certa nel “se”, quanto incerta nel “quando”), dopo aver convocato tutta l’umanità nella valle di Giosafat, come noto, i corpi risorgeranno per ricongiungersi alle anime stesse e ricevere, finalmente, il trattamento che meritano: beatitudine o dannazione.  Stavolta eterni.

E guai a parlare di durata irragionevole del giudizio! Qui non ci sono rimedi risarcitori per chi abbia atteso troppo a lungo la sentenza, non è contemplata alcuna “Legge Pinto”, nessun indennizzo per il ritardo nella decisione perché il Giudice, sempre molto impegnato, farà finire il mondo solo a suo tempo (probabilmente perché ha studiato Einstein). Ma sempre a suo insindacabile giudizio.

Questo disegno, curiosamente, è ispirato piuttosto dai Vangeli (specie quello di Matteo) che non dal Pentateuco, al punto che Voltaire, nel Dizionario Filosofico avrebbe scritto, rivolgendosi direttamente al Mosè, altro mitico Legislatore: “come! Conosci il dogma dell’inferno, così regolatore, così adatto al popolo, e non lo proclami direttamente?” (confesso, ho trovato la citazione in Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares, Libro del cielo e dell’Inferno, ed it. 2011).

È infatti tuttora controversa la natura dell’inferno nel mondo ebraico; in ambito cristiano, invece, è diventato un elemento caratterizzante della sua precettistica. Il purgatorio, invece, è controverso persino tra i seguaci del vangelo: è articolo di fede per i cattolici, per i protestanti è un residuo del paganesimo.

Resta comunque il fatto, che un ordinamento di questo tipo non può essere oggetto di confutazione razionale: è articolo di fede, bisogna crederci e basta. Quindi, sarebbe inutile (per quanto, probabilmente, interessante) sottolinearne le incongruenze, le stranezze, le esasperazioni e le contraddizioni. Non possiamo farci niente, la metafisica è fatta così: immagina che ci sia un punto al di fuori del mondo che renda osservabile quello che sta nel mondo; un punto che sia contemporaneamente interno ed esterno, presente e assente, visibile e invisibile. Tutto quello che c’è (qui e ora) sarebbe spiegabile in base a questo osservatorio che (lì, e allora) dovrebbe esserci, ma che qui non c’è.

Possiamo parlarne finché vogliamo, possiamo restarne scandalizzati o appassionarci come faremmo con un testo entusiasmante di letteratura fantastica (quale sarebbe in ultima ipotesi anche la religione, sempre restando nel territorio delle citazioni di Borges). Resta il fatto che si tratta di asserti che resteranno sempre privi di confutazione, perché non esisterà mai nessuno che potrà andare nello spazio logico a trovare il luogo dove ragione e realtà coincidono, dove c’è intensione nulla ed estensione infinita, dove si riesce a cogliere l’essere oltre l’ente e il nulla, o l’ente immerso nel nulla che dà vita all’essere (e via heideggereggiando). Trovare quel punto sarebbe un evento miracoloso, certo. Ma poi, per essere preso sul serio chi lo trovasse, questi avrebbe bisogno di segni e di prove. Ma un miracolo che ha bisogno di prove, signori miei, che razza di miracolo sarebbe? (anche questa non è mia, l’ho rubata a Gustave Flaubert, Bouvard e Pecouchet, 1881; sarò anche reo, ma almeno confesso).

Nessuno ha mai trovato quel punto archimedeo esterno al mondo e ne ha fatto leva, l’ha sollevato e l’ha descritto; nessuno è andato nell’ultramondo e poi è rientrato a raccontarci com’era fatto.

Nessuno, a parte Dante, si intende.

Le tre disposizion che ‘l ciel non vole

Nel XI Canto dell’Inferno, il Poeta ci offre un illuminante affresco dell’ordinamento infernale.

E il testo di questo disegno connota molto più di quanto denoti.

