APERTAMENTE di Luca Bovino: La politica non è un teatrino, ma un brutto cinema

Condividi

Con il libraio mi è andata meglio. Oggi vorrei tentare un esperimento retorico, o forse poetico, certamente maieutico. Vorrei parlare di come a un certo punto, in una serata come tante altre, senza che nulla ne lasciasse presagire l ‘Epifania, è nata una metafora.

Le metafore sono pericolose, con le metafore è meglio non scherzare, scrisse una volta Milan Kundera (credo in “L’insostenibile leggerezza dell’essere, 1978). Quindi, tenterò con la massima calma di spiegare tutti i meccanismi mentali che mi hanno condotto a questa nascita. Perché non è uno scherzo, affatto, quello che è accaduto. Però sarebbe bene ricostruire per filo e per segno tutto il paesaggio sinapatico che mi ha guidato rizomaticamente verso questo approdo.

Questo racconto parte un po’’ di anni fa.

Quando nella mia città esistevano ancora i negozi di dischi, c’era il mio rivenditore che mi proponeva sempre orribili CD. Non so per quale motivo, ma dopo qualche minuto di chiacchierata, sollevava verso il mio naso quadrati di plastica con copertine dai nomi inintelligibili e distopici, dicendomi: “”questo probabilmente ti piacerà”. E invece, puntualmente, non mi piaceva mai; mi rifilava sempre delle terribili sbobbe. Però era talmente assertivo nel suo modo di porsi che finivo sempre per pensare che quella sarebbe stata la volta buona, e che finalmente mi stesse mettendo in mano il disco che mi avrebbe cambiato la vita.

Anche con il giornalaio, non andavo tanto meglio. Bastava che gli accennassi per caso a qualche rivista, o a qualche giornaletto, o a qualche personaggio, o a qualche artista (così, giusto per trattenermi un po’’ a inalare il profumo irresistibile di carta e piombo che veniva dalle mazzette dei quotidiani che esponeva vicino la cassa) dicevo, bastava solo farne cenno per sbaglio ed ero nei guai. La volta successiva mi metteva di fronte al naso un vecchio numero di Rockerilla, o un dizionario dei cantautori italiani, o una ristampa dell’Intrepido, e mi diceva “”questo probabilmente ti piacerà””. E invece, magari non poteva interessarmene di meno; però, che ci vuoi fare, la faccia che mostrava se gli dicevo di no, mentre lentamente faceva scomparire quel (mancato) oscuro oggetto di desiderio dietro il bancone, credeteci, quella faccia era sgomentevole.

Invece, con il libraio mi è andata meglio. Anzi, con i librai; perché sono in due a vedermi gironzolare tra gli scaffali, annusando l’aroma della carta e della colla che propala dai tomi esposti nella libreria Dickens (che per chi non lo sapesse è a Taranto, in via Gastone Mezzetti, 17).  Adesso accade che Umberto (oppure Tonino) senza che glielo chieda, vedendomi brancolare alla deriva, mentre sbircio tra i dorsetti dei testi incolonnati (lo spazio ha bisogno del tempo), ebbene, qualcuno di loro due mi viene vicino e mi dice: “”questo probabilmente di piacerà”.

Devo dire che, a differenza del venditore di dischi e del giornalaio, colgono sempre nel segno. Giorni fa, infatti, è accaduto che Tonino (oppure Umberto) mi avesse messo sotto il naso la ristampa di un vecchio libro di Age (al secolo Algenore Incrocci, “Scriviamo un film”, 1990), pronunciando sempre la famosa frase.

Qui è iniziato, e si è concluso il mio viaggio nella metafora. State a sentire.

