Similitudini e differenze degli idiomi marinari tra Taranto e Bari. Un saggio di Giambattista Bello in esclusiva per Oraquadra

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Dedicato alla memoria di Michele A. Pastore (1941-2016), naturalista e biologo marino tarantino innamorato del territorio, lo ricordiamo con affetto nel giorno del suo 81° compleanno (8 maggio prossimo)

Planimetria di Taranto (fine ’700); tempera e collage di conchiglie su legno; Collezione del Canonico Ceci (da pagina facebook di Giovane Taranto Antica)

L’etimologia delle parlate dialettali pugliesi è piuttosto affascinante perché ci collega direttamente al passato, non un passato definitivamente sepolto dalle ceneri del tempo, bensì un passato pulsante di vita, in cui si stagliano percettibilmente le ombre dei nostri avi. Così, le riflessioni sulle terminologie di settore, quale quello marinaro, ci conducono in un viaggio a ritroso lungo il tempo, facendoci sentire radicati nel nostro territorio.

I pescatori hanno da sempre conferito un nome a tutti gli organismi dotati di valore alimentare oppure pericolosi o, comunque, cospicui per una qualche ragione (estetica, evocativa d’altre forme, ecc.). Accade di frequente in Puglia che uno stesso animale sia denominato differentemente dalle marinerie di comuni limitrofi.

Fig. 1. Seppiolina del mare di Taranto, Sepiola sp. (fotosub © Gianfranco Alemanno)

 

Per esempio i sepiolidi, cefalopodi grandi pochi centimetri (Fig. 1), a Mola di Bari sono chiamati pulpàgnə (polpastri, per la vaga somiglianza coi polpi), a Bari capətuèstə (testa dura, forse per la durezza del corpo) e a Trani bombéttə (per la forma compatta e arrotondata); il loro nome italiano ufficiale è ‘cappuccetti’ [N.B. il simbolo ə, denominato schwa o scevà, corrisponde al suono di una e muta, tipico dei nostri dialetti]. Questo fenomeno costituisce testimonianza della separazione fisica delle marinerie, che, nei tempi precedenti alla motorizzazione delle imbarcazioni, operavano in ambiti territoriali ristretti.

In questo articolo vengono raffrontati i lessici marinari riportati in due opere sul mondo della pesca di due capoluoghi pugliesi, Taranto e Bari: Lessico marinaro tarantino (Galatina, 2012) di Michele Pastore e Nicola Gigante e Pesca nel mare di San Nicola (Bari, 1974) di Carlo Scorcia. Dalle analisi di questi autori traspaiono storie diverse ma parallele, che si incontrano in più punti e ci parlano del passato dei nostri conterranei che dal mare traevano sostentamento. Le nomenclature ittiche dialettali delle zone intorno a Taranto e a Bari, come si dirà nella trattazione delle singole voci, in rari casi risentono degli influssi delle culture greco-bizantina e latino-romana, rispettivamente. Appare chiaro, tuttavia, che le differenze lessicali tra questi due mondi non siano imputabili (o perlomeno non lo siano sempre) alle influenze linguistiche ataviche, giacché, molto più di frequente, esse risalgono a tempi a noi vicini. È opportuno sottolineare come l’ambiente marinaresco locale è stato, almeno fino ad alcuni decenni addietro, lessicalmente ben distante da quello dell’ufficialità italiana, il cui vocabolario ha progressivamente preso piede a partire dall’unità nazionale, senza tuttavia riuscire ancora a creare l’unificazione delle lingue marinaresche.

Qui di seguito, riportiamo e raffrontiamo un campionario di denominazioni zoo-marine tarantine e baresi. Per ciascun organismo, sono indicati il nome scientifico (in latino), quello italiano e quelli vernacolari tarantino e barese, questi ultimi presi rispettivamente dalle opere di Pastore e Gigante e di Scorcia.

 

Anemonia sulcata; anemone di mare comune; Taranto: verdìculə o verdìchələ; Bari: ardìgguə (Fig. 2)

Fig. 2. Anemone di mare comune, Anemonia sulcata (foto Marco Busdraghi, Wikipedia Commons)

È una specie grande una decina di centimetri che vive aderente alle rocce del fondo, da pochi decimetri ad alcune decine di metri di profondità. Come per tutti i membri del gruppo zoologico degli Cnidari (anemoni, coralli e meduse), i tentacoli dell’anemone sono urticanti in quanto dotati di capsule contenenti un liquido tossico, che viene inoculato nella cute dei malcapitati entrati in contatto con essi. La loro tossicità e pericolosità, tuttavia, sono modeste rispetto ad altri cnidari, come la caravella portoghese e alcune cubomeduse, capaci di causare persino la morte dell’uomo iniettato con le loro tossine, ben più che urticanti.

