“Mi sono innamorato di Eva Kant” di Pierfranco Bruni – L’Epifania di un vissuto nel dialogante dialogo con la Bellezza

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 di Stefania Romito

Mi sono innamorato di Eva Kant”, edito da Pellegrini Editore, non è il primo libro di Pierfranco Bruni che leggo. A dire la verità, ho vissuto molti suoi libri e di alcuni ho abitato le parole dall’interno. Ma sebbene, da un tempo che pare infinito, mi incontri quotidianamente con le sue emozioni scritte, la sua ars scribendi non diviene mai abitudinarietà perpetuando una magia che si infinita in ogni riga di spazio, donando al tempo il sapore dell’eterno.

Pierfranco Bruni sublima la realtà trasfigurandola in incanto onirico nel convincimento che nulla è più vero del sogno che non conosce l’impossibile. Le leggi fisiche si annullano e a regolare il tutto è l’immaginario. E da questa realtà sublimata, così tangibile nella sua metafisicità, non ci si vorrebbe mai congedare, perché solo in questa dimensione trascendente, che in Bruni diviene sensualità d’anima, si vive quella fisicità di spirito avulsa alla pragmaticità del quotidiano.

Mi sono innamorato di Eva Kant è un compendio di sentimenti d’emozione. Quei sentimenti ed emozioni che hanno costruito il vissuto dell’io narrante il quale, come Virgilio nella commedia dantesca, accompagna il cammino del pellegrino Bruni dal suo incipit di vita fino a quell’età in cui l’evoluzione intellettuale giunge all’estrema compiutezza. Una testimonianza che diventa confessione in un percorso dialogante con l’altro da sé tra i miti e leggende che hanno reso incommensurabile e profondo il pensiero dell’autore. Così quel “caro lettore” al quale l’io narrante si rivolge diviene un compagno di viaggio che si riflette nello specchio del doppio. Perché chi meglio di se stesso, e Bruni lo sa bene, può accogliere le confidenze nella devozione di complici segreti?

Un diario emozionale? Un tentativo di ripercorrere le tappe della propria vita attraverso le figure chiave, reali e simboliche, che l’hanno costruita? Certamente sì. Ma non solo.

Mi sono innamorato di Eva Kant è il tentativo di catturare il mistero per definirlo nella condivisione pur sapendo che è incatturabile. Quello stesso mistero che fa vivere lo scrittore costantemente in bilico tra realtà e finzione. La Eva Kant del titolo non è soltanto l’ammaliante donna di Diabolik. È quella figura archetipica che riporta l’autore all’età della gaiezza. Eva Kant, icona di bellezza eleganza e raffinatezza, assume i molteplici volti delle altre donne presenti nel libro, prima fra tutte Riccioli biondi. Ma mentre Eva Kant sembra assumere il ruolo di Beatrice nella sua azione salvifica, riconducendo l’autore all’Eden irrimediabilmente perduto, Riccioli biondi è l’amante immaginifica e idealizzante alla quale Bruni assegna una connotazione di carnale sensualità. Entrambe simboleggiano l’amore incondizionato, in una devozione che è dedizione.

«Mi sono innamorato di Eva per la raffinatezza e la sensualità oltre che per quel fascino del mistero che la caratterizzava ma anche per la sua fedeltà e il suo saper restare in ombra».

Torna il concetto di mistero che abita l’ombra e che si percepisce nella Bellezza. Di un amore. Di un’opera d’arte. Soltanto un divin scrittore come Pierfranco Bruni poteva “raccontare”, con così efficace suggestione, il mistero della genesi della Bellezza. È proprio nell’ultimo capitolo intitolato Le ombre, in cui inscena un visionario dialogo con l’Urbinate, che Pierfranco Bruni approda all’apogeo della sua analisi fenomenologica sul valore e la resa emozionale dell’oggetto artistico in sé, svelando la perfezione della Bellezza in quella dimensione invisibile che si frappone tra l’idea originaria dell’artista e la sua creazione. Quell’emozione che rimane “intrappolata” in questo spazio di tempo e che viene colta soltanto dagli spiriti sublimi. L’emozione è Bellezza fino a quando continua a esistere nella dimensione del mistero.

