I guariti dalla malattia Covid19 acquisiscono una persistente e robusta immunità naturale

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I guariti dalla malattia Covid19 acquisiscono una persistente e robusta immunità naturale che in caso di re-infezione consente un decorso lieve, o comunque non grave e con una bassa carica virale.

Le evidenze scientifiche dimostrano che nei guariti è rilevabile una immunità cellulare di memoria persistente, sicuramente rilevabile a distanza di anni. L’immunità acquisita con l’infezione da Sars-Cov- 2 permane stabilmente nel tempo (e ciò è confermato dai bassissimi tassi di reinfezioni che scendono fino allo 0,01% e si azzerano totalmente nei minori).

Per i guariti il rilevamento dei titoli anticorpali non è assolutamente esaustivo dell’immunità poiché i livelli di anticorpi neutralizzanti circolanti cominciano fisiologicamente a degradare già dopo il ventesimo giorno dall’infezione e nel contempo si assiste ad un aumento dei livelli di cellule B e T di memoria in grado di evocare risposte specifiche non solo nei confronti della proteina S, ma anche di altre proteine strutturali virali. Contrariamente agli anticorpi, le cellule B e T di memoria permangono stabilmente e, oltre a provvedere ad eliminazione diretta delle cellule infettate dal virus, sono in grado di provocare ex-novo boost anticorpali dopo ogni riesposizione e addirittura sempre più efficaci nel riconoscimento del virus anche nelle sue varianti.

I clinical trials condotti dalle aziende farmaceutiche produttrici dei vaccini, non contemplavano specifiche somministrazioni di dosi adiuvanti ai guariti: non esistono a tutt’oggi dati sperimentali validati in merito e non si possono escludere effetti avversi diretti o indiretti, immediati o a medio e lungo termine né è dimostrato un reale incremento di efficacia contro l’infezione. E’ quindi impossibile un’obiettiva valutazione del rapporto rischio/beneficio nella vaccinazione dei soggetti guariti.

Recenti evidenze dimostrano che una precedente infezione da Sars-Cov-2 risulta essere associata a un significativo aumento del rischio di qualsiasi effetto collaterale della vaccinazione.

In conclusione, il soggetto guarito, sottoposto a vaccinazione, a fronte di un beneficio pressoché nullo, affronta unicamente i rischi derivanti da potenziali effetti avversi anche correlati al suo stato.

Tale aspetto ha rilevanza sia sotto un evidente motivazione di tutela della salute pubblica, sia per le conseguenze penali e civili derivanti da danni subiti o subendi.

E’ necessario che le Autorità Sanitarie e quelle Governative vogliano prendere atto di queste evidenze, così da riconoscere a chi ha contratto e superato la malattia Covid-19 lo “status” di guarito e immune, con tutte le implicazioni consequenziali.

La presente posizione non disconosce la validità della campagna vaccinale in atto, con la sua valenza volta al contenimento della pandemia, ma intende rimarcare il fatto che nei soggetti guariti tale somministrazione non solo è sostanzialmente inutile, ma unicamente potenzialmente nociva.

Le recenti evidenze e numerosissimi studi scientifici, parte dei quali indicati nella bibliografia che segue, dimostrano al di là di ogni dubbio che i guariti dalla malattia Covid19 acquisiscono una persistente e robusta immunità naturale che in caso di re-infezione consente un decorso lieve, o comunque non grave e con una bassa carica virale.

Le evidenze scientifiche dimostrano che l’immunità naturale derivante dall’aver contratto la malattia perdura per oltre 14 mesi e che nei guariti è rilevabile una immunità cellulare di memoria permanente. Pertanto, anche in base alle analogie osservate con altri coronavirus umani e animali (dalla cui infezione è derivata una immunità eccezionalmente duratura e sicuramente rilevabile a distanza di 18 anni – Cfr. bibliografia), si può ragionevolmente affermare che l’immunità acquisita con l’infezione da Sars-Cov-2 permane stabilmente nel tempo (e ciò è confermato dai bassissimi tassi di reinfezioni che scendono fino allo 0,01% e si azzerano totalmente nei minori).