La suddivisione delle pene è costituita, secondo Dante, da tre categorie generali, caratterizzate da una progressiva intensità afflittiva (che sono, appunto “le tre disposizion che ‘l ciel non vole”).

Ebbene ci interessa molto questa gerarchia punitiva, perché descrive (quindi denota) le varie tipologie di dannazioni ultraterrene, al contempo sottende (e quindi connota), una diversa gradazione del disvalore sociale delle corrispondenti condotte umane tenute sulla terra.

E infatti, se c’è una pena più pesante di un’altra (e la gravità, qui, è data dal progressivo approssimarsi al cospetto di Lucifero) allora significa che esisterà anche una gerarchia nei comportamenti che vi abbiano dato sanzione. E cioè che ci sono condotte più gravi, cioè più antisociali, più esecrabili, più detestabili, più immorali: in sostanza peggiori di altre.

E questo è per noi molto interessante; perché in questa gradualità di giudizi possiamo cogliere una speculare progressione di valori; e quindi, sulla base di questo isomorfismo, possiamo misurare il senso morale dell’epoca di Dante.

E confrontarlo con il nostro.

E così potremmo uscire dall’anatema degli storiografi: guai a leggere gli eventi di ieri gli occhi di oggi! (dimenticando, però, che noi abbiamo solo questi ultimi.)

Torniamo al nostro inferno, e vediamo come si articola l’intensità giuridica della condotta umana.

Gli incontinenti

Il settore dedicato ai delitti meno gravi è quello che va dal secondo al quinto cerchio dell’imbuto dantesco, e cioè quello degli “incontinenti”.

Dice di loro il Nostro, sarà anche un male, però: l’ “incontinenza, men Dio offende e men biasimo accatta.

L’incontinenza consiste nel lasciar prevalere smoderatamente le passioni e ricercare al di là del giusto il godimento di cose di per se stesse non riprovevoli. Resta il fatto che in sé sarebbe meno biasimevole delle altre condotte punibili, perché non ha come fine consapevole il male altrui, cioè la iniuria (così spiegano le note a margine del Poema di Natalino Sapegno, 1985).

Tra questi incontinenti troviamo classi di comportamento che si consumano in un contesto prettamente intimo, al punto da essere diventati oggi immeritevoli di attenzione da parte del diritto penale, ormai prive di disvalore sociale. Ci riferiamo a soggetti come golosi, avari, prodighi, superbi,  accidiosi.

Il nostro ordinamento giuridico non si cura dei comportamenti privati dei consociati laddove non abbiano rilevanza esterna; e costoro ne hanno davvero pochissima. Anzi, per certi versi, e in certi casi, oggi riteniamo questi contegni addirittura meritevoli di encomio, se non proprio di tutela: vizi privati pubbliche virtù, insegnano nelle facoltà di economia. L’importante è far girare l’economia, poco importa se qualcuno crede di essere un genio, e qualcun altro ha il braccino di un tirannosauro.

Non si devono reprimere le inclinazioni dei consumatori, ma assecondarle, incoraggiarle, crearne continuamente di nuove. Il meccanismo della pubblicità commerciale è fondata sulla progressiva abrogazione del principio di realtà a favore del principio di piacere; il desiderio deve essere trattato come un bisogno.

Però c’è una classe, tra costoro, che fa problema, e che ci impone una riconsiderazione complessiva del fenomeno: gli irosi.

La matta bestialitade

L’incontinenza degli iracondi non è una fattispecie indifferente, né lieve per il nostro sistema legale, tutt’altro.

Chi non è in grado di tener a bada i propri istinti, di controllare le emozioni, di mitigare i moti dell’animo o del sentimento allora è un soggetto inviso al moderno ordinamento sociale. Non c’è niente di più grave, oggi, di color “che la ragione sommettono al talento”.

