Quando lo slang rende chiara l’idea. La sopravvivenza di un genitore 3.0

Condividi

Ehi raga” è proprio dura essere genitori di questi ragazzini 3.0, non è vero? Vi ritrovate a dovervi confrontare con delle creature ad una testa e mille mondi dentro che, molto probabilmente, comprendete davvero poco, soprattutto quando si rivolgono a voi con lo stesso stile comunicativo che utilizzano i marziani. Fino all’età di 5 anni, nei casi migliori, continua ad andare tutto bene: sono dei piccoli koala attaccati alle vostre gambe e voi siete ancora i loro ramoscelli di eucalipto essenziali per la sopravvivenza. Poi, non si sa come né perché, cambia qualcosa. Anzi, diciamo che cambia proprio tutto. E in realtà sappiamo anche come e perché ma non ne vogliamo parlare. Arrivano a 12 anni e ci ritroviamo per casa adolescenti precoci e svegli che, per la teoria dell’evoluzione di Darwin, sono già 20 cm più alti di noi e questo, a noi genitori, già un po’ ci destabilizza perché il giorno prima sono dei nani e il giorno dopo dei baobab con peli e baffetti che prendono a noi il cibo dalla dispensa più alta per evitare di arrampicarci con la sedia.

Oggi i nostri figli hanno un concetto molto particolare di famiglia: con quanti “Fra”, “Bro”, “Zio” e “Amo” ha a che fare la vostra prole ogni giorno? Mio figlio, ad esempio, ha, in totale autonomia, quintuplicato il numero dei suoi fratelli. Ma nel momento in cui, poi, in casa entrano un paio di cuffie e un microfono è la fine. C’è tuo figlio che gioca beato alla Play in diretta audio-video con i suoi “bro” ma tu non lo sai e allora chiami Vincenzina per spettegolare su Concetta, madre biologica di uno dei “bro”. Nel frattempo, stai anche discutendo con tuo marito che non è in grado di lasciare il bagno pulito e perché ha comprato il Dash a prezzo pieno da quell’antipatico di zio Pinuccio invece di andare a prendere quello in offerta da Abramina. Tu sei lì, a vivere quei tuoi 5 minuti di frivolezze ma, poi, ecco, il WhatsApp agghiacciante del bipede di tuo figlio dall’altra stanza: “Ma la smetti di urlare che ti stanno sentendo tutti?”. Rivivi in un nano secondo i tuoi ultimi istanti di vita, stai per arrivare alla conclusione che in fondo non hai detto nulla di male ma non fai in tempo perché ti arriva subito un secondo messaggio. Da Concetta, la madre biologica del bro.

Chi ha figli e nipoti che giocano ai videogames, poi, deve confrontarsi con un lessico tutto nuovo. Termini come “sniperare“, “camperare“, “craftare“, “droppare“, “bannare“, “killare” entrano di prepotenza nella nostra mente nonostante ci sia oscuro il loro significato. Esiste però un solo termine, uno solo, che abbiamo dovuto apprendere sin dal principio per tutelare la nostra sopravvivenza ed il conto in banca: “shoppare“. (n.d.r.: vuol dire acquistare. Spesso chi gioca ai videogiochi vuole acquistare dei pacchetti che permettono di acquisire skin particolari o accumulare monete virtuali per avanzare nel gioco). Sappiate che nessuno di voi è solo in questa dura battaglia, noi resistiamo!

Vogliamo poi parlare dei soprannomi che ci affibbiano?  Noi siamo “Sus&Snitch” che hanno niente a che vedere con Lilo e Stitch, il cartone animato Disney. Sì, per il dodicenne della casa, noi siamo il “misterioso” e la “spia“, nomignoli che in fondo possono anche andarci bene considerando che molti ragazzi pensano che gli adulti attorno a loro siano “boomer” e “nabbi“, sostanzialmente cioè portatori di modi di pensare e agire superati (Baby Boomers è la generazione dei nati tra il 1946 e il 1964) o persone in grado di non saper fare qualcosa.  Se è vero, infatti, che il rapporto genitori-figli richiede una verticalizzazione dei ruoli, i ragazzi di oggi comunque ci vogliono all’altezza delle loro aspettative e dei loro mondi e al passo coi tempi.

C’è, inoltre, un divario sempre più grande tra le nuove generazioni e gli adulti in termini professionali. I giovani non sognano più di fare l’avvocato o il medico, ma vogliono diventare influencer e Tiktoker. Seduti a tavola a mangiare vedete vostra figlia cominciare a ballare in maniera stramba o vostro figlio si avvicina a voi e inizia a riprendervi. Altri tentano di spostare una pallina sullo schermo del telefono col naso, altri davanti lo specchio si riprendono prima in pigiama e poi sistemati a modo. Altri ancora fanno delle vere e proprie capriole per montare dei video in diversi spezzoni, immortalano le loro reazioni ai sottofondi musicali oppure semplicemente avviano dirette mentre studiano. Di certo non si può dire che le generazioni di oggi non abbiano inventiva ma la ricerca di un like spesso li allontana dalla fatica e dai sacrifici necessari per realizzarsi concretamente. E’ chiaro che i nostri giovani possono raggiungere il successo anche non esibendosi quotidianamente e senza abbandonare le loro emozioni alla mercé di tutti. Perché se infatti sono sicuramente divertenti balletti o foto di gruppo, si vedono anche tante foto di ragazzine che si coprono il volto e mostrano solo il loro corpo, altre viceversa. Basta scorrere i profili dei ragazzi per capire come i loro disagi, le loro fragilità, i loro sentimenti vengano semplicemente espressi in 30 secondi di video o in un selfie ritoccato. Se da questi un genitore può comprendere lo stato d’animo del giovane, il giovane allo stesso modo deve comprendere che non è essenziale pubblicizzare la sua vita e che vi sono ulteriori modi per comunicare con il mondo. Fondamentalmente, non si può neanche aspirare a far diventare un lavoro la pubblicità della propria vita. I ragazzi vanno aiutati a coltivare le loro passioni, a sostenere le loro inclinazioni. I ragazzi devono essere ascoltati affinché la figura genitoriale o l’appoggio di una persona vicina di cui si fidano non vengano sostituiti da visualizzazioni e commenti di sconosciuti.  Ricordiamoci sempre di essere noi i fan numero 1 e la spalla dei nostri figli. Se poi loro dovessero dimostrare ottimo spirito imprenditoriale, un modello di business ben sviluppato alla base, tanta creatività e forte resilienza allora ben venga anche la vita da influencer!

Dunque, capirsi è la prima cosa necessaria da fare con i nostri figli e capirsi è anche un fatto di linguaggio. Più le generazioni sono distanti l’una dall’altra, più questo gap sembra vasto e incomprensibile. Molte espressioni e parole utilizzate dai ragazzi non sono altro che termini inglesi, nella maggior parte dei casi abbreviati, tradotti e applicati ad alcune situazioni. In rete sono tantissimi i vocabolari realizzati proprio per aiutare i Boomers a comprendere la cosiddetta Generazione Z. Se ci dessimo un’occhiata forse, per una volta allora, i nostri figli smetterebbero di pensare che siamo così imbarazzanti, così cringe!

 


Condividi

Valentina D'Amuri

Laureata in Progettazione e Gestione Formativa nell'era digitale, consegue il Master di II livello in Studi Strategici e Sicurezza Internazionale in concomitanza con il Corso Normale di Stato Maggiore della Marina Militare. Instructional Designer, collabora alla produzione di diversi progetti in ambito civile e militare. "Non chi comincia ma quel che persevera"

Lascia un commento