APERTAMENTE di Luca Bovino* “Il volto, dietro la maschera”

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È l’anniversario di Tangentopoli. A commemorare l’arresto invernale del “mariuolo” del Pio Albergo Trivulzio, e di tutti gli altri che ne seguirono, c’era un magistrato. Uno di quelli che non ha fatto politica, anzi, che a un certo punto ha smesso anche di fare il giudice. Mentre raccontava di quei fatti, incalzato dalle proprie stesse risposte, più che dalle domande del giornalista, improvvisamente quell’uomo ha gettato sul tavolo una dichiarazione drammatica.

Questa: io non credo nel diritto penale.

Il tentativo di articolare meglio questo concetto era ancora più lacerante della sua sintesi. Certo, chi è pericoloso deve stare da un’altra parte e non in mezzo alle persone, finché è pericoloso, diceva. Ma precisando: sono convinto che la pena, il carcere e, necessariamente, il processo stesso non servano a nulla. Sono soltanto un esercizio di violenza, ma non risolvano i problemi, non soddisfano i bisogni, non giustificano i poteri per cui viene disposta la privazione della libertà di un uomo.

Resto trasecolato ascoltando le sue parole.

Ma cos’ha detto?

Vedo i suoi occhi pregni di un sentimento triste, solo in parte e solo in apparenza mitigato da una certa spigliatezza del tono della voce. Chi ho di fronte?

Continuo ad ascoltare il suo racconto degli eventi dell’epoca, di quando era un giudice venerato e osannato oltre ogni ragionevole motivo, visto che in fondo faceva solo il suo mestiere (sia pure in un contesto in cui nessuno sembrava farlo). Ma continuo a pensare a quelle parole.

Al suo dramma interiore, alla sua lacerazione ideale, alla maschera che ha dovuto indossare per tutti questi anni.

Forse resosi un po’ conto della china pericolosa che poteva prendere il ragionamento intorno alla sua immagine, ad un certo punto ha rettificato: io non credo nel diritto penale, però credo che finché ci sono quelle leggi, quelle leggi vadano rispettate.

Insomma, un momento altamente romanzesco all’interno di un contesto estremamente razionale. L’uomo non crede nel lavoro che fa, non crede nel ruolo che riveste nella società, non crede nella funzione che svolge nel mondo, eppure: fa, riveste, svolge.

Dissimula, nasconde, reprime la propria contrarietà morale verso un comportamento esteriore che esegue ma condanna.

Mi ha ricordato un passaggio estremamente letterario di un altro importante signore milanese, come lui. Sì, mi ha fatto pensare all’Innominato di Manzoni, e a quel momento del racconto in cui l’autore ci informa che l’uomo aveva mutato la propria disposizione interiore verso il crimine e il malaffare eppure seguitava a commissionare delitti e sequestri. Con il rischio, parafrasando sempre il romanzo, che “a furia di essere disgustato si finisca per essere disgustoso”.

L’innominato, effettivamente, ad un certo punto cambia vita, asseconda la propria rinnovata moralità e decide di tenere all’esterno un comportamento conforme al proprio pensiero, anzi di far coincidere finalmente pensiero e azione, mondo interiore e mondo esteriore, idea e prassi, cultura e natura.

E così pare aver fatto ad un certo punto il nostro giudice, che ha preferito rinunciare anzitempo alla magistratura e ha lasciato la toga prima del raggiungimento dell’età pensionabile, ormai risultandogli insopportabile il fardello di quella maschera che gli stava deformando il volto.

Però per tanti anni quella maschera l’ha portata. Ha scritto e pronunciato le parole della legge, ha trasformato lo spirito del diritto in un corpo. Ha compiuto un miracolo molto simile a quello che ogni domenica compiono i preti al momento dell’eucarestia: ha dato luogo alla transustanziazione, dopo aver pronunciato alcune parole qualcosa è diventato qualcos’altro. E lo è diventato definitivamente.

C’è un altro importante passaggio letterario che attesta questo movimento, ed è un dialogo presente nel “Contesto” di Leonardo Sciascia. Il dialogo tra l’ispettore Rogas e il Presidente della Corte d’Appello. Questi spiega all’inquirente che il miracolo della transustanziazione avvenga anche a prescindere dal fatto che il prete sia intimamente dubbioso o scettico sulla propria fede. È l’investitura a dare la funzione, è la macchina a creare l’ingranaggio.

L’ingranaggio è solo un ingranaggio.

Forse è stata questa la consapevolezza che al nostro non è piaciuta, l’epifania improvvisa cui ha preferito aderire, la nevrosi cui s’è voluto sottrarre.

È una scelta stridente, anomala, inusitata in un paese come il nostro, fatto di gattopardismi, di opportunismi, di uomini che si chinano giunchi ad aspettare la china, di mezzi mutevoli adoprati anche in disarmonia coi fini.