Anzi, forse è la cosa più grave di tutte. Quello che per Dante era la categoria più blanda dei contegni punibili, per noi è la più pericolosa. Al punto che gli incontinenti vengono addirittura estraniati dallo stesso ordinamento civile. Per gli individui incapaci di trattenere i propri impulsi non c’è neanche la dignità di un processo ordinario: no, c’è il trattamento sanitario, c’è l’interdizione sociale, c’è la misura di sicurezza.

Non c’è la pena, certo. Ma c’è qualcosa di addirittura più pesante. L’accertamento giudiziale del vizio totale o parziale di mente comporta sempre la misura dell’assegnazione a un casa di cura o di custodia, e alla continua verifica dello stato di pericolosità del soggetto, e con tecniche necessariamente invasive.

E volete sapere perché?

Perché l’irrazionalità non è ammessa nel nostro ragionevole sistema di valori.

Questa è una prima fondamentale differenza tra la nostra sensibilità morale e quella del medioevo: l’incontinenza era all’epoca certamente più tollerata, forse perché ancora estranea al primato della ragione. Oggi, solo la fermezza mentale può essere presupposto della cittadinanza. L’infermo, nell’anima o nel corpo, deve attendere di essere guarito prima di uscire dal proprio lazzaretto.

Intendiamoci, non che questo primato della ragione ci tenga immuni da esiti paradossali.

Uno l’aveva messo bene in evidenza Nietzsche: nel momento in cui abbiamo stabilito che l’infermità mentale non è punibile, allora il nostro sistema penale entra in corto circuito. Perché se ammettiamo che un comportamento perfettamente razionale eviterebbe senza dubbio il delitto, dobbiamo allora chiederci: e i delinquenti cosa sono, degli individui irrazionali? Allora non potremmo punire nessuno. Sono invece razionali? E ma allora perché delinquono?! Sono razionali e irrazionali allo stesso tempo? Allora il delitto avviene per miracolo (anche qui, pago il mio obolo, Friedrich Wilhelm Nietzsche, Il Viandante e la sua Ombra, ed. it. 1927).

Un altro controsenso è presente nell’art. 62 del codice penale vigente, a mente del quale la commissione di un reato in stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui dà diritto a una diminuzione della pena; mentre secondo l’art. 599 (addirittura!) non è punibile chi abbia commesso un delitto di diffamazione se ha agito in stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui.

Insomma: anche se sarebbe razionale attendersi un comportamento razionale, di fronte a un comportamento irrazionale è ragionevole attendersi una reazione irrazionale. Come a dire: siamo tutti potenzialmente iracondi e istintuali, stiamo facendo tutti uno sforzo per andare contro la nostra natura bestiale. Cerchiamo di venirci incontro. Alla faccia del primato della razionalità!

Avere in sé man violenta

Passiamo al secondo settore: i “violenti”, cioè il campo abitato da chi “con forza…altrui contrista”.

Se agli incontinenti erano dedicati 5 cerchi (considerando tra loro anche gli eretici), per i violenti ci sono 3 gironi.

I comportamenti meritevoli di rientrare in questo comparto, secondo Dante, possono dividersi in atti di forza contro il prossimo (primo girone), contro se stessi (secondo) o contro Dio, arte o natura (terzo). Con intensità afflittiva graduata secondo questo ordine, dal più lieve al più grave.

Anche in questo si coglie la profonda, e speculare differenza rispetto all’attualità. Il delitto più biasimato da ogni codice penale contemporaneo è certamente l’omicidio. La massima misura penitenziale è dedicata a reprimere i violenti contro il prossimo, non i delitti contro il creato.

Pensiamo ai delitti ambientali, quelli commessi “spregiando natura e sua bontade” e al fastidio con cui essi vengono descritti dalla nostra sensibilità moderna: mali necessari e collaterali al funzionamento del nostro stile di vita. La razionalità moderna tollera ogni forma di devastazione ambientale e territoriale in quanto funzionale all’economia. Anzi, quella è presupposto di questa.