In Puglia, come in altre regioni italiane, si usava raccogliere gli anemoni di mare, scalzandoli dalla roccia con una forchetta, per poi friggerli, previo bagno in uovo battuto. Tale pratica risale ai tempi in cui le nostre popolazioni erano affette da fame e denutrizione permanenti, cosicché un qualche conforto alimentare poteva provenire da qualunque fonte di nutrimento, sia pur minima, come gli anemoni, sebbene questi siano costituiti per la quasi totalità di acqua. Oggidì, gli anemoni di mare fritti sono serviti ancora da qualche ristorante – li ho assaggiati alcuni anni addietro in Sardegna – come leccornia, anche se è arduo definirla tale.

Il nome dialettale barese, ardìgguə, con le micro-varianti dei paesi vicini, fa chiaro riferimento all’ortica terrestre, Urtica dioica, pianta notoriamente dotata di proprietà urticanti, che produce effetti simili a quelli dell’anemone di mare. Di contro, i nomi tarantini, verdìculə o verdìchələ, deriverebbero, secondo Pastore e Gigante, dal “colore verde oliva dei suoi tentacoli”. A mio avviso, le due denominazioni barese e tarantina derivano entrambe da quella relativa alle proprietà urticanti dell’animale, sua caratteristica preminente, piuttosto che al colore dell’animale; questo cnidario, infatti, non ha un colore ben definito, giacché presenta anche sfumature di bruno e di violaceo. Con tutta probabilità, i lemmi verdìculə o verdìchələ in uso nella città bimare sono scaturiti da quello progenitore ardìculə mediante l’aggiunta casuale della lettera v iniziale; il che ha determinato pure un mutamento semantico del termine.

 

Actinia equina; pomodoro di mare; Taranto: pumədorə də marə; Bari: pəccionə də la rəgginə e più di recente ardìggua rossə (Fig. 3)

Fig. 3. Pomodoro di mare, Actinia equina (foto Esculapio, Wikipedia Commons)

Anche questo è un anemone di mare e lo si riconosce dal colore rosso vermiglio e per il fatto che vive nella parte più alta della costa rocciosa, anche nella zona di marea, tanto da fuoriuscire dall’acqua con la bassa marea. In tal caso, per resistere alla disidratazione, l’animale rinserra i corti tentacoli e assume la forma di un pomodoro, da cui il nome italiano. Le sue batterie di cellule urticanti provocano punture ancora meno dolorose rispetto all’anemone comune, trattato qui sopra. (Si parla di batterie di cellule, al pari delle batterie di armi da fuoco; a tal proposito, racconto come aneddoto che un presuntuoso linguista nostrano con la smania delle correzioni, anziché “batterìe urticanti” pronunciava “battèrie”, forse pensando che le “battèrie” fossero le femmine dei batteri… che non esistono).

La vecchia denominazione dialettale barese, pəccionə də la rəgginə, decisamente salace, fa riferimento all’anemone aperto e con i tentacoli in bella mostra, che potrebbe ricordare un organo sessuale femminile di natura speciale, addirittura regale (le allusioni sessuali sono relativamente frequenti nel lessico marinaresco). Essa è stata sostituita oramai da diversi decenni da ardìggua rossə, ortica [di mare] rossa (si confronti la voce precedente), e, in tempi più vicini a noi, persino da pəmədorə də marə.

Il nome tarantino pumədorə də marə potrebbe derivare dalla denominazione italiana a seguito dell’obsolescenza di altra denominazione locale, di cui non rimarrebbe più traccia.

 

Tonna galea; doglio; Taranto: cazzammùmmərə o cazzəcùmənə o cazzəcùmmənə; Bari: cuèccə də mùgghjə (Fig. 4)

Fig. 4. Doglio, Tonna galea (foto © Giambattista Bello)

È uno dei più grossi molluschi gasteropodi del Mediterraneo, potendo la sua altezza sfiorare i 30 cm. Questa chiocciola vive su fondi sabbiosi e detritici, da pochi fino a 120 metri di profondità, dove si nutre prevalentemente di oloturie e di ricci. Il doglio viene di tanto in tanto pescato con le reti a strascico e, pur essendo una specie protetta, è commercializzata nei nostri mercati ittici, nonostante le sue scarse qualità alimentari.