Il testo di Age è un divertente prontuario di sceneggiatura cinematografica, ma è anche un ottimo esercizio di analisi metalinguistica; ottimo perché estremamente minimalista ed efficace. La cosa che più mi ha colpito è stato un capitoletto dedicato alla nozione di “”rimonta”. L’autore, per chi non lo sapesse, fu protagonista della sceneggiatura di centinaia di film italiani dal dopoguerra ad oggi, spesso in coppia con Furio Scarpelli, donde il famoso marchio di fabbrica Age-Scarpelli, divenuto sinonimo di commedia all’italiana. Insomma, secondo Age ogni buon film dovrebbe avere una rimonta, cioè un elemento gettato quasi per caso all’inizio o durante la storia, e che alla fine ritorna diventando una chiave risolutiva dell’intreccio. Potremmo dire che si tratta della pistola di Cechov, quella che capitando per caso in un racconto alla fine spara. Oppure l’agnizione di Aristotele, o l’intratestualità di Eco, o ancora la metonimia di Cerami (già, Vincenzo Cerami…la chiamava così in “Consigli a un giovane scrittore, 1996; ne avevo sentito parlare in un romanzo pubblicato l’anno scorso, di cui adesso non è importante dire il nome). Avete presente il film “Jonny Stecchino? Verso l’inizio del film ci sono alcuni ragazzi che scherzano, e una ragazza tra loro dice: “io sono la moglie del ministro” e un altro le risponde, alzandole la gonna: “e allora facci vedere il tuo ministero”.” Bene, verso la fine del film c’è una distinta signora che annuncia di essere la moglie del ministro, e il protagonista, pensando che si trattasse ancora di un gioco, le alza la gonna ripetendole la stessa frase: “e allora facci vedere il tuo ministero!”. Solo che lei era davvero quella che diceva di essere. Ecco, questa trovata non farebbe ridere al di fuori del contesto di una rimonta. Adesso è chiaro. E in effetti, dopo aver letto Age, ormai vedo rimonte in ogni sceneggiatura, in ogni scrittura, in ogni testualità comica. E non solo (forse ce n’è qualcuna anche qui).

Ma parlavamo di metafore. Fu sempre il mio libraio Tonino (o forse Umberto) che qualche giorno prima di Age mi aveva proposto un pamphlet di Walter Siti (Contro l’impegno, 2021), nel quale l’autore, tra le tante cose, aveva sottolineato un dato curioso della prosa di Saviano. Lo scrittore campano propose in un suo editoriale “impegnatissimo” una singolare forma di lotta contro il crimine organizzato: abolire le metafore. Era un modo, chiosava Siti, per dire che occorresse parlare chiaro, evitare di moltiplicare i livelli di significato, dire pane pane e vino al vino. Cercare di esporre sempre la verità, tanto nei contenuti quanto nelle forme. Eppure la cosa curiosa era che l’opera principe di Saviano (Gomorra, 2006) era pienissima di metafore, spesso crude, rudi, spietate, grevi.

Poiché mi piace ritornare negli stessi posti dove ho già trovato qualcosa di interessante, indugiando nel settore dov’era il libello di Siti, ne scorsi un altro simile, che questa volta sia Umberto che Tonino (addirittura all’unisono!) mi proposero di leggere. Si trattava di un testo di Edoardo Albinati (Velo Pietoso, 2021), e iniziava biasimando quella che a detta dell’autore era l’espressione più brutta mai contenuta in una canzone pop, e che diceva: “mi ci pulisco il cuore”. Sì, in effetti forse non è esattamente una metafora in senso stretto, ma in senso largo sì; come lo sono tutte le isotopie.

Sempre Albinati, poi, proponeva una serie di osservazioni illuminanti sul mondo della televisione e del giornalismo: sembra che oggi le trasmissioni televisive siano composte soltanto da giornalisti che intervistano altri giornalisti. Quotidianamente c’è la messa in scena dell’autoreferenzialità del mondo giornalistico, il che, a pensarci bene è abbastanza assurdo.