Non posso non pensare a Taranto: la sentenza che conclamava il disastro ambientale più grande d’Europa è arrivata a distanza di decenni dai fatti controversi (peraltro, senza che le condotte inquinanti abbiano avuto concreta cessazione, neanche dopo la condanna e il cambio di proprietà dell’azienda!) E comunque la decisione del Tribunale non ha trovato unanime sdegno morale fuori dal territorio interessato; tutte quelle rovine, le morti, i tumori, le malformazioni neonatali sono state descritte da diversi organi di stampa come un prezzo da pagare per lo sviluppo della nazione. Al punto da ipotizzare una speciale immunità, cioè un salvacondotto giuridico per evitare i castighi che, invece, i cerchi danteschi avrebbero conferito con la massima intensità possibile per tali condotte, che il Maestro avrebbe chiamato così (I. XI, 34-36):

Morte per forza, e ferute dogliose / nel prossimo si danno, e nel suo avere / ruine incendi e tollette dannose”

Di contro, gli atti di forza compiuti da un uomo contro un altro uomo (o contro una donna) sono considerati i reati più gravi del nostro ordinamento penale, sanzionati con il massimo della pena, e con rigorose misure cautelari, specialmente quando alla violenza fisica si accompagni la violenza morale, cioè il silenzio e l’inazione e la paura dei consociati intorno a tali delitti (l’omertà, e l’intimidazione, presenze tipiche nelle criminalità mafiose).

La lordura più grave

Eppure, oltre agli incontinenti e ai violenti c’è un terzo settore, composto dai reati ancora più pericolosi secondo il dantesco diritto celeste. C’è una categoria di illeciti dai quali è possibile inferire il vero male dell’uomo.

Esiste, infatti, secondo la tesi del Maestro una profonda differenza tra la condotte estrinsecamente riprovevoli e quelle intimamente perdonabili. Confrontando il canto XI dell’Inferno con il canto XVII del Purgatorio apprendiamo che, in fondo, gli stessi comportamenti che porterebbero alla dannazione eterna potrebbero anche portare alla purgazione provvisoria, e poi alla beatitudine finale. Sarebbe sufficiente il pentimento (cioè la sussistenza di un elemento psicologico del reato). Insomma, anche l’antigiuridicità del diritto divino è sempre correlata pur sempre all’elemento soggettivo dell’illecito. Non c’è reato se non c’è più dolo.

Resta inteso che qualsiasi condotta, anche quella materialmente peggiore, potrebbe in definitiva diventare emendabile. Sanabile. Condonabile. Il purgatorio è un’oblazione, in fondo (un prezzo che estingue il reato), o magari un indulto (un meccanismo che estingue la pena, ma non il processo), se non proprio un’amnistia (la cancellazione ipso facto di pena e reato).

Secondo la tesi di Tomaso d’Aquino, cui Dante aderisce, ogni uomo nascerebbe con animo buono; il peccato sarebbe soltanto una deviazione della bontà verso obiettivi sbagliati, oppure una eccessiva o scarsa intensità di questo stato d’animo. Detta con le parole del Poeta: “Lo naturale è sempre sanza errore / ma l’altro pote errar per malo obietto / o per troppo o per poco di vigore”, Purg., XVII, 94-96).

Questa antropologia però (a differenza di quella escatologia), si presta a confutazioni; perché più che un vero e proprio articolo di fede, si traduce in un argomento razionale a sostegno della dottrina (l’ossessione dei tomisti, fu la dimostrazione dell’indimostrabile, il connubio impossibile tra Atene e Gerusalemme; “io dico d’Aristotele e di Plato”).

Dire che l’animo umano è in fondo buono, significa che il vero interesse dell’uomo non sarebbe altro che il bene. Da questo angolo visuale, quindi, il male sarebbe semplicemente il frutto dell’ignoranza umana intorno alla sua propria vera natura, al suo proprio vero interesse: il bene, appunto. Per cui, corollario a questa asserzione sarebbe l’assunto secondo cui, una volta illuminate le menti incolte riguardo tale verità, l’umanità sarebbe buona, perché tornerebbe a seguire le proprie naturali inclinazioni.