Il nome vernacolare barese, cuèccə də mùgghjə = chiocciola di fango, con riferimento al tipo di fondo dove si pesca, è piuttosto banale. Meno banale, seppur poco spiegabile, quello in uso a Mola di Bari: cozza prognə = cozza prugna, forse per la forma ma non certo per le dimensioni.

Le diverse definizioni raccolte a Taranto da Pastore e Gigante, ma di cui non vengono forniti gli etimi, sono invece piuttosto interessanti, per due diversi motivi: il primo relativo all’etimologia del termine cazzammùmmərə; il secondo ai mutamenti fonetici dei lemmi. Mùmmera o mummola, più spesso al diminutivo mummarélla, è termine napoletano indicante l’orcio e l’orciolo (Fig. 5),

Fig. 5. Mummarella di fine ’800 (foto © Giambattista Bello)

recipienti in terracotta per contenere liquidi vari, da cui deriverebbe secondo me la parola cozzamùmmola, nel senso di cozza-orcio e, per mutamenti successivi a carico delle vocali e adeguamento alle regole dialettali tarantine, cazzammùmmərə. In lingua partenopea, inoltre, con cozza a mùmmola si indica (o si indicava) proprio il doglio e, pertanto, il termine tarantino cazzammùmmərə (recte cozzammùmmərə) sarebbe stato mutuato da Napoli, capitale con cui Taranto nei secoli scorsi aveva stretti vincoli politici e culturali. L’ipotesi che il termine originario tarantino fosse cozzammummola viene d’altronde confermata, sia pur diagonalmente, dal Vocabolario del dialetto tarantino in corrispondenza della lingua italiana compilato dal sacerdote Domenico Ludovico De Vincentiis, che riporta cozzammummola tra i nomi di chiocciole marini e terrestri. Altri mutamenti fonemici hanno portato ai termini assonanti cazzəcùmənə o cazzəcùmmənə, probabilmente dovuti a cattiva ricezione e riproduzione dei fonemi costituenti la parola (una causa frequente di perdita semantica).

 

Arca noae; arca di Noè; Taranto: javatónə; Bari: musscə (Fig. 6)

Fig. 6. Arca di Noè, Arca noae (Naturalis Biodiversity Center, Wikipedia Commons)

Si tratta di un mollusco bivalve che vive attaccato tenacemente per mezzo del bisso alle rocce del fondo, anzi incuneato in esse, da pochi metri ad alcune decine di metri di profondità. La sua vita senza spostamenti causa di solito dense incrostazioni di altri animaletti e alghe sulle sue eleganti valve. L’arca di Noè, così denominata per la sua forma, viene raccolta in immersione subacquea con l’ausilio di un ferro con due rebbi ripiegato a mo’ di piè di porco. In alcune zone del Mediterraneo le sue popolazioni si sono impoverite a causa della sovrapesca. Pur avendo carni un po’ coriacee, questo mollusco è molto apprezzato dai buongustai, che lo degustano crudo o appena arrostito sulla brace e insaporito con formaggio pecorino e pepe.

I vocaboli utilizzati a Taranto e a Bari per indicare l’arca di Noè sono nettamente diversi ed entrambi di incerta etimologia. Secondo Scorcia, poiché è impensabile che musscə corrisponda all’italiano ‘moscio’ vista la consistenza duretta delle carni, il termine dialettale potrebbe rappresentare una contaminazione veneta, giacché nella città lagunare e nei suoi dintorni l’arca di Noè è definita ‘mussolo’, da muscolo (anche altri bivalvi sono così chiamati in Veneto, ma il mussolo per eccellenza è il nostro musscə). Questa non sarebbe di certo l’unica contaminazione straniera del lessico marinaro di Bari, città che ebbe buoni rapporti con Venezia.

Passando a Taranto, incontriamo javatónə, corrispondente al salentino chiavatone (più di rado javatone o javatune), termine che nel tacco di Puglia indicherebbe tuttavia un bivalve affine (l’arca di Noè pelosa) e che potrebbe coincidere con l’italiano ‘chiavato’, nel senso di inchiodato, fissato saldamente, come in effetti fa l’arca di Noè afferrandosi tenacemente alla roccia. L’arca di Noè, invece, a Gallipoli prende il nome di carapotu, nome di stretta derivazione dal greco antico: καρa + ποúς = che ha l’aspetto del piede; questo termine risulta analogo a pede de crapa in uso a Leuca e dintorni o peti ti crapa in uso a Brindisi, entrambi dall’ovvio significato di piede di capra.