Leggere Bruni è ritornare al valore della vita, al senso del nostro esistere. È un ritrovare la preziosità del nostro essere erranti mediante la guida di chi è stato custode di Bellezza e che ha illuminato il nostro cammino. L’amato padre, i sufi, Jean Cocteau, Edith Piaf, Gabriele ed Eleonora, Asmà e Shadi, Cesare e Constance… Portatori di lungimirante bellezza che i valori della pazienza, dell’ascolto, del silenzio rendono eternamente endemica. Affinché la poesia non sia soltanto un attimo vissuto nell’istante della pragmaticità del reale (la maglia rotta montaliana), ma diventi il vivere stesso in un dialogo perpetuo tra anima e pneuma.

L’essenza poetica dell’io narrante penetra i destini di coloro che hanno vissuto le passioni e scritto la vita, facendosi travolgere dalla maestosità dell’amore nel canto di rime in cui la nostalgia, la disillusione e il disicanto cesellano parole. L’idillico dialogare nella fabula dell’estatico sogno di Gabriele ed Eleonora si intreccia alle orientali atmosfere di una Venezia moresca che si specchia nelle anime predestinate di Shadi e Asmà, abitanti dell’eterea soavità del Cantico dei Cantici. Emergono Pavese, D’Annunzio, Abshu, Lorca, Thomas Mann… fascinanti danzatori di un girotondo alchemico. Giuseppe Berto, con la carica sensuale degli amanti onirici che si lasciano e si cercano per ritrovarsi sempre. Un elastico emozionale che intreccia i fili di un sentimento che, tra maschere disillusioni e confessioni, vive l’essenza del vivere.

In questo cerchio magico delle passioni irrompono riferimenti specifici temporali che la scrittura bruniana evoca nel gioco di seduzione e voluttà. 10 agosto. San Lorenzo. Una ricorrenza religiosa che si incastra al suo pensiero di fede nel misticismo di un santo che gli cammina accanto. Anche nel dialogo contemplativo, Pierfranco Bruni rinviene la salvezza affidandosi alla sacralità di San Francesco di Paola che solca sentieri nel suo percorso spirituale. La calabresità, negli aspetti fondanti di coraggio, fierezza, pazienza e fortezza, si specchia non solo nel volto del santo ma anche in quelli di Campanella, Giordano Bruno, San Giuseppe Moscati. Misticismo che si fonde a considerazioni filosofiche antropologiche interpretate in un’ottica di fede autentica.

Ma Mi sono innamorato di Eva Kant è ancora di più.

C’è chi si atteggia a scrittore interpretando un ruolo, in totale assenza di vocazione. C’è chi ha la passione in sé ma necessita di acquisire gli strumenti che consentono alla parola di trasformarsi in emozione.

Per Piefranco Bruni la scrittura è un fattore endogeno. Egli è scrittura, nell’intimo esistere. Nel capitolo Ti scrivo dal mio suicidio il tema della volontaria fine esistenziale viene analizzato dal di dentro. Il valore immanente della scrittura bruniana emerge in tutta la sua sublimità, non solo nella forma ma anche nel contenuto.

Un tema affrontato dal punto di vista della poesia, perché è nella poesia che si rinviene il significato del tutto. Così Bruni, riallacciandosi a De André e alla tragedia personale di Cesare Pavese, che si affianca a quella di Tenco, Dalidà, Mia Martini, Luigi Vannucchi (anime che Dante avrebbe intrappolato negli ulivi della selva dei suicidi), rifugge la condanna cattolica al suicidio. Mirabile rappresentazione di un Dio che non respinge coloro che si tolgono la vita, assoggettati al giudizio di quei mal pensanti per i quali c’è solo condanna e mai assoluzione, ma che accoglie nel nome dell’amore. «Non può esserci l’Inferno tra le strade del buon Dio, ci ripete De André. E la morte verrà e avrà sempre i tuoi occhi…».