Insomma, non ci sono quasi più giornalisti che intervistano politici, artisti, intellettuali, scrittori (magari come Albinati), o scienziati (eccezion fatta per i virologi, ma è un caso eccezionale). Per lo più in giro si vedono cronisti che si intervistano tra loro.

Così ho iniziato a vedere la televisione con più attenzione, e devo dire che ho notato anch’io questo fenomeno. C’è una trasmissione su La7 che va in onda di mattina dove ci sono una decina di inviati intorno a un tavolo che commentano i lanci di agenzia e gli articoli di altri colleghi, e poi si mettono in contatto video con altri cronisti per commentare quanto hanno appena dichiarato altri commentatori a proposito di quelle dichiarazioni. A un certo punto ti verrebbe da dire: ragazzi, scusate, ma la notizia qual è?

Non so per quale ragione, ma dopo la lettura di Albinati il mio modo di guardare le trasmissioni televisive non è più stato lo stesso. Di cosa parlano quelli che parlano in TV?

Accendo, sintonizzo, e mi abbandono (come avrebbe detto Timothy Leary), cioè guardo la televisione.

Oggi, intorno al natale del 2021, il dibattito giornalistico sembra incentrato su tre soli argomenti paradossali: l’uscita dalla pandemia, la scelta del nuovo presidente della Repubblica, la sorte del governo Draghi.

Da che punto sarebbero paradossali?

Ve lo dico subito, da un punto di vista pragmatico. La spiegazione del paradosso pragmatico è contenuta in Watzlawick (Pragmatica della comunicazione umana, 1978), si tratta della sovrapposizione di due espressioni in uno stesso asserto: una di natura oggettiva (che dice una cosa); e un’altra di natura relazionale (che la nega). Cioè, una frase che si limita ad esporre un contenuto materiale della comunicazione (per esempio: “questa è una pipa) e un’altra che spiega la frase appena pronunciata, fungendo da comunicazione sulla comunicazione, contraddicendo quella precedente (per esempio: quella di prima era solo una frase, non era una vera pipa). Quando mettiamo insieme un contenuto referenziale affermativo con uno relazionale (o meta-comunicativo) negativo, ebbene il risultato non potrà che produrre effetti comunicativi patologici. E i protagonisti passivi di questo tipo di comunicazione malata, laddove non riescano ad uscire dalla trappola di questo paradosso, finiranno, col passare del tempo, a soddisfare i requisiti diagnostici della schizofrenia.

C’era una bellissima gag scritta da Achille Campanile, dove un signore chiedeva a un cameriere “vorrei un bicchiere d’acqua”, e questi: “minerale?”, “Naturale!”. E il dialogo poi proseguiva per diversi minuti con uno che chiedeva, smarrito: “non ho compreso, la vuole minerale?”, e l’altro, sempre più stizzito “ma naturale!”.

Ecco, credo sia un ottimo exemplum di comunicazione pragmaticamente paradossale.

Ed è esattamente quello che sta accadendo nel nostro attuale dibattito politico.

Prendiamo la pandemia: in televisione si interpellano stormi di scienziati neri che (come esuli pensieri) si espongono sempre alla stessa domanda: “cosa consiglia di fare la scienza?” (contenuto referenziale), cui rispondono con variazioni sul tema: attenti, la scienza non può fare previsioni sicure!” (contenuto relazionale). E allora ecco la soluzione: facciamo un “ragionevole” “affidamento” nella ricerca medica. Cioè la scienza rinuncia a essere dimostrabile, rinunciando di fatto a se stessa, e diventa una forma di fede.

Oppure la scelta del Presidente: chi sarà il prossimo presidente?, e tutti rispondono con una meta affermazione “non si potrà mai sapere prima che i parlamentari non saranno d’accordo, e lo saranno solo durante lo scrutinio; allora che senso ha parlarne ora? Cionondimeno il dibattito prosegue.

