Dante tra gli ipocriti con Ulisse e Guido da Montefeltro

Condividi

di Stefania Romito

L’episodio di Ulisse viene preparato da una straordinaria descrizione del luogo dove non si puniscono i colpevoli di superbia intellettuale bensì i cattivi consiglieri (vv25) …quante ‘l villan……ve ‘l fondo parea. Brano paradigmatico per il carattere della perifrasi dantesca, che incrementa la realtà invece di allontanarla, sia nel designare la stagione (l’estate, durante la quale il sole tiene meno nascosta a noi la sua faccia, quando le ore di luce sopravvanzano quelle di buio) in cui ambienta la scena del contadino che dalla collina guarda verso la valle, sia l’ora, che è l’imbrunire, quando al tormento delle mosche segue quello delle zanzare.

È Virgilio  che si assume il compito di parlare con le due anime che si nascondono dentro una fiamma bifida, Ulisse e Diomede. I due dannati sono accoppiati solo per le loro prodezze in fatto di consigli fraudolenti, di cui il più noto riguarda il cavallo di Troia. In realtà, la domanda che Virgilio pone riguarda solo Ulisse, chiedendogli dove sia finito a morire. il racconto di Ulisse si estende dal verso 90 fino al verso conclusivo del canto, in cui vengono citate le motivazioni del suo ultimo viaggio, la rinuncia agli affetti familiari per un’inestinguibile brama di conoscenza “..né dolcezza di figlio….l’alto mare aperto”, fino alla tragica conclusione dello stesso dopo che Ulisse aveva convinto i compagni, in nome di un nobile ammonimento (“fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”) a seguirlo oltre le colonne d’Ercole, nell’oceano.

Mirabile la descrizione dell’affondamento della nave, così come spetta alla capacità inventiva l’immaginare che Ulisse potesse vedere quella montagna del purgatorio che sarà dato ai due poeti raggiungere solo al termine dell’itinerario infernale. Anche il XXVII canto è dedicato a un solo personaggio e allo stesso peccato. Si tratta di un contemporaneo, il capitano ghibellino Guido da Montefeltro, il quale chiede notizie della sua terra. La Romagna. Ed è Dante, questa volta, a dialogare con il dannato, dandogli notizie fresche di Ravenna e Cervia, Forlì, Imola e Cesena, e chiedendogli di raccontare la sua storia. Il dannato accetta solo perché è convinto di parlare a un’ombra e non a un vivo, che potrebbe infamarlo in terra.

Guido Da Montefeltro inizia il suo racconto con un autoritratto, rievocando la fama venutagli dalla sua astuzia sopraffina e come però, invecchiato, si desse a penitenza facendosi francescano. A questo punto era già arrivato il Convivio, che lo citava come esempio di ravvedimento. Dante, però, ha saputo nel frattempo che Guido è stato convocato da Bonifacio VIII perché gli indicasse la strada per piegare la resistenza dei Colonna a Palestrina. L’imperatore Costantino aveva implorato l’aiuto di papa Silvestro per guarire dalla lebbra, Bonifacio invece lo chiese a Guido come a un medico di ben altro genere (vv 98) …domandommi consiglio… Non è ben chiaro se la formula del raggiro suggerito da Guido (lunga promessa con l’attender corto) sia reperibile già nel latino dei cronisti, sicuramente inedito e inventato da Dante è l’astuto discorso di Bonifacio, ebbro di potere, che comprende l’ironica allusione a Celestino V (mio antecessor). Sta di fatto che Guido cade nel tranello e alla sua morte S. Francesco, che è venuto a prendere l’anima del suo fraticello, è ridotto al silenzio dal ferreo sillogismo del diavolo di turno, in base al quale “prima si ha il peccato, poi il pentimento”.


Condividi

Stefania Romito

Stefania Romito è giornalista radiotelevisiva e scrittrice.

Lascia un commento