Leggere Piefranco Bruni è guardare oltre la realtà, al di là della finzione. Cogliere il “nucleo” della vita, quello più profondo ed estatico. Nell’ideale platonico, il luogo delle emozioni sommerse in cui le percezioni non sono solo impulso d’anima, che si accendono e si spengono a intermittenza. Montale descrive quel “varco di natura”, quella maglia rotta nella rete che consente di accedere a una dimensione altra in cui si rinviene la poesia, l’essenza del noi.

In Bruni ogni singola parola, lettera, spazio di scrittura, è essenza d’anima. Un angolo elettivo in cui la realtà diventa nobiltà di spirito. Pierfranco Bruni non ci indica come rinvenire quella “maglia rotta nella rete”. Lui ci mostra quel mondo, che la nostra cecità sceglie di non voler contemplare, in cui la poesia è l’aria che si respira e l’amore è vita. Una visione totalizzante che oltrepassa la limitante montaliana.

Una dimensione “superiore” che non va ricercata all’esterno ma rinvenuta dentro di noi attraverso la socratica maieutica della memoria. Quella linfa vitale che scorre nel sangue dei ricordi. «Il dolore non è una piega del vento. È un vetro appuntito che penetra la memoria».

Dolore non come sofferenza, ma come nostalgia salvifica e ricchezza di rinvenimento interiore degli aspetti fondanti della vita. Nel ricordo miglioriamo noi stessi. E così la vecchia Feijoa, accudita e amata dal padre Italo, è la fragilità di una bellezza che solo l’amore rende eterna.

Qui la storia di una nazione si lega alla figura di un padre che è riferimento. La Storia è lo strumento che fa riaffiorare i valori, i punti cardine dell’io narrante. L’amore incondizionato e assoluto per un padre che aveva la pazienza dell’ascolto e coltivava il valore del silenzio. La Storia che mette in evidenza le contradditorietà di una politica che affoga la dignità nel tradimento.

Ma è nella nobiltà del Gattopardo che la scrittura rinviene la sua libertà. Lo scrittore deve essere libero di scardinare le regole precostituite e, al tempo stesso, deve farsi rappresentante dei tracciati che lo hanno formato, nei confronti dei quali deve porsi sempre in rivolta. Perché, come ci ricorda Pierfranco Bruni, “la lingua l’ha sempre fatta il poeta. Le innovazioni linguistiche sono nate dentro la poesia”.

La poesia, però, è anche lo strumento primario per cantare l’amore. Solo un poeta vero come Pierfranco Bruni, che vive i sentimenti come poesia e la poesia come vita, può connotare la parola in estasi. Può denudare la scrittura della sua patina di realtà per lasciare che la semantica si trasformi in impulso sensoriale. Quell’ardore radicato nel substrato del nostro vissuto e che le sue parole, in un soffio d’estasi, sublimano nell’attrazione.

Sì, perché leggere i libri di Pierfranco Bruni, e ancor di più il suo ultimo capolavoro letterario Mi sono innamorato di Eva Kant, significa vivere l’esperienza dell’amore puro. Di quel sentimento che non conosce ostacoli materiali, temporali e spaziali e che si alimenta solo di quell’amore dal quale è alimentato.

Un libro che possiede la malinconica ironia e la magica attesa della lontananza in cui la nostalgia non è tormento ma opportunità per rinvenire quei valori che danno un senso al nostro esistere. Rimembranze che hanno il sapore salvifico di quell’ultimo caffè…

Tale è la scrittura di Pierfranco Bruni.

Epifania dell’essenza di una Vita.

 

 

 

 

 

 


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Stefania Romito

Stefania Romito è giornalista pubblicista e scrittrice.

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