 

Crostacei decapodi brachiuri; granchi; Taranto: caúrə; Bari: rangə (Fig. 7)

Fig. 7. Un granchio dei mari di Taranto: la granceola piccola, Maja crispata (fotosub © Gianfranco Alemanno)

Il vocabolo granchi è nome collettivo che indica l’insieme dei crostacei decapodi brachiuri, a cui corrispondono esattamente il tarantino caúrə e il barese rangə. Questi due termini disvelano le origini antiche dei lessici delle due città: caúrə viene dal greco καβούρας, mentre rangə deriva dal latino cancer, al pari dell’italiano granchio.

 

Coris julis; donzella; Taranto: sciurìjə e, i maschi, cazzə də rréjə; Bari: scərié o cərié o, più raramente, scəriòlə, e i maschi anche cazzə də rré

È un piccolo pesce costiero dalla livrea colorata piuttosto vivacemente, che cambia con l’età e col sesso. La donzella, infatti, è specie ermafrodita proteroginica, vale a dire che manifesta entrambi i sessi in modo sequenziale: dapprima matura come femmina e, dopo pochi anni, inverte il sesso divenendo maschio. Questo fenomeno è accompagnato, come ho accennato, da modificazioni della colorazione della cute. Nelle fasi giovanile e femminile, essa è a strisce longitudinali bruno-aranciate e biancastre (Fig. 8),

Fig. 8. Donzella, Coris julis, in fase femminile (fotosub © Gianfranco Alemanno)

invece in quella maschile diventa più vivace con tinte blu-verdastre e alle strisce, divenute dentellate, si aggiunge una macchia scura al centro del corpo (Fig. 9). A dimostrazione della sapienza marinara talora superiore a quella ufficiale, val la pena di rammentare che, mentre i pescatori hanno da sempre riconosciuto un unico pesce malgrado le due diverse livree, uno scienziato, il nizzardo Giovanni Antonio Risso (1777-1845), prese una grossa cantonata scientifica ritenendo che i pesci differenti per colore appartenessero a due specie diverse.

Fig. 9. Donzella, Coris julis, in fase maschile (fotosub © Gianfranco Alemanno)

La donzella, che si pesca con la canna o con il tramaglio (un tipo di rete da posta), ha, nonostante le piccole dimensioni, un certo valore commerciale perché le sue carni sono molto gustose. Esse si consumano fritte (soprattutto nel Salento) o in zuppe e sughetti di pesce di scoglio misto (nel barese), a cui conferiscono un ottimo sapore.

I nomi dialettali e di Taranto e di Bari sono suddivisibili in due gruppi: sciurìjə / scərié   da una parte, cazzə də rréjə / cazzə də rré dall’altra, per indicare rispettivamente gli individui prima e dopo l’inversione sessuale, ossia gli uni dalla livrea relativamente scialba e gli altri dai colori più vivaci. Molti si sono sbizzarriti a interpretare, perlopiù fantasiosamente, l’etimologia delle denominazioni vernacolari di questa specie ittica. La fantasia popolare è stata solleticata soprattutto dalla denominazione con cui vengono indicati i maschi, in quanto scurrile, spiegandola con la constatazione che, per la gente minuta, il pene regale deve di necessità essere più avvenente di quello plebeo.

Al contrario di Scorcia, che sostiene tale spiegazione semplicistica, Pastore e Gigante sostengono convincentemente che la definizione cazzə də rréjə derivi per traslazione dal napoletano càuzee ré, pantaloni o calzoni del re, e menzionano a supporto “la sei-settecentesca calzamaglia maschile dei reali borbonici che sui lati esterni era decorata con nastri longitudinali rosso-gialli ovvero blu-gialli, perciò la definizione richiama non l’organo… ma l’indumento regale”; supposizione ampiamente condivisibile. Infatti, a mio avviso, nel corso dei secoli s’è verificato uno spostamento semantico per un banale cambio di lettera da càuzə a cazzə.

