L’interpretazione filmica di Damiano Damiani del capolavoro sciasciano “Il giorno della civetta”

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di Stefania Romito

 

Damiano Damiani, che diresse nel 1968 Il giorno della civetta (tratto dal capolavoro letterario di Leonardo Sciascia), si prefisse la finalità di restituire un ritratto “scenografico” di quello che era un documento narrativo romanzato di taglio giornalistico, infarcito di coloriture dialettali rispecchianti la natura e l’indole del popolo siciliano.

Se da un lato la scrittura sciasciana può essere definita tale, è pur vero che al tempo stesso rimanda al linguaggio cinematografico adottando “primi piani” narrativi mediante un rapido avvicinamento del punto di vista del narratore eterodiegetico fino a penetrare l’interiorità del personaggio.

Rapide zoommate, frequenti e immediate, che costringono il lettore a continui cambi di scena talvolta interrogandosi su chi siano gli effettivi interlocutori dei dialoghi. Sciascia adotta una interessante tecnica immaginativa lasciando a volte al lettore la facoltà di comprendere l’identità dei parlanti dai quali emerge il coinvolgimento in affari illeciti, quasi come a voler proseguirne l’occulto e clandestino lavorio.

Al di là di questa intrigante strategia narrativa, lo scrittore siciliano infarcisce il suo racconto di riflessioni ideologiche e politiche di cui il film risulta del tutto orfano in quanto si focalizza sull’azione e sull’intrigo poliziesco, ricreando un impianto paratattico rispettoso della cronologia temporale che tende a mostrare e a raccontare a tutto vantaggio dell’immediatezza percettiva.

Una interpretazione che si affida molto alla bravura e al carisma degli attori e all’aggiunta di inediti episodi assenti nelle intenzioni di Sciascia, ad iniziare dalla differente modalità e dinamica in cui si verifica l’azione omicidiaria in incipit della storia, ossia l’omicidio di Colasberna che nel film avviene lungo una strada che conduce in campagna e nel romanzo nella piazza del paese. In entrambi i casi nessuno ha visto o sentito niente, come a voler ribadire che ovunque avvenga un delitto, l’esito che ne emerge, in una comunità sociale come quella rappresentata, è sempre di assoluta omertà. Quell’ermetico riserbo che l’ineccepibile capitano Bellodi tenta di combattere con l’arma dell’integrità e non solo.

Il linguaggio cinematografico si affida, oltre alla parola, anche a tutta quella serie di elementi comunicatori legati alla fisicità del personaggio-attore. In questo caso, la fotogenicità di Franco Nero e la sua intrinseca capacità di trasferire suggestioni anche attraverso la non verbalità, rafforza il messaggio che riaffiora da tutto il suo essere. Quello stesso messaggio tanto caro a Sciascia e che costituisce il fondamento della sua missione di denuncia letteraria.

Il capitano Bellodi, “emiliano di Parma (…) con la fede di un uomo che ha partecipato a una rivoluzione e dalla rivoluzione ha visto sorgere la legge” non manca mai di sottolineare la volontà dei siciliani di nascondere “i loro affari” nella rigorosa convinzione che i panni sporchi si lavano in famiglia. A questa mentalità contrappone il dovere civile di ogni cittadino, e non solo delle forze dell’ordine, di assicurare gli assassini alla giustizia. Colasberna era un uomo pulito che aveva osato andare contro “gli amici degli amici” vincendo la gara di appalto e rifiutandosi di dividere il lavoro (e i proventi) con gli altri imprenditori edili. Un uomo ucciso per coerenza e per rispetto della legge. Uno stato di cose che non può essere cambiato nonostante l’entusiasmo, l’astuzia e la volontà di ricorrere anche a sistemi poco ortodossi messi in scena dal capitano ed enfatizzati dal Bellodi filmico, come la collaborazione con il confidente.

L’incontro con Parrineddu è esemplificativo e rivelatore di quella che è la cultura siciliana connotata da una severa spietatezza. Parrineddu non rivela, “suggerisce” mischiando fatti veri a falsità. Tradendo a volte gli amici mafiosi, a volte i carabinieri. È proprio questa “bilancia” a preservare il tradimento dall’infamia. Un’infamia che in Sicilia si lava via solo con il delitto in grado di restituire l’onore sottratto.

Anche questo ambiguo personaggio è occasione di soggettiva interpretazione da parte del regista. Mentre nel romanzo viene trovato morto vicino casa, dopo aver inviato una lettera al capitano nella quale indicava “due nomi, uno di quel La Rosa che nella partita non c’entrava; ma l’altro era un nome sicuro, il filo giusto”, nel film il rinvenimento del suo corpo avviene nel finale, sotto il manto stradale. Luogo indicato in una lettera anonima fatta recapitare al capitano. Un coup de théâtre abilmente inscenato dal regista che porta lo spettatore a pensare (fino a quando non si intravede il volto) che quel corpo, rinvenuto tra il cemento sbriciolato, possa essere quello di Nicolosi.

Il tappo nella bocca di Parrineddu è eloquente. Il messaggio che evoca quel gesto efferato e selvaggio non lascia adito a dubbi. Lo stesso Bellodi ne rimane talmente impressionato da sparire dalla scena. Ma mentre nel film le sorti del capitano sono volutamente lasciate nell’ombra, Sciascia, al contrario, avverte l’esigenza di tenere acceso su di lui il riflettore mostrandocelo nella sua Parma in un dopo-Sicilia tutto da interpretare.

 


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Stefania Romito

Stefania Romito è giornalista radiotelevisiva e scrittrice.

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