Non appena arriva un elemento perturbatore, o minaccioso, o sconveniente per la nostra esteriorità, si preferisce far finta di nulla e sacrificare la moralità, l’intimità, il mondo interno.

Restiamo sempre nel terreno della legge e della politica, per fare qualche esempio, per fare le nostre riduzioni all’assurdo.

Abbiamo visto forsennati sedicenti federalisti che allo scoppiare della pandemia hanno invocato (e preteso!) l’urgente intervento del governo centrale, rimangiandosi con un solo boccone tutte le velleità di autonomia amministrativa che professavano e intorno alle quali avevano costruito una carriera. Ma non erano stati soli in quest’arte.

Abbiamo visto iperliberisti votare provvedimenti che elargivano ingenti fondi pubblici per riacquistare imprese che i privati avevano fatto fallire, dopo averle avute gratis dallo Stato.

Abbiamo visto antiprotezionisti stracciarsi le vesti quando i regolamenti comunitari avevano imposto di mettere all’asta le concessioni pubbliche sulle gestioni dei litorali e degli stabilimenti balneari.

Abbiamo visto paladini della legalità promuovere referendum per cancellare le leggi che evitavano ai condannati di gravi reati di corruzione di ricoprire cariche pubbliche.

Abbiamo visto loquaci ambientalisti rifiutare misure dissuasive all’uso della plastica e dei combustibili fossili, e proporre l’equazione verde uguale nucleare, sostenibilità uguale trivellazioni marine, riciclo uguale depositi millenari di scorie radioattive.

Abbiamo visto tanti comportamenti contrari a tanti convincimenti.

Al  punto che la domanda è sempre la stessa: nascondiamo il nostro mondo interiore dietro una maschera, così come celiamo il volto dietro la mascherina, ma una volta tolta, che faccia avremo? Avremo ancora un volto o semplicemente cambieremo maschera.

In questi stessi giorni cadeva anche un altro anniversario, meno rotondo, ma non meno significativo: il 17 febbraio dell’anno del signore 1600 nella romanissima piazza di Campo de’ fiori veniva arso vivo un uomo che aveva preferito la morte alla dissimulazione.

Dopo un processo di 7 anni veniva posta fine in modo cruento e selvaggio alla vita di un nolano di nome Filippo, al secolo Giordano Bruno. Pare che ad un certo punto del processo inquisitorio a suo carico, tenuto dalla nostra cattolicissima Chiesa, dopo che gli furono inflitte privazioni, segregazione, torture e vessazioni gli fu improvvisamente concessa la possibilità di assoluzione dietro la garanzia dell’abiura del suo pensiero.

Cosa ci sarebbe stato di più facile? Basta negare la dottrina propria e professare la bontà di quell’altrui, e il gioco sarebbe stato fatto, e il gioco sarebbe valso la candela.

O forse no?

La vita vale più dell’idea, in fondo; la prima senza la seconda sarà anche vuota, rozza, animalesca; ma la seconda senza la prima semplicemente non esiste.

Oppure no, forse le cose non sono andate così.

In fondo, gli atti del processo contro Giordano Bruno non sono mai stati ritrovati.

Cosa strana.

Sappiamo chi furono i componenti del Santo Collegio che lo condannò, e sappiamo che tra questi ci fu il cardinale Bellarmino, e conosciamo solo per sommi capi le imputazioni formulate, ma lo sappiamo solo perché misteriosamente sono rimaste integre alcune pagine di una memoria difensiva scritta dallo stesso Bruno con cui disperatamente difendeva la bontà dei propri assunti. E spiegava cose che oggi ci sembrano ovvie: che ogni stella è un sole, e che intorno ad ogni sole c’è una terra, e che in ogni terra c’è una vita. E che ogni elemento della materia è nutrito da un medesimo campo di energia. E tante, tante, tante altre cose, molte delle quali incomprensibili, inintelligibili, incommensurabili.

Bruno fu l’uomo persuaso di poter soffiare quell’alito di energia presente in ogni uomo, in ogni cosa, in ogni idea e portare il mondo all’equilibrio, alla pace, all’armonia. Sperava di poter incontrare i più grandi potenti del mondo, e anche il papa, perché era convinto che avrebbe potuto indurli a dismettere le armi e a trovare concordia, magari attraverso il suono delle sue parole e delle sue poesie, o la vista delle sue immagini e dei suoi disegni, mercé le quali avrebbe modificato, verso il bene, l’animo della bestia trionfante in ogni simile.

Ma non ci riuscì.

E forse non è questo neanche il punto.

Il punto fu che ci provò. E che difese accanitamente il suo pensiero, il suo mondo interiore, il suo volto. Anche contro chi voleva strappargli a forza la maschera per fargliene indossare un’altra.

 

*Avvocato

 

 


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Redazione Oraquadra

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