Riguardo all’altra denominazione del pesce, vale a dire sciurìjə / scərié, la decifrazione decisamente più solida viene fornita da Oliviero e Giorgio Cataldini, i quali, nell’opera Vita Marinara Gallipolina, riferiscono a proposito del nome vernacolare gallipolino di questo pescetto, sciutéu o sciudéu, “Il termine dialettale (letteralmente in italiano: giudeo) è dovuto alla irriverente fantasia popolare gallipolina che collegò la caratteristica livrea del pesce, a striature longitudinali colorate, con quella degli abiti dei Giudei che soggiornarono a Gallipoli fino al XV sec. nella Giudecca. […] Per legge gli ebrei, residenti nel circondario, dovevano indossare tuniche variamente colorate. Abitualmente la tunica era rossa, gialla, nera o a strisce. Era imposto alla colonia ebraica, residente nel circondario, di aggiungere alle loro tuniche strisce verticali colorate, generalmente gialle o rosse, per distinguersi dai cittadini residenti. L’esemplare maschio dopo l’inversione sessuale con livrea secondaria appariscente e policromatica è definito sciutéu ‘mperiale”.  Va sottolineato che le fasce gialle e rosse delle tuniche degli ebrei corrispondono proprio ai colori della donzella in fase giovanile-femminile. In definitiva, appare evidente come dal termine gallipolino sciutéu / sciudéu siano derivati diacronicamente e diatopicamente i diversi termini pugliesi per successivi mutamenti fonetici (in aggiunta ai suddetti termini tarantino e baresi, menziono il molese scədégghjə). (Ulteriori informazioni sulla donzella e sui suoi nomi dialettali pugliesi possono leggersi in G. Bello, Il battesimo dei pesci: u scədégghjə. San Michele e la Civetta; Mola di Bari, 2021.)

 

Qualche considerazione a margine

L’esame di questi pochi esempi lessicali ha, innanzitutto, messo in evidenza come i lemmi dialettali baresi e tarantini siano, con un’unica eccezione, oramai del tutto svincolati dalle primigenie culture locali, greca e latina. L’unica eccezione è rappresentata dalla coppia caúrə (dal greco καβούρας), per Taranto, e rangə (dal latino cancer), per Bari, coppia che riflette le sfere culturali delle due sub-regioni. Si tenga presente, tuttavia, che i nomi dialettali dei sono nomi collettivi, riferiti a un intero gruppo zoologico (quello dei crostacei decapodi brachiuri, in questo caso) e, pertanto, presumibilmente, di origine atavica e più radicati negli idiomi antichi.

 

Le desinenze e altre peculiarità dei vari lemmi dialettali mostrano come essi siano incardinati nelle parlate locali (in altre parole, i mutamenti fonemici seguono regole diverse nelle diverse aree dialettali), cosa che avviene anche per i termini importati direttamente dall’italiano, tra cui molti neologismi, i quali vengono semplicemente dialettizzati, adeguandosi alle inflessioni dialettale di ciascun luogo.

 

Almeno nel caso di scərié / sciurìjə è stato possibile stabilire i probabili luogo e data della genesi del termine: Gallipoli nel XV secolo. All’osservatore odierno, il gallipolino sciutéu può apparire come una parola ammantata di storia, benché all’epoca fosse un neologismo non dissimile da quelli che ancora oggi la gente di mare è capace di inventare. Le successive variazioni locali e, soprattutto, temporali del termine sciutéu hanno prodotto, per mutamenti progressivi, la formazione di nuovi lemmi semanticamente del tutto avulsi dal significato originario; anzi, diciamolo pure, del tutto privi di significato (a parte quello attuale, ovviamente), tanto che tale perdita ha impresso un’accelerazione alla deformazione del lemma, che, come dire, non aveva più da difendere alcun concetto semantico primigenio: si veda quanto è successo a Bari negli ultimi decenni, relativamente a scərié che, mutando il fonema iniziale da sc al vicino e più agevole c, è diventato cərié.

In altri casi, il mutamento fonemico, ha portato a uno spostamento semantico, come nel caso di ardìculə diventato verdìculə. I mutamenti fonemici dei termini dialettali dipendono perlopiù dall’erronea percezione uditiva di qualche fonema di questo o quel lemma e dalla conseguente erronea trasmissione orale dello stesso (si veda il caso del tarantino cazzammùmmərə invece di cozzammùmmərə).

Quanto ho scritto dimostra il notevole dinamismo lessicale dei gerghi marinari della Puglia centro-meridionale, un aspetto negativo del quale è, purtroppo, la perdita per obsolescenza di numerosi termini, semplicemente scomparsi o sostituiti da altri più moderni. Questo articolo, tuttavia, non ha la pretesa di arginare la rapida erosione delle nostre lingue dialettali; vuole, piuttosto, contribuire a conservare la consapevolezza della loro ricchezza.

 

Ringraziamenti

È un piacere ringraziare gli amici Gianfranco Alemanno per le fotosub e Giorgio Cataldini per lo scambio di idee.

 

Giambattista Bello. Naturalista e biologo marino. Oltre che alla ricerca, si dedica alla divulgazione scientifica tramite articoli, libri (Il mare e il pescatore; Polpo di scena) e conferenze, nonché come redattore della rivista Naturalmente Scienza; si dedica anche allo studio della musica antica

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