Però lo stesso Dostevskij (che pure era cristianissimo!) osservò quanto fosse fallace ritenere che il vero movente dell’uomo fosse soltanto il proprio interesse; la tesi secondo cui è solo l’ignoranza a portare al delitto, e che esista una via scientifica al bene (come al benessere), si è tradotta in un’illusione. Magari pia, ma sempre di illusione si trattava. (ad ogni modo, per chi voglia verificare: Fedor Dostoevskij, Ricordi dal sottosuolo, ed. italiana 1961). Del resto, l’argomento del russo non appare peregrino; secondo la tesi tomistica non dovrebbero esistere i delitti dei “colletti bianchi”, o le violazioni in materia fiscale, così raffinate e sofisticate da essere impraticabili senza un elevato livello di istruzione.

La confutazione forse definitiva è giunta in tempi più recenti anche dalla scienza cognitiva: l’uomo non agisce sempre e soltanto spinto dai propri interessi; anzi, non lo fa quasi mai. Altrimenti non si spiegherebbe come sia stato possibile che legioni di poveri avessero votato per Trump (che aveva un programma che andava contro i loro interessi), o che milioni di operai avessero disertato i partiti progressisti (che avevano un programma che vi andava incontro). La verità è che l’uomo, più che dai propri interessi, è spinto dalla propria “identità”, cioè dall’auto rappresentazione di se stesso a se stesso (non ne voglio sapere niente: George Lakoff, Non pensare all’elefante, ed. it. 2020).

E, quindi, torniamo a Dante: è sufficiente essere a conoscenza della propria inclinazione? Basta sintonizzare l’animo verso il bene, per sfangarla nell’aldilà?

No, almeno non sempre.

D’ogni malizia, ch’odio in cielo acquista

Perché c’è un ultimo settore, abbiamo detto, una residua categoria, un estremo comparto rispetto alla quale non vale amore, bontà, o naturale inclinazione al bene.

Dice il Poeta “questo modo di retro par ch’incida /pur lo vinco d’amore che fa natura / onde nel cerchio secondo s’annida”.

E quale sarebbe il vero male dell’uomo, tale da vincere lo stesso vincolo naturale d’amicizia tra gli esseri, e lo stesso amore universale presente nella nostra specie?

Ebbene, tenetevi forte: la truffa!

Sì, secondo Dante è la truffa l’elemento più grave dell’umana consociazione.

E perché? La risposta è in queste memorabili terzine: “perché è frode de l’uomo proprio male / più spiace a Dio; e però stan di sotto / li fraudolenti e più dolo li assale

Insomma, ancor più grave dell’irrazionale incontinenza, dell’efferatezza violenta è la frode. Il raggiro. L’artificio.

Ma ci pensate?

Secondo la sensibilità morale di Dante la truffa è la massima espressione del comportamento esecrabile, perché è l’utilizzo della ragione per sommettere il prossimo, tradire gli amici (truffatori veri e propri), frodare i parenti o i benefattori (traditori e voltagabbana), vivere senza faticare (usurai, falsari e mentitori).

9 bolge (per i fraudolenti contro chi non si fida) e 4 cerchi (per i fraudolenti contro chi si fida) sono dedicate dal sistema penale celeste ai truffatori.

E il nostro diritto che dice, e il nostro diritto che fa?

Punisce la truffa in maniera tutto sommato blanda, diciamo la verità. Se non ci sono aggravanti, e se il danno è di entità non grave (ma la nozione è ampiamente dilatabile) il truffatore non fa neanche un giorno di galera, beneficia della sospensione condizionale, e può tornare tranquillamente a vivere in società.