Va sottolineato che per i guariti il rilevamento dei titoli anticorpali non è assolutamente esaustivo dell’immunità poiché, come ampiamente dimostrato (Cfr. bibliografia), i livelli di anticorpi neutralizzanti circolanti cominciano fisiologicamente a degradare già dopo il ventesimo giorno dall’infezione, diminuendo significativamente nel tempo (effetto hooke) ma in maniera inversamente proporzionale all’aumento dei livelli delle cellule B e T di memoria. Quest’ultime sono in grado di evocare risposte specifiche nei confronti di altre proteine strutturali virali, precisamente E – M – N, e non solo contro la stringa della proteina S. Contrariamente agli anticorpi che hanno una emivita relativamente breve (alcuni mesi), le cellule B e T di memoria permangono stabilmente e, oltre a provvedere ad eliminazione diretta delle cellule transfettate, sono in grado di elicitare ex-novo boost anticorpali dopo ogni riesposizione al patogeno, addirittura sempre più efficaci nel suo riconoscimento e anche nelle sue varianti (come dimostrato, tra gli altri, da due studi italiani: uno realizzato dal Prof. Lavezzo sulla popolazione di Vo’ e uno studio di coorte retrospettivo realizzato da UNIFE – Manzoli et al. – 2021), aiutando quindi a prevenire la malattia e interrompendo l’infezione subclinica.

In stretta relazione con ciò, i clinical trials condotti dalle aziende farmaceutiche produttrici dei vaccini, non contemplavano specifiche somministrazioni di dosi adiuvanti ai guariti e, quindi, non esistono a tutt’oggi dati sperimentali validati in merito. Le nuove direttive, che prevedono una dose aggiuntiva di vaccino per ulteriore potenziamento della risposta umorale in chi ha già superato l’infezione, pertanto, sono empiricamente basate soprattutto su studi che valutano i livelli anticorpali mettendo a confronto popolazioni di “guariti vaccinati” e “vaccinati naive per Sars-Cov 2”, escludendo totalmente la popolazione di “guariti non vaccinati” e non tenendo in alcuna considerazione gli studi effettuati tra popolazioni di “guariti vaccinati” e “guariti non vaccinati” (Cfr. bibliografia).

In mancanza di dati sperimentali è quindi impossibile una obiettiva valutazione del rapporto rischio/beneficio nella vaccinazione dei soggetti guariti.

Infatti, non si possono escludere effetti diretti o indiretti (da spike o da adiuvanti) immediati (persino una severa reazione del sistema immunitario fino all’exitus) o a medio e lungo termine (per eccessiva stimolazione, sbilanciamento pericoloso e a volte irreversibile del sistema Th1/Th2 verso la predominanza di Th2, con conseguente insorgenza di patologie da derivazione immunologica, come riportato in letteratura – cfr. bibliografia), né è dimostrato un reale incremento di efficacia contro

l’infezione. Ancor più, tenuto conto delle nuove perspicuità (Alexander G. Mathioudakis et al., 2021; Noah Kojima et al., 2021; Cristina Menni et al., 2021) per cui una precedente infezione da Sars-Cov-2 risulta essere associata a un significativo aumento del rischio di qualsiasi effetto collaterale della vaccinazione.

Alcuni studi, che pur sostengono l’utilità di una singola dose vaccinale anche nei guariti, presentano numerosi limiti metodologici, non in linea con le basi cellulari e molecolari dell’immunologia.

Recenti studi hanno dimostrato che in individui con immunità preesistente la somministrazione di ulteriori dosi di vaccino non solo non incrementa la risposta delle cellule T spike-specifiche né di INTERLEUCHINA-2 (biomarcatore per immunità cellulare) ma, al contrario, diminuirebbe addirittura la secrezione di INTERFERONE-gamma, e porterebbe a un “esaurimento” e, in alcuni casi, una delezione delle cellule T.

Per quanto riguarda, infine, la VOC Omicron e l’allarmismo mediatico erroneamente costruito principalmente su due studi recentemente pubblicati (Pulliam JRC, Van Schalkwyk C et al. – 11/2021; Huang W, Wang Y et al. – 12/2021), che le attribuirebbe una maggiore capacità di evadere l’immunità naturale, vale sottolineare che:

