In 14 brevi capitoli “Mariolino va per mare” di Laghezza e Barbaro, un racconto fiabesco per grandi e piccini. Recensione di Loredana Russo

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A quattro anni da “Il formicaio delle zampe pelose”, vede la luce “Mariolino va per mare” (ed. Multimage, 2021), nuova fatica editoriale del giornalista ed autore tarantino Mimmo Laghezza, scritta in tandem con la docente Manuela Barbaro, che ne ha curato anche copertina ed illustrazioni.

Un racconto fiabesco in 14 brevi capitoli, per piccoli e grandi lettori, in cui si snoda la vita semplice di un bambino di otto anni, Mariolino detto “Sparetidde”, orfano di padre, che vive in una splendida città di mare, accarezzata da una bellezza che lascia senza fiato, ma minacciata dai folli sbuffi di veleno di una fabbrica che semina morte e lutti.

Tra uscite notturne sullo Iole – il peschereccio del generoso nonno Antonio, profondo conoscitore dei segreti del mare -, avventurose scoperte di tesori misteriosi in anfratti incontaminati dell’isola di San Pietro, affascinanti attività scolastiche organizzate delle solerti maestre Adriana e Chiara nelle oasi naturalistiche sul Mar piccolo, Mariolino scopre la storia e le meraviglie nascoste della propria città, mentre si prende cura delle creature indifese Aicha e Chiuchiù.

La musica che viene dal mare – melodiosa, come gli schizzi dei delfini che giocano roteando sulle onde o come il suono dello strano tamburo suonato da Quaron Rodion, principe del Popolo sommerso, su uno scoglio illuminato dai raggi lunari; drammatica, come il lamento disperato dei naufraghi tratti in salvo da Mariolino e da suo nonno – funge da colonna sonora alle avventure del piccolo protagonista e, in particolare, all’amicizia con Aicha, una piccola profuga che farà scoprire allo “cher ami” la sua amata Africa, dal loro primo incontro, al viaggio finale nei profumi e nei colori del Senegal, che il protagonista compie attraverso gli occhi da cerbiatto della giovane “principessa nera”.

Accanto a loro, i coetanei, i ragazzi della 4 A, la classe di Mariolino ed Aicha, arruffati come il piumaggio del colibrì Chiuchù, in principio diffidenti ed ostili verso la nuova compagna ma che, grazie alla mediazione delle loro insegnanti, impareranno faticosamente a dare un nome alle loro emozioni, ad accettare la diversità, a comprendere che il mondo è più bello quando, invece di competere, si coopera con gli altri.

E poi ci sono gli adulti – in primis, il nonno di Mariolino e le sue maestre, ma anche le guide naturalistiche dell’oasi La Vela o del Convento dei Battendieri – non perfetti, ma sempre attenti a far maturare nei piccoli protagonisti il germe dell’armonia con la natura e con gli altri, alla crescita umana dei bambini loro affidati e consapevoli che restare umani sia l’unico valore che valga la pena trasmettere ai posteri.

C’è infine il paesaggio naturale, incontaminato, costellato di anfratti marini, di animali variopinti e di una flora lussureggiante, ma anche quello artificiale, la scuola, in particolare, tratteggiata con la delicata passione di chi crede nel ruolo dell’istruzione come volàno per una società migliore.

Una narrazione leggera come un folletto; a tratti decisa, come le pennellate di un dipinto di Van Gogh; sempre allegra e frizzante, come i suoi piccoli protagonisti. Un vortice di emozioni, in cui fantasia, mistero e poesia si armonizzano, per trasmettere un messaggio di fraternità universale. Un racconto a tratti ironico, attraverso il quale prende vita il sogno di un mondo migliore, che il lettore è invitato a costruire esercitando una “ovoficina”, ossia l’umiltà di guardare la realtà con gli occhi dell’altro.

Senza retorica e pedanterie, la storia insegna che la condivisione arricchisce la persona che la pratica e l’intera comunità cui l’individuo generoso appartiene, che si tratti di offrire propria imbarcazione ad un’allegra scolaresca al ritorno da una uscita didattica a contatto con la natura, o che si intervenga prontamente, a rischio della propria incolumità, per salvare vite umane destinate altrimenti ad essere inghiottite dal mare.

Come insegnano i piccoli protagonisti di questo racconto, l’amore arricchisce chi riesce a provarlo e migliora chi lo riceve. L’amore è, insomma, l’unica eredità che valga la pena di lasciare alle nuove generazioni: “non soldi, non beni materiali, ma un cuore grande pronto a sacrificarsi per gli altri!” (pag. 16). Un insegnamento per grandi e piccini, sempre attuale; oggi, più che mai necessario, in un contesto storico burrascoso, in cui restare aggrappati alla “convinzione di appartenere al genere umano” (pag. 152) sembra che stia diventando un’eccezione, mentre dovrebbe essere la regola principe del nostro stare al mondo e del nostro agire.

Loredana Russo

 


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Redazione Oraquadra

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