Il Buongiorno di Pina Colitta. Ogni incontro, un’opportunità

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Nella realtà di oggi, molto distratta, se non proprio indifferente, non dovremmo, forse, spesso chiederci cosa significa prendersi cura.

La relazione con l’altro non è un fatto scontato o avviene in automatico; in realtà deve essere attivata.

Tale attivazione può avvenire anche attraverso talune circostanze della vita che divengono delle vere e proprie opportunità.

Infatti ogni incontro può rappresentare un’opportunità; ogni incontro è sempre determinato da una circostanza che ci consente di metterci in relazione. La circostanza per questo, può essere più o meno favorevole.

L’essere favorevole può far in modo di accorgersi o no di un sentimento d’una persona.

L’opportunità rappresenta una possibilità di essere compresi e una occasione di intervenire nelle relazioni e comunicazioni sviluppando sensibilità e coltivando le attitudini.

L’opportunità quindi è una condizione necessaria al “prendersi cura”; se per cura si intende preoccupazione per l’altro, allora è attraverso l’opportunità che si mette in atto la disponibilità intesa come un atteggiamento di disposizione verso gli altri e attenzione alle situazioni esistenziali

Facciamo un esempio: la cura di un anziano per il suo compagno cane non è solo conforto e affetto, ma può rappresentare il coltivare tenerezza, senso di dedizione e motivo di speranza.

Va detto che la cura è un atteggiamento e non un semplice comportamento, è un saper essere che si struttura attimo, per attimo, situazione dopo situazione nella vita che, per tale ragione,  può svelare le sue opportunità.

La cura richiede processi interpersonali di attuazione che partono dalla simpatia, attivata attraverso i sorrisi dei volti  che ci danno una visione positiva di persone e situazioni ma anche attraverso l’empatia grazie alla quale si compie l’operazione di immedesimarsi nell’altro, compartecipando situazioni e condividendo sensazioni e sentimenti.

Attraverso la simpatia e l’empatia si può svelare il fenomeno dell’entropia, come capacità di comprendersi interiormente nella condivisione di un sentimento compartecipe come ci indica  l’amicizia e ci suggerisce l’amore.

Tutte queste tre forme hanno il loro centro nell’empatia o come la definisce Edith Stein “sentimento dello spirito”.

In conclusione, il “prendersi cura” rappresenta un compito di vita, una sorta di impegno che si prende insieme al senso ed al valore che gli si dà.

Amare il prossimo non vuol dire dimenticare sé stessi ma acquisire un amore sufficiente di sé, che secondo il Feuerbach significa avere come primo dovere quello di renderci felici.

Amare, dunque, diventa far bene agli altri e riconoscere come legittimo l’egoismo degli altri inteso come pensare a sé stessi.

In questa prassi dell’amorevolezza chiudo con una riflessione su Don Bosco: egli era portato ad interessarsi ai giovani, con spirito d’ascolto e di dedizione, a seconda delle circostanze e dell’ispirazione

C’era una volta una gattina. Una gattina mora. Il suo nome era Maria Luisa. Era fiera, la piccolina, di avere un nome da donna. […]

Viveva felice la micina, sgambettando per i prati, lungo gli alberi di noce […]. Un bel giorno, dopo il tramonto, Maria Luisa conobbe un gufo, un gufo triste, gli occhioni grossi grossi e tondi. Lo vide vagare, il capoccione reclinato, tra gli uliveti di Messer Testavuota.

La piccola gli si avvicinò. Lui le sorrise.

“Sai, micetta? E’ la prima volta che qualcuno mi si avvicina. Tutti mi sfuggono. Sarà per il mio aspetto orripilante, credo. Sei proprio sicura di vederci bene, piccolina? “

“Ma certo che ci vedo bene. Hai un aspetto così buffo e simpatico! Perché ti me-ravigli?…….Solo, come dire? Hai lo sguardo un po’ troppo malinconico. Perché sei co-sì triste? Vuoi dirmelo?

“Eh piccolina, non riesco a trovar casa. I noci e gli ulivi mi sopportano malvolentieri. Laggiù nel paese, avevo trovato una casupola diroccata, ma i proprietari hanno deciso di ristrutturarla e mi hanno scacciato via. Sono disperato. Non so più che fare!”

La piccola sorrise e gli tese la zampina:

“Su, vieni con me, il tuo problema è già risolto.”

“Dici davvero? Davvero? Non sai quanto ne sarei felice!

“Guarda laggiù: la vedi quella costruzione? Quella tutta bianca, grande grande, con tutti quegli archi?”

“Ahime, la mia vista non è così buona come la tua. Lascia che metta le lenti. Sono molto miope ed anche per questo che la mia ricerca si  fa sempre più difficile. [….]

Si è vero: è una masseria. Una grande, nuovissima masseria. Di là ci abiteranno gli umani. Di là ci abiteranno gli umani. Sull’altro lato, invece,  i nostri amici bovini. Quella laggiù sarà la mia casetta. In alto, la tua tana, tra le travi del soffitto. Che ne pensi?.”  

“Ma è meraviglioso, fantastico! […..] Credi che mi ci faranno restare, i proprietari?”.

Ma certo che si! Tutte le masserie e le fattorie che si rispettino devono pur avere il loro buon gufo: è un classico amico mio. Non lo sapevi?”. [……………….]

Da “ THAT’S LIFE ( fiabe e novelle della gattamorta) di ANONYMOUS Edizioni: Zoom

 


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