– il primo studio è una ricerca retrospettiva esclusivamente basata su dati di sorveglianza epidemiologica; si basa unicamente su “sospette reinfezioni”, non confermate dal sequenziamento o dalla richiesta di un test negativo tra infezioni presunte; non sono state ottenute sufficienti prove epidemiologiche riguardo a una capacità simile con le VOC Beta e Delta; la raccolta dei dati ha subìto una importante interruzione a causa dello scoppio di disordini civili nel Gauteng (una delle provincie più popolosa e attualmente la più colpita dall’epidemia), con conseguente aumento degli errori di classificazione; lo stato vaccinale dei soggetti con presunta “sospetta reinfezione” era sconosciuto; si tratta di uno studio PREPRINT, non verificato;

– il secondo, sempre un preprint in attesa di revisione paritaria, è uno studio realizzato in vitro con virus pseudotipizzati, unicamente sul siero di convalescenti e che, pur valutando una riduzione della neutralizzazione riguardo a “Omicron”, sottolinea comunque che il livello di protezione è ancora superiore alla linea di base. Lo studio, tuttavia, si limita a prendere in considerazione il riconoscimento della variante in questione unicamente da parte di un solo livello protettivo del sistema immunitario; un ulteriore limite è rappresentato dal fatto che i sieri, prelevati tra marzo e ottobre 2020, a uno e tre mesi dal recupero, appartenevano a soggetti infettati dal ceppo originario di Wuhan e il cui sistema adattivo non era mai stato presumibilmente sottoposto a re-challenge da parte delle VOC diffusesi successivamente, le cui mutazioni chiave vengono tutte ricomprese tra quelle esposte da Omicron.

A ogni modo, come ha recentemente affermato il prof. Willem Hanekom, Direttore dell’Africa HealtResearch Institute, nonostante la maggior infettività della variante Omicron, soprattutto a carico dei soggetti più giovani, le manifestazioni sintomatologiche sono più lievi e la possibilità di reinfezione rimane inferiore all’1%, con un tasso di letalità tendente allo 0, come per tutte le altre VOC del Sars-

Cov-2. Inoltre, come riportato nel recente rapporto di sorveglianza del South African Medical Research Council, tra i pazienti ricoverati non risultano casi di reinfezione.

Alla luce di quanto sopra, le evidenze scientifiche sinora raccolte pongono una seria problematica di azione per quanto riguarda la somministrazione di vaccini ai soggetti guariti dalla malattia COVID 19. Come logica conseguenza, nella valutazione dei rischi e benefici associati ad ogni somministrazione di trattamento sanitario e/o farmacologico, emerge chiaramente che il soggetto guarito, a fronte di un beneficio pressoché nullo, affronta unicamente i rischi derivanti da potenziali effetti avversi della vaccinazione (immediati o a medio e lungo termine).

Tale aspetto ha rilevanza sia sotto un evidente motivazione di tutela della salute pubblica che per le conseguenze penali e civili derivanti da danni subiti o subendi da soggetti guariti e successivamente sottoposti a vaccinazione. Infatti, il guarito destinatario di farmaco non necessario e a carico del servizio sanitario nazionale (con un costo che comprende quello del vaccino e anche la quota parte dell’organizzazione strutturale per la somministrazione) si espone a sviluppare effetti avversi, anche gravi: situazione che andrebbe ulteriormente a gravare sul servizio sanitario nazionale, anche con potenziali evidenti profili di danno erariale.

Per una migliore profilazione del candidato alla vaccinazione, sono adesso disponibili test mirati al rilevamento delle cellule B e T, in grado di fornire un quadro differenziato della risposta immunitaria individuale dei soggetti che sono stati esposti al virus, così da determinare l’immunità cellulare dopo l’infezione (sintomatica o asintomatica): “T-Cell EliSpot Assay (T-CEA SARS-COV-2 test)” e “Test di Rilevazione Cellule B di memoria anti Sars-Cov-2 tramite flow cytometry”.

In relazione a quanto sopra, è necessario che le Autorità Sanitarie e quelle Governative vogliano prendere atto di queste evidenze, così da riconoscere a chi ha contratto e superato la malattia Covid-19 lo “status” di guarito e immune, con tutte le implicazioni consequenziali.

La presente posizione non disconosce la validità della campagna vaccinale in atto, con la sua valenza volta al contenimento della pandemia, ma intende rimarcare il fatto che nei soggetti guariti tale somministrazione non solo è sostanzialmente inutile ma unicamente potenzialmente nociva.

23 dicembre 2021

Coordinamento Comitati Guariti da Covid e ACU Marche – Sezione Guariti dal Covid

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Redazione Oraquadra

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