E ancora, a proposito del governo: Quanto durerà questo governo?, e tutti a dire “la durata del governo dipenderà dall’eventualità che l’attuale primo ministro diventi o meno Capo dello Stato. E ritorniamo nel paradosso di prima, inseriamo un problema in un altro problema. Insomma, perché dovremmo parlare di queste cose? (Mi vado convincendo da tempo che quando viene orchestrata una campagna di stampa senza che ci sia una notizia, allora è la stessa campagna di stampa ad essere la notizia. Ma è una cosa mia).

Guardando le discussioni televisive viene un senso di rammarico, e di trappola: perché nonostante sembrano sfuggire i contenuti, le inchieste, i programmi, c’è una cosa che mette d’accordo tutti.

Da destra a sinistra, dalla maggioranza all’opposizione, dai laici agli ortodossi: tutti i politici sono pestiferamente ossessionati da una sola idea, contraddittoria e perversa, che pencola pateticamente dalle loro labbra: la parola riforma.

Non c’è occasione che non sia buona per proporre una riforma. Nei messaggi alle camere, nelle cene elettorali, nei discorsi alla nazione, tutti propongono riforme. Riforme, riforme, riforme.

Non esiste materia che non possa o debba essere riformata, nel nostro Paese.

Chi studiava giurisprudenza ricordava come negli anni novanta il rito civile fu interessato addirittura da due riforme nell’arco di un lustro; allora si parlò di riforma e di riforma della riforma.

Dopo gli anni 2000 ne abbiamo perso il conto, siamo arrivati anche a tre in un anno, in pratica in ogni consiglio dei Ministri aleggia ormai lo spettro di una riforma del processo civile (prima di Natale ne entrerà in vigore un’altra, fresca di conio).

Ma anche la riforma, a pensarci bene, è un argomento paradossale: stiamo parlando della cosa, o stiamo dando una spiegazione alla cosa? Perché la parola riforma, in effetti, è entrambe le cose; ha un referente impossibile da attualizzare, e un argomento che non potrà mai essere stabile: il riformista dopo una riforma vorrà sempre un’altra riforma, altrimenti non sarebbe più tale, ma diventerebbe un conservatore, o, peggio.

Marco Pannella (storico politico radicale) diceva che l’Italia è stata l’unica nazione d’Europa ad aver avuto la Controriforma, senza aver mai conosciuto alcuna riforma.

Però, a pensarci bene, queste “riforme” che cosa sono? Di che stiamo parlando? I famosi fondi del PNRR che cosa dovranno riformare? I nostri politici sanno bene come spendere i soldi che avremo dal’Europa?

Verrebbe da dubitarne, leggendo il libro di Tito Boeri e Sergio Rizzo (Riprendiamoci lo Stato. Come l’Italia può ripartire, 2020), che parte proprio dal caso della crisi amministrativa che ha colpito la nostra sanità durante i primi mesi della pandemia. Gli autori, tra l’altro, mettono impietosamente in luce, dal loro privilegiato osservatorio, le inefficienze dell’INPS (uno dei due, ne è stato addirittura Presidente), la scandalosa gestione dei suoi archivi cartacei (letteralmente tale: pare che sia stata affidata in appalto a una società non trasparente, ma che non sia tecnicamente possibile revocarne l’incarico);  l’elefantiaca e immaginifica mole di dirigenti che possiede, l’imponderabile ineffabilità dei criteri di verifica del suo operato.

Eppure, spiegano gli autori, a Codogno città tristemente simbolica nei primi mesi del coronavirus, accadde un miracolo burocratico: tutti i funzionari delle amministrazioni sanitarie si misero ad ascoltare i loro medici e i loro infermieri, così capirono in che modo intervenire sulle criticità, e risolsero i problemi.

Ma fu una situazione emergenziale. Non è più accaduto che un politico abbia ascoltato un funzionario prima di prendere una decisione, né che quest’ultimo l’abbia fatto con un dipendente, né, figurarsi, questi con un utente. Il servizio pubblico non è al servizio del pubblico, ma di se stesso.

