Kant e la Critica del Giudizio Estetico

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di Stefania Romito

Nella Critica della Ragion pura Kant aveva trattato della giustificazione dei giudizi scientifici ridando fondamento teorico al rapporto causa-effetto per cui la natura si presentava determinata secondo necessità.

L’uomo quindi, quando agisce nella natura è necessitato dalle leggi causali. Lo stesso uomo però nella Critica della Ragion pratica era essenzialmente libero nella sua azione. Come e dove si conciliano nell’uomo questi due aspetti contrapposti? Questo è il problema da risolvere affidato alla Critica del giudizio.

L’accordo dunque tra il mondo della necessità naturale e quello della libertà, Kant lo trova in quello che chiama “giudizio riflettente”.

Qui il termine riflettente vuole indicare che il soggetto non mette in opera il giudizio determinante con cui tramite l’intelletto conosceva gli oggetti, ma “riflette” dall’interno all’esterno, cioè attribuisce agli oggetti esterni una finalità, un fine che come tale appartiene solo ad esso.

Riflettente come in uno specchio che riflette all’esterno, l’idea di fine, la finalità, che invece appartiene all’uomo, alla sua interiorità.

Il giudizio riflettente quindi serve a stabilire un ponte tra il mondo naturale (necessità) e il mondo della libertà (rivelato dalla volontà morale) e a dare la risposta alla domanda qual è il fine della natura? Che senso ha il mondo che mi circonda?

Il giudizio riflettente si esprime nel giudizio “teleologico” e nel giudizio “estetico” che può essere “soggettivo”, basandosi sul sentimento del bello e “oggettivo” basandosi sul sentimento del sublime che si distingue a sua volta in  “sublime matematico” e “sublime dinamico”.

Il giudizio estetico basato sul sentimento del bello è quello con cui noi percepiamo la bellezza e realizziamo l’accordo tra l’oggetto sensibile (ciò che percepiamo e su cui “riflettiamo”) e l’esigenza di libertà (ciò che noi liberamente sentiamo).

Il sentimento del bello è:

  • puro: non è collegato alla reale esistenza dell’oggetto rappresentato
  • disinteressato: l’oggetto bello non deve rispondere né a fini utilitaristici né morali
  • universale: il bello è ciò che piace universalmente, condiviso da tutti, senza che sia sottomesso a qualche concetto o ragionamento, ma vissuto spontaneamente come bello
  • necessario: evidentemente non di necessità logica, non esistono regole esplicite per il giudizio estetico

Kant dice che si tratta di una “una normalità senza norma” e che anzi la stessa contemplazione degli oggetti belli è in grado di educare il gusto estetico e di portare l’uomo al riconoscimento necessario della loro bellezza.

In parole più semplici l’oggetto bello creato dall’artista soddisfa le esigenze della necessità naturale, in quanto per quanto libera sia la scelta del materiale utilizzato per l’opera d’arte questo dovrà necessariamente rispettare le leggi fisiche, ma nello stesso tempo nell’opera l’artista esprime “liberamente” il suo ideale di bellezza e lo fa non per utilità né per ammaestramento morale.

Giudizio estetico è oggettivo nel senso che questa volta il bello non è rappresentato nell’opera d’arte ma è nella stessa oggettività della natura. Questo si chiama il “sentimento del sublime“.

Il sentimento del sublime matematico è quello per il quale tutti noi di fronte a fenomeni di smisurata grandezza (lo spazio cosmico) o del sublime dinamico, di smisurata potenza naturale (una grande cascata), proviamo, per i nostri stessi limiti, un senso d’insufficienza, di paura, timore. Ma in un secondo tempo, quando riemerge la nostra razionale volontà, questo sentimento della propria impotenza sensibile rivela per contrasto la coscienza di una potenza illimitata, di una nostra superiorità in quanto razionalità operante che trasforma in positivo il precedente sentimento negativo.

Il bello non ha di per sé nessuna concreta consistenza ma la sua essenza è in un valore simbolico. L’esistenza della bellezza è un segno per cui noi rappresentiamo nella realtà una finalità interiore di cui troviamo il senso nella nostra finalità razionale, nella nostra vita morale. È con il giudizio teleologico (da teleos, fine) che scopriamo nella natura, attraverso il bello, un fine.

Il bello naturale ci fa intuire l’esistenza di un sommo “artista” simile a noi ma con una volontà enormemente superiore alla nostra che consegue attraverso il bello il suo scopo, il suo fine: il “trionfo del bene”.


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Stefania Romito

Stefania Romito è giornalista radiotelevisiva e scrittrice.

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