L’art. 640 del codice penale prevede la sanzione della reclusione da sei mesi a tre anni; ma ci deve essere la prova del profitto, e ci deve essere la prova del danno. Altrimenti, amen. Non mi hai detto che eri sposato e mi hai sedotta? Hai millantanto di essere un artista e mi hai imbrattato casa? Hai finto di essere bravo e mi hai fatto fare una figuraccia con un mio amico per quel lavoro? Mi dispiace, ma in tutti questi casi il truffatore sarà destinato a farà franca in tribunale.

La truffa è stata persino descritta come una specie di scienza, (anzi il titolo di un saggio di Edgard Allan Poe era addirittura: La truffa considerata come una delle scienze esatte, ed. it. 2009. Alcune truffe lì raccontate erano presenti anche nel film Febbre da Cavallo, 1976, a dimostrazione della natura universale e diacronico del meccanismo fraudolento). C’è persino tolleranza, se non proprio simpatia per chi abbia tentato di un raggiro fantasioso: la dabbenaggine è un elemento negativo; intrigante, invece, è diventato un complimento.

Per non parlare della frode contro gli amici, cioè il tradimento!

Il politico che cambia la bandiera per ottenere un incarico più remunerativo è considerato un agente razionale, e non immorale. L’azzardo morale, invece, è un fenomeno studiato dagli economisti e identifica i contesti che presentano profonde asimmetrie informative, dove emerge la tendenza dei possessori delle informazioni principali di perseguire i propri interessi in danno delle controparti contrattuali, confidando nell’impossibilità, per queste ultime, di verificare la presenza di dolo o negligenza.

Il moral hazard non è nient’altro che una truffa legalizzata, fisiologica, scientifica insomma.

E i peggiori di tutti chi sono, secondo la cosmologia dantesca?

I fraudolenti, certo, come abbiamo detto.

Però curiosamente alla fine della descrizione dell’ordinamento dell’inferno, Virgilio, cioè Dante, cioè la sensibilità del trecento, articola un corollario per esercitare le espressioni di maggior biasimo su una categoria specifica di soggetti che a stretto rigore apparteneva al settore precedente.

Quelli che producono denaro dal denaro, che hanno rendite senza lavoro, che traggono ha ricchezza senza una goccia di sudore. Per loro c’è l’ultimo asterisco.

Dante distingue alcune categorie che oggi riteniamo omogenee e fungibili dal punto di vista repressivo: gli usurai e i falsari, e per strano che possa apparire pone questi ultimi tra i fraudolenti, i primi tra i violenti della peggiore specie.

Eppure, la chiusa finale del canto è dedicata proprio a loro.

A chi detiene il potere finanziario, a chi determina i flussi monetari, a chi con un tratto di penna è in grado di condizionare le sorti di un uomo, di popolo, di un mondo.

Dante a loro aveva dedicato il posto peggiore nella spiegazione dei posti peggiori del secondo mondo.

Questa volta il richiamo veterotestamentario c’è tutto: dalla natura e dall’industria l’uomo deve trarre i mezzi di sostentamento, diceva il Genesi (II, 14; III, 17 e 19, ma anche Paolo, Thessal. III, 10).

Chi vive dal prestito del denaro, invece, fa violenza alla natura in se stessa, e all’arte, e a Dio, perché altera la funzione che quel mezzo dovrebbe avere: mero strumento di scambi, e non primario produttore di ricchezza.

Chi vive di denaro e trae vita da esso è il bersaglio di queste terzine (105-111): “se tu ti rechi a mente / lo Genesi del principio, convene / prender sua vita e avanzar la gente / e perchè l’usuriere altra via tene / per sé natura e per la sua seguace / dispregia, poi ch’in altro pon la spene

Ecco, Dante li chiamava usurieri; ma è chiaro che l’identificazione con gli usurari odierni è riduttiva.

E noi come li chiamiamo, e noi dove li mettiamo?

Luca Bovino 

 


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Redazione Oraquadra

La redazione.

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