Il deserto buzzatiano simbolo di futuro e speranza

Condividi

di Stefania Romito

 

Il deserto dei Tartari è un romanzo di fantasia e quindi il regno a cui si fa riferimento può essere intuibile ma non identificabile. Buzzati sfrutta il nome dei Tartari per evocare l’idea di una minaccia militare. Di un’invasione da parte di un popolo crudele e sconosciuto. Per creare l’ansia dell’attesa.

All’inizio Drogo è entusiasta e non vede l’ora di intraprendere la sua avventura militare (un atteggiamento che può essere paragonato all’entusiasmo adolescenziale di una persona che si approccia alla vita e che è attirata dal fascino dell’avventura). Questo entusiasmo si percepisce allo stesso modo sia nel romanzo che nella trasposizione cinematografica.

Nel film Drogo, prima di partire per la Fortezza, passa a salutare la sua innamorata. Nel romanzo la figura della fidanzata Maria, sorella dell’amico Vescovi, appare solo più avanti come destinataria delle sue missive.

Vi è da subito la consapevolezza in Drogo che da quel momento in poi nulla potrà essere come prima. Partendo lascia anche la fanciullezza, racchiusa tra le pareti di una casa dove la madre avrebbe potuto, illudendosi, pensare di custodirla fino al suo ritorno.

Durante la sua andata alla Fortezza Bastiani, l’ambiente è connotato da un taglio quasi “favolistico”. Buzzati descrive il paesaggio circostante avvalendosi di un realismo intriso di elementi fantastici. Ciò che lo circonda sembra essere fuori dal mondo, sebbene sia piuttosto vicino alla città, soltanto un giorno a cavallo. Nel film, al contrario, il registra sceglie di raffigurare questo paesaggio in maniera oggettivamente realistica rendendolo molto simile a un paesaggio mediorientale (le riprese del film, infatti, si sono svolte tra l’Iran e l’Italia). L’imponenza della Fortezza fa da contraltare alla desolazione che emerge dalle rovine del posto, dalle quali si intuiscono gli splendori di un tempo ormai trascorso. Sembra quasi un luogo dimenticato da Dio, se non fosse per le tombe dei soldati che accompagnano il cammino di Drogo e che rimandano a uno dei temi centrali del libro, ossia il fine ultimo di ogni soldato: la gloria derivante dal morire in battaglia.

Nella versione letteraria la Fortezza Bastiani appare al giovane tenente una “striscia rettangolare di colore giallastro”. Il colore giallo è ripetuto spesso nel romanzo. Buzzati sembra associare questo colore al sentimento di angoscia e all’idea di minaccia e gli serve per connotare il luogo da un punto di vista psicologico.

Nella descrizione della Fortezza riaffiorano altri temi fondanti del romanzo: il tempo e la solitudine.

«Lungo tutto il ciglione dell’edificio centrale, delle mura e delle ridotte, si vedevano decine di sentinelle, col fucile in spalla, camminare su e giù metodiche, ciascuna per un piccolo tratto. Simili a moto pendolare, esse scandivano il cammino del tempo, senza rompere l’incanto di quella solitudine che risultava immensa».

Benché ne sia affascinato, la prima impressione che Drogo avverte è quella di tornare nella sua casa di città (questo aspetto non traspare in maniera così evidente nel film). Inoltre, nella versione cinematografica, il dialogo con il capitano Ortiz è più breve rispetto al romanzo. Ortiz lo mette subito al corrente di cosa è la Fortezza: un avamposto che vive il riflesso degli antichi splendori di un tempo.

La Fortezza appare a Drogo come un luogo in cui il tempo si è fermato dove si vive sospesi in perenne attesa.

Il capitano Ortiz (nel film interpretato da un magistrale Max Von Sydow) potrebbe rappresentare una proiezione di Drogo. Questo aspetto si coglierà con maggiore chiarezza nel dialogo di commiato che i due avranno quando Ortiz lascerà per sempre la Fortezza.

Una volta giunto in quell’ultimo avamposto del Regno, Drogo insiste affinché gli venga mostrato il paesaggio a settentrione. Un luogo sterminato avvolto perennemente dalla nebbia. Una nebbia che simboleggia l’incognita del futuro nell’esistenza dell’uomo. Futuro che spaventa ma, che al tempo stesso, affascina.

La scrittura buzzatiana carica il deserto di una forte valenza simbolica, rappresentando il futuro e la speranza. Quel luogo da dove dovrebbe giungere un’opportunità che dia finalmente senso alla propria esistenza.

Particolarmente empatico è quel punto nel romanzo in cui Drogo conversa con il tenente Simeoni il quale gli spiega che l’orizzonte (il deserto) è sempre contraddistinto da nebbia, come a voler significare che è avvolto nel mistero, nell’ignoto. Un futuro che non si conosce e che può essere foriero di bene o di male.

Nel film questa scena non è molto rimarcata avendo deciso il regista di “incastonarla” all’interno di altri momenti, rendendo così difficile coglierne lo spessore filosofico-esistenziale.

Buzzati nel libro la rende decisamente più intensa.

«In un’ora così triste come quella per il buio e l’autunno, il comandante della Fortezza guardava verso il settentrione, verso le nere voragini della valle. Dal deserto del nord doveva giungere la loro fortuna, l’avventura, l’ora miracolosa che almeno una volta tocca a ciascuno. Per questa eventualità vaga, che pareva farsi sempre più incerta col tempo, uomini fatti consumavano lassù la migliore parte della vita. Non si erano adattati alla esistenza comune, alle gioie della solita gente, al medio destino; fianco a fianco vivevano con la uguale speranza, senza mai farne parola, perché non se ne rendevano conto o semplicemente perché erano soldati, col geloso pudore della propria anima».

 

 


Condividi

Stefania Romito

Stefania Romito è giornalista radiotelevisiva e scrittrice.

Lascia un commento