E così è anche la politica, naturalmente.

Fa troppa fatica, troppo rischio, troppa noia cercare di capire perché le imprese siano costrette a produrre montagne di carte inutili che l’amministrazione già possiede prima di ottenere un permesso, o uno sgravio, o un sussidio. Eppure, forse, basterebbe mettere in rete le banche dati della pubblica amministrazione, molte delle quali sono state ottusamente scritte con linguaggi diversi, per cui l’agenzia delle entrate non ha le informazioni che invece ha l’INPS che però non sa se sia aggiornato il dato anagrafico gestito dal comune, che però a sua volta ignora se nel frattempo il cittadino stia svolgendo un’attività lavorativa.

E assistiamo a situazioni che solo banalmente possono essere definite disservizi, ma che concretamente sono il frutto della disattenzione e della distanza dei politici dai destinatari delle loro scelte. È stato evidenziato in un saggio di Salvatore Salvaggiulo (“Io sono il potere. Confessioni di un capo di gabinetto”, 2020) come i politici non si fidino degli amministratori, e gli amministratori dei politici; per cui i primi scrivono dettagliatamente cosa devono fare i secondi, per evitare di lasciarli liberi nelle loro iniziative; e i secondi non fanno praticamente nulla di più rispetto a quanto scrivono i politici per evitare di assumere responsabilità. Il risultato è l’inspiegabile stallo nel quale si trovano gli uffici pubblici di fronte ad una novità: anche dopo la modifica della Costituzione del 2001, nessuno mosse un dito prima dell’invio della circolare del Ministro. Quale fu l’atto innovativo: il titolo quinto della costituzione, o la circolare?

Eppure bisognerebbe vedere le cose, entrare nei problemi, sporcarsi le mani.

Si potrebbero evitare cose incomprensibili.

Per esempio, perché devo portarmi dietro il faldone con i certificati medici prima di fare una visita: non potrebbero essere registrati nella tessera sanitaria? E per fare un concorso o un esame, perché devo ogni volta riprodurre titoli, abilitazioni, curriculum, e referenze: non potrebbe essere sufficiente scaricarli dalla mia carta d’identità elettronica inutilmente vuota? Perché devo andare in cancelleria per vedere se il giudice ha adottato un provvedimento: non potrei verificarlo da remoto con il numero di ruolo (cosa oggi possibile nel civile, utopistica nel penale)? Perché l’ufficio tecnico non riesce mai a trovarmi la licenza edilizia della casa: non potrebbero essere tutte archiviate elettronicamente? Perché l’ufficio socio assistenziale (o qualsiasi altro ufficio di un ente locale) deve aspettare l’approvazione del regolamento prima di dare un servizio all’utenza: non si potrebbe adottare uno schema di regolamento nazionale (subito vigente, salvo modifiche successive; tanto alla fine sono tutti uguali)? Perché devo sentirmi dire che non c’è personale per fare la manutenzione delle strade: non si potrebbero impiegare i cassintegrati (o i sussidiati, i naspati, i redditodicittadinanzati) che vengono pagati dallo stato per non fare nulla?

Ecco, questo forse è il punto: perchè non sempre è l’impiegato nullafacente a bloccare il servizio, ma è lo stesso stato a incentivare la nullafacenza del dipendente bloccando il servizio.

Sto parlando, purtroppo, con cognizione di causa. Per ragioni lavorative, professionali, esistenziali sono costretto quotidianamente ad interfacciarmi con uffici pubblici, e mi rendo conto che le soluzioni di problemi sono spesso immediate, a portata di mano, tecnologicamente banali, operativamente scontate, materialmente pedestri. Posso dire che so di cosa parlo. Chi le vive tutti i giorni lo sa. I politici non lo sanno, devo presumere (perché se lo sapessero sarebbe ancora più grave).

E non risolvono i problemi.

