Il bello e il sublime in Kant

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di Stefania Romito

L’estetica effettua una netta distinzione tra il concetto di bello e quello di sublime. È Burke che a metà del Settecento elabora il concetto di sublime ripreso successivamente da Kant nella sua “Critica del Giudizio” (1790).

Mentre bello è armonico, misurato, composto a regola d’arte, il sublime è l’eccessivo, il disordinato, ciò che non è a misura d’uomo ma a sua dismisura, ad esempio il vuoto, gli abissi, gli spazi immensi, il silenzio assoluto, l’oscurità. Sono belle, afferma Kant, le aiuole di un giardino, sublimi le alte querce. Bello il giorno, sublime la notte. Secondo Kant esiste un “sublime matematico”, che nasce dallo sgomento per l’immensamente grande. La serie senza limite dei numeri, il pensiero dell’infinità cosmica o dell’eternità temporale.

Dalla contemplazione della potenza della natura nasce invece il “sublime dinamico”, i grandi fenomeni naturali, le catastrofi causate dalle forze scatenate della natura che spaventano ma, nello stesso tempo, attraggono e affascinano.

Il sublime nasce quindi non dalle qualità dell’oggetto contemplato, ma dalla disposizione d’animo del soggetto. Mentre la bellezza sviluppa un sentimento di semplice piacere (soddisfazione, appagamento), la sublimità provoca un’emozione ambivalente, un “orrore dilettevole”, uno stato d’animo in cui al piacere si unisce la paura. La trattazione di Kant proseguì mettendo in luce la diversa origine del sublime e del bello. Il giudizio di bellezza nasce da un accordo tra la sensibilità e la ragione, perché il soggetto ritrova in ciò che contempla gli stessi criteri, gli stessi valori di misura e di proporzione che regolano la sua attività mentale. Al contrario, il senso del sublime deriva da un conflitto fra sensibilità e ragione. Ci fa sentire piccoli rispetto all’immensità della natura e indifesi verso la potenza delle sue forze scatenate, ma questo dispiacere dell’immaginazione si accompagna a un piacere della ragione: lo spettacolo delle montagne più alte e degli strapiombi più scoscesi risveglia il sentimento dell’infinito, induce a riflessioni sulla natura dell’uomo e del mondo.

Scalando le vette più alte, o nella solitudine del deserto, l’uomo diventa più filosofo, più consapevole che la sua dignità di essere razionale lo rende libero anche se debole, spiritualmente superiore a ogni realtà sensibile. Per la capacità di produrre questi effetti il sublime si pone per conseguenza ai confini fra l’etica e l’estetica.

Ripresa in seguito nelle poetiche degli artisti romantici, che videro nel sublime un’espressione della tendenza all’infinito, il concetto è da tempo caduto in completo disuso nell’estetica contemporanea che non ravvisa più in questa nozione un utile parametro interpretativo.


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Stefania Romito

Stefania Romito è giornalista radiotelevisiva e scrittrice.

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