APERTAMENTE di Antonio Ongarello. Franco Cerri: omaggio alla memoria di un uomo speciale
PADOVA – Franco Cerri è stato con noi dal 29 gennaio 1926 al 18 ottobre 2021. A tutti coloro che hanno avuto la fortuna di incontrarlo, frequentarlo o semplicemente ascoltarlo suonare, rimarrà il ricordo di un artista originalissimo e di un uomo elegante, onesto e buono.
Io sono orgoglioso di aver goduto della sua amicizia e stima per più di cinquant’anni anni.
Mi sono sempre considerato un suo “figlio musicale”, ma mi riconosco in lui anche nel modo di vivere, di affrontare la vita.
Nei nostri incontri spesso la musica lasciava il posto ad altri argomenti quali la quotidianità, la salute, le relazioni, la famiglia…
Mi ha aiutato ad essere un uomo migliore, e credo con questo di aver detto tutto.
Non farò la cronaca del suo percorso musicale. È già stata fatta da molti, ed è presente in tante interviste, articoli e libri che lo riguardano e che si possono facilmente reperire.
Preferisco, invece, raccontare qualche momento, qualche aneddoto, sperando possa essere rivelatore dell’Uomo che Franco è stato.
Il primo riguarda il nostro primo incontro. Nel 1970 venne a Padova a tenere un concerto al Teatro Verdi. Era in quartetto, a mio avviso la più bella formazione da lui allestita.
Io ero appollaiato nella parte alta del teatro e mai avrei pensato che quarantaquattro anni dopo sarei stato al suo fianco a suonare su quel prestigioso palcoscenico.
Ma ciò che più ricordo con emozione è che alla fine riuscii ad avvicinarlo e a chiedergli dove potevo trovare la sua musica… Una settimana dopo ricevetti per posta un plico con tutti i suoi manoscritti.
Un altro episodio che non potrò mai dimenticare è quando nel ‘76 andai a Milano per presentargli il mio primo libro (un piccolo trattato di armonia jazz) sul quale chiedevo un parere. Mi invitò a pranzo con lui. Andammo alla mensa della RAI e ci mettemmo in fila con il vassoio alla mano. Accanto a noi c’era un altro grande della musica, Gorni Kramer, al quale mi presentò come fossi un suo vecchio amico e tutti e tre parlammo di musica per un’ora. Mi sembrava di vivere un sogno.
In una tarda mattinata di primavera, mentre passeggiavamo a Milano per via Venezia, tutti lo riconoscevano e lo salutavano, venendone ricambiati con un sorriso.
Gli chiesi: “Ma conosci proprio tutti a Milano?” “No – rispose – però siamo tutti così fragili e desiderosi di una carezza che se un sorriso ed una stretta di mano ci possono aiutare, perché negarli?”. E continuò a sorridere e stringere mani, ripetendo la parola che ha più spesso pronunciato durante tutta la vita: “Grazie!”
Nel 1993 arrivò a Padova per un concerto. Andai a prenderlo al treno da cui scese con la chitarra e lo ospitai a casa dove mia moglie preparò un pranzo secondo la tradizione veneta. Ne fu entusiasta. Al termine, si mise ad autografare tutto il materiale che conservavo su di lui: dischi, libri, spartiti, con dediche ovviamente nel suo stile…
Una di queste riporta: “Ad Antonio e Mara [mia moglie] nel bene e nel meno bene!”.
La vita ha dato a Franco duri colpi. La morte prematura del figlio Stefano, la scoperta di due tumori che ha curato non senza sofferenza, la penosa condizione di suo nipote, il tradimento di un vecchio amico… Eppure non l’ho mai sentito lamentarsi, disperarsi. Ha sempre accettato gli eventi con la serenità e la saggezza di chi sa cosa significhi vivere.
Considero un regalo della vita averlo potuto conoscere ed essergli stato vicino. Uno dei tanto motivi per ricordarlo e di essergliene per sempre grato.