E intanto annunciano riforme.

Del fisco, della burocrazia, del processo civile, del mondo del lavoro.

Ma sono riforme che non riformeranno mai niente. Niente di quanto occorra qui ed ora.

Abbiamo messo vent’anni dalle prime sperimentazioni per avere il processo civile telematico, per quello penale ci stiamo ancora lavorando. Dopo sessant’anni dalla nascita della Repubblica abbiamo unificato gli archivi catastali, e dopo settantacinque quelli elettorali. Abbiamo lavorato per decenni su una piattaforma elettronica per l’insegnamento pubblico a distanza, ma quando è partita la DAD ci siamo accorti che non funzionava, e abbiamo ripiegato su quella fornita da Google.

Lo stato, nonostante tutti i proclami, sembra riformarsi più per inerzia, che per volontà propria.

La cosa che lascia di stucco, però, non è tanto la magniloquenza dei politici, quanto il fatto che i giornalisti sembrino accontentarsi dei loro paroloni. Gli approfondimenti, le inchieste, i retroscena sono dedicati tutti ai massimi sistemi, ai temi altisonanti, alle grandi partite.

Ma nessuna grande partita si può vincere trascurando le piccole mosse. E invece di questo si dovrebbe parlare: delle piccole manutenzioni, dei risultati concreti, delle iniziative che vadano dal testo di legge fino alla testa del cittadino. E invece m’assorda il silenzio. Com’è possibile?

Sembra che i nostri politici credano di essere dei soggettisti cinematografici.

Una volta approvata la legge vissero tutti felici e contenti.

Ma come, e poi, se la legge ha funzionato, o non ha funzionato, e perché, chi lo verifica?

Ecco, sì: è questa la metafora, è questa la rimonta.

I nostri politici sembrano tutti dei soggettisti.

Si accontentano di buttare lì un’idea di massima: “facciamo la riforma degli ammortizzatori sociali.  E tutti a dire bravi, bene, ottimo, è ora. E nessuno che chieda “ma come?. Magari c’è qualche penna che abbocca: ma se facciamo il welfare dobbiamo fare anche quella del fisco. Certo, come no, subito.

Poi, vedi e vedi, tutto finisce in un nuovo organismo pubblico, in qualche carrozzone dove infilare ex politici trombati, in qualche appaltuccio da affidare all’impresa capitanata da qualche cognato di cognati, in qualche nomina ad hoc per non privarsi della competenza di qualche nipote di nipoti.

Ma soprattutto, la riforma si traduce sempre in una superfetazione di interventi, moltiplicazione di procedure, sovrapposizione di competenze, complicazione delle decisioni, per cui il fallimento (che però dal punto di vista della riforma è un successo!) diventa una profezia che si realizza da sola.

Sì, in effetti il paragone calza: è come se un produttore-politico avesse trovato un soggetto per un film, e inizi a dire: ecco, come attore ci mettiamo il nipote dello sponsor (la nomina), come attrice l’amante del distributore (l’appalto), come regista il figlio del dirigente televisivo (la mazzetta), ed è fatta. Ci presentiamo in banca, prendiamo qualche contributo pubblico, facciamo fattura, e ci mettiamo in tasca la pagnotta.

Poi però, finisce che il film fa schifo.

Fa veramente schifo. Magari l’idea poteva anche essere buona (la buona scuola, in fondo, non era così brutta).

Ma un soggetto, da solo, non basta per fare un bel film. Così come all’Italia non basta sventolare il drappo di una riforma per avere un buon servizio pubblico.

No. Non basta un soggetto.

Per scrivere un buon film, quello che manca in Italia, quello che tutti dimenticano, quello che tutti omettono, quello che i nostri politici ignorano è un’altra cosa.

L’aveva detta giusta Age.

Quello che ci manca è una buona sceneggiatura.


Condividi

Redazione Oraquadra

La redazione.

Lascia un commento