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L’essenza del “Cristo” di Carlo Levi tra magia contadina e solitudine del silenzio

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di Stefania Romito

 

Poco dopo il suo arrivo a Gagliano, i contadini del paese dimostrano a Levi rispetto e stima. Irrompono nella scena venendolo a chiamare per prestare soccorso a un parente che stava morendo per un attacco di malaria. Levi fa subito notare che non esercita da tempo la professione di medico, ma i contadini insistono sottolineando l’incapacità dei due medici del paese (Gibilisco e Melillo) che loro definivano “medicaciucci“. Da notare già l’estrema fiducia che questi contadini dimostrano di avere nei confronti di Levi personaggio.

Questo è un momento decisivo nel racconto, la prima delle quattro fasi che sanciscono un progressivo inabissamento nel cuore dell’umanità contadina da parte di Levi.
Nonostante la morte del contadino che non era riuscito a salvare, la dimestichezza che Levi dimostrò con il mestiere gli procurò subito una buona fama. Di sera andò a fare conoscenza degli abitanti di Gagliano, che erano soliti riunirsi nella piazza: dapprima conosce il sindaco Don Luigino, poi sua sorella Caterina, lo zio il dottor Milillo, il rivale di quest’ultimo dottor Gibilisco, poi il gobbo della posta Don Cosimino, il prete Don Tajella e altri signori, la maggior parte dei quali emigranti rientrati dall’America, dove avevano accumulato una piccola fortuna e imparato un mestiere. Questi signori, esclusi gli americani, avevano studiato e successivamente assunto delle cariche in paese, di cui peraltro erano molto gelosi, come i due medici rivali che, sebbene inesperti e incompetenti, interpretarono l’arrivo di un altro dottore come un furto del loro posto di lavoro e della loro identità nei confronti dei cittadini.

Ma è soprattutto a partire dal quarto capitolo che Levi viene a conoscenza della massa contadina, soprattutto grazie alle sue visite in qualità di medico. L’aspetto che maggiormente lo colpì fu l’umanità contadina, che non si sentiva cristiana, perché “Cristo si è fermato ad Eboli”, ultima stazione ferroviaria e simbolicamente città dove finiva la società (“cristiano” nel linguaggio contadino significa uomo).
Levi comprese l’esistenza di una civiltà contadina autonoma, che avrebbe voluto organizzarsi come tale, ma che era invece soffocata dallo Stato e dalla Chiesa che non riuscivano a comprendere le reali necessità dei contadini. Questa civiltà era distaccata dal mondo e dai suoi fatti, unanime negli atteggiamenti e nei pensieri. Nessun contadino, a differenza dei signori, era iscritto al partito fascista, e tutti ritenevano vere e giuste solo le loro credenze, le loro leggende, i loro miti, e così ne pativano, giorno dopo giorno. La mattina si alzavano presto per andare a coltivare i campi nelle valli che erano impestate dalla malaria, malattia dalla quale fin da bambini erano affetti e a causa della quale il loro viso aveva un perenne colorito giallastro.
Il distacco dal mondo faceva loro mancare il senso di patriottismo e, in particolare, l’entusiasmo verso la guerra contro l’Abissinia. Di conseguenza, solo pochi nel paese sarebbero partiti volontari per la guerra nella speranza di guadagnare qualche soldo.

Nei primi mesi del suo periodo di confino, Levi è affascinato dalla nuova vita. La maggior parte del suo tempo lo trascorre facendo interminabili passeggiate in compagnia del suo cane Barone, ma questo fascino era destinato ad affievolirsi velocemente a causa della monotonia dell’esistenza paesana. Ben presto aumentò in lui il rimpianto per il paese dove era stato esiliato prima, Grassano, borgo più grande e più ricco di vitalità.
Fino al settimo capitolo del Cristo, Levi ha a che fare soprattutto con i galantuomini borghesi i quali presto si rivelano diversi dagli artigiani e commercianti con i cui aveva familiarizzato a Grassano. Il ribrezzo per questo ceto medio degenerato lo porta ad uno spostamento d’interessi sulla classe inferiore, sia perché i suoi rappresentanti sono meno noiosi e più pittoreschi, sia perché la loro subalternità gli chiede un tributo adeguato di attenzione interpretativa, ciò accade tra l’ottavo e il nono capitolo. Fino a questo momento lo sguardo su di loro era ancora quello distaccato di uno straniero.

Altro momento importante per la sua intensa drammaticità avviene nel decimo capitolo quando Levi riceve la visita della sorella Luisa, che gli porta alcuni medicinali per i contadini e che gli racconta la sua recente visita ai Sassi di Matera. Qui la questione meridionale viene illustrata nella sua evidenza più allucinante. Il colloquio con la sorella rafforzerà in lui l’interessamento per un’umanità tanto avvilita.

Levi, come intellettuale, sa di avere molto da offrire, da insegnare ai ceti subalterni. Tuttavia rifiuta di considerare la mentalità contadina solo in termini di ignoranza, barbarie. Reputa, invece, che essa sia sorretta da una forma di cultura altra, una oscura sapienza da cui occorre far emergere un nucleo di verità dal valore permanente.
Siamo al nesso costitutivo dell’impalcatura intellettuale soggiacente al libro. Da un lato Levi constata che il progresso ha un corso disomogeneo, e non è dilagato al di là di Eboli. Di qui un compito operativo da affrontare con urgenza dopo la guerra. Dall’altro lato, però, chiunque sia stato confinato nell’oltre-Eboli si rende conto dell’illusorietà dei sogni di una risoluzione finale.
La centralità della figura protagonistica si fonda sul possesso di una coscienza critica di cui tutti i gaglianesi sono sprovvisti. Levi non ha voluto presentarsi come il portatore del tutto isolato di un senso di responsabilità morale e civile assente, sia fra gli oppressori come anche fra gli oppressi. Eccolo allora introdurre la figura della sorella Luisa, nella breve visita di lei a Gagliano. Medico anch’essa, la donna reagisce all’impatto ambientale con la stessa fermezza del fratello ma con un’indignazione più vibrante.

Nella ricerca della solitudine, l’unico luogo che Carlo Levi trova è il cimitero, posizionato poco fuori dal paese. Qui egli suole sdraiarsi sul fondo di una fossa per contemplare il cielo con il cane Barone ai suoi piedi. Il cimitero è anche l’unico posto dove il paesaggio rompe la sua monotonia. È qui che Levi prende l’abitudine di dipingere, spesso sorvegliato da un carabiniere mandato dal troppo prudente podestà.

Il narratore (Levi autore) concede poca attenzione ai grandi fatti di attualità. Ciò che conta per lui è la successione delle stagioni. La ciclicità del tempo di natura, tempo terrestre e contadino per eccellenza, si collega alle ricorrenze festive che ne costellano il decorso. L’io narrante sottolinea la vuotaggine delle sue giornate. Egli evita di mettere a confronto questa cronologia statica con il dinamismo sia del suo tempo di vita anteriore al confino, sia del tempo in cui redige il suo memoriale.

 


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Stefania Romito

Stefania Romito è giornalista pubblicista e scrittrice.

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