Giuseppe Yusuf Conte e la sua Poesia per la pace

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«La poesia è la quint’essenza dell’umano, e l’umano sta subendo un attacco tecnocratico senza precedenti.  Parodia del cristianesimo: la sofferenza delle banche, ma le sofferenze sono altre, cari banchieri»

Giuseppe Yusuf Conte, scrittore

Nella Giornata mondiale della Poesia, abbiamo l’onore e il piacere di pubblicare il più recente componimento poetico dello scrittore ligure Giuseppe Conte, co-fondatore del movimento del Mitomodernismo, autore di battaglie poetiche in difesa delle minoranze etniche, culturali, dell’ambiente in pericolo, esperto di storia dei miti dei cinque continenti. Autore pluripremiato grazie a romanzi fortunatissimi e  raccolte di poesie che scandagliano i quattro angoli dell’animo umano, tra i suoi ultimi lavori ricordiamo I senza cuore, Dante in Love e Il mito e la manutenzione dell’anima, per Giunti editore.

Chiediamo a Giuseppe Conte: dal suo punto di vista, oggi cosa significa “comunicazione” e come si colloca al suo interno la “poesia”?

G. C. – «La poesia è dentro la comunicazione (è anche comunicazione), e si pone come un vettore che ha fini propriamente di conoscenza dell’anima e del mondo; non è comunicazione né immediata né oggettiva, è lo scavo dentro il linguaggio per cercarvi fili di luce, pepite di luce che diventano la strada per uscire dal buio, dalla crisi, dalla sofferenza. Quella della poesia è una comunicazione che ha una missione, una funzione catartica, che si rivolge direttamente all’anima, cioè non passa dai canali convenzionali del comunicare.»

Ieri ha pubblicato sulla sua pagina Facebook un componimento in versi, e oggi è stato ospite di TG2 Italia per una intensa lettura degli stessi. Come e quando sono nati questi versi, che al momento non hanno titolo?

G. C. – «Sono sincero, vivevo da molti giorni a causa della guerra in una specie di mutismo e di buio, sopraffatto dall’orrore, dal pensiero di un massacro così vicino a noi, dal pericolo dell’atomica… la poesia non si arrende, e quindi mi è venuta in soccorso Lei: una mattina mi è venuto alla mente il primo verso: C’è qualcosa nel cielo di torbido. Era vero, dopo un gennaio bellissimo qui in Liguria c’è stato un lungo periodo in cui il cielo era sempre torbido, come se da qui, attraverso quelle torbidità, si sentissero le cannonate e i sibili dei missili, come se arrivasse la guerra.

Da quel verso ha preso l’avvio il testo, l’ho scritto in un giorno. Il bisogno che sentivo era di dire qualcosa che non sta in un pensiero razionale, volevo esprimere un sentimento, non avevo altro da dire che questo: comunicare attraverso un modo quasi didascalico… siamo di fronte a tanta crisi e morte che volevo parlare chiaro, in linea con quello che sostengo da tempo. L’arte è fatta per dire sì a quello che nasce, ricresce fiorisce; no a quello che distrugge.»

Quindi arriviamo ai concetti eterni di bene di male, qual è la sua visione?

G. C. – «Io il male e il bene li vedo così. Il bene è tutto quel che fa nascere, fiorire; chi spegne è il male, il maligno cerca di non far nascere, cerca di bloccare. Siamo arrivati a un punto tale che  non facciamo più i conti con il mistero della vita: la poesia non segue solo gli impulsi ma anche il pensiero, che è pensiero commosso, agitato dalla commozione e dalla passione. E’ un pensiero che non sta nei parametri ordinari, che cerca di conoscere, che cerca di capire, è anche un pensiero di profezia. Certo, mi rendo conto che è utopico dire stop alla guerra, ma se lo dicessimo in milioni si fermerebbe tutto. Il mio componimento è un esempio di poesia withmaniana, scritto in quartina ritmata, che a mio avviso è lo strumento ideale per far imprimere il verso nella mente, come il ritmo quasi di una ballata romantica.»

Ringraziamo Giuseppe Conte, sempre amabile e pronto a dialogare con quell’entusiasmo tipico di chi crede nel dialogo come forma di evoluzione della specie. Alla prossima poesia, alla prossima avventura.

 

C’è qualcosa nel cielo di torbido
lo attraversano scorie e cenere
fuoco e sangue son la bandiera
di questa empia primavera,

viene falciando giovani vite
viene coi pianti degli sfollati
con tante infanzie violate, tradite
mentre avanzano i carri armati.

Voi che volete chiamarvi uomini
guardate in fondo alle vostre anime,
imperi, eserciti ,nazioni
non valgono il tremito di un anemone,

non valgono un’ape, non valgono il vento
il sorriso di tutto quello che nasce
di una madre e di un figlio in fasce
dell’amore l’eterno miracolo.

Avete dovuto impietriti guardare
camion partire pieni di bare
ora vedete fratelli scavare
fosse e gettarvi fratelli cadaveri.

Stop alla morte, alla distruzione
ne avete avuto e sparso già tanta
“cessate il fuoco” sia il vostro mantra
tempo è di insorgere e di pregare.

Stop alle armi comprate e vendute
stop ai profitti miliardari
sul sangue delle reclute cadute,
degli innocenti, dei volontari.

Non c’è più gloria negli imperi
non c’è più gloria militare
non c’ è più gloria nella guerra
Santa è soltanto la Madre Terra,

santi i fiumi, santi gli oceani
santo il grano delle pianure,
non li avvolgano mai le oscure
nuvole tossiche che annientano.

C’è qualcosa nel cielo di torbido
lo attraversano scorie e cenere
notte ed abisso son la bandiera
di questa empia primavera –

Ma c’è qualcuno che vuol risorgere
qualcuno che insorge, qualcuno che prega
nessuna notte, nessuna mai nega
che poi la luce ritorni a splendere.

Giuseppe Yusuf Conte, poeta e scrittore

In copertina: “Salvate tutti i bambini del mondo”, installAzione di Pino Lacava

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Sabrina Del Piano

Archeologa preistorica, dottore di ricerca in geomorfologia e dinamica ambientale, esperta in analisi dei paesaggi. Operatore culturale, ideatrice di eventi culturali, editoriali ed artistici. Expert in prehistoric archaeology, geomorphology and landscapes analysis. Cultural operator and art events organizer

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