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“La felicità è una porta che si apre dall’interno”. Il ricordo di un’Italia che non c’è più nelle vicende di Rinaldo

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Ognuno è artefice del proprio destino, al netto della caducità delle umane vicende. Se da un lato, la vita, spesso, dimostra delle predestinazioni, dall’altro, tanto può essere influenzata dalla volontà, dalla determinazione, dai principi e dai comportamenti del singolo. Per tale motivo, “La felicità è una porta che si apre dall’interno”, come suggerisce il titolo dell’opera (riprendendo un pensiero del filosofo Kierkegaard) di Francesco Sagone, alias Nero Normanno, pubblicata nella collana “Gli Emersi – Narrativa” dell’Aletti editore. «Come facciamo, in altri termini, a “non aprire dall’interno”, spesso dal nostro stesso cuore, quelle “porte” che si tramutano, quando dischiuse, in felicità?».
Nel libro – il quinto di una serie – compare un personaggio femminile che combatte questa innaturale battaglia, imprigionata com’è in un involucro di vita che non le ha mai concesso prima, e che le impedisce anche quando la felicità finalmente si palesa, anzi bussa, di aprire quella porta.
Queste opere sono dei romanzi che attraversano il ‘900 dagli anni ’60 in poi, e le vicende, tutte desunte da storie vere, mostrano risvolti spesso inverosimili, come solo la realtà – quando diviene davvero romanzesca – sa concepire. «Quando scrivo – spiega l’autore che vive a Roma, laureato in Chimica Industriale e ingegnere informatico per professione – non programmo gli eventi, mi basta narrare, di getto, i principali episodi del mio vissuto, che cerco di alleggerire con citazioni storiche o letterarie, brani di classici, riferimenti storici oltre a quelli di cronaca». E per separare il mondo della scrittura – intrapreso per narrare ai figli la gioventù di quegli anni, le guerre universitarie, le
battaglie professionali e nella vita – da quello del lavoro come dirigente industriale, Francesco Sagone diventa Nero Normanno, pseudonimo scelto con il suo primo libro. «Quel mondo non esiste quasi più e mi era parsa una buona idea lasciare una testimonianza scritta di vita
vissuta».
“La felicità è una porta che si apre dall’interno” racconta le vicende personali e le sfide professionali, vissute nel cuore degli anni ’80, di un ancor giovane ingegnere, che si intrecciano con gli avvenimenti pubblici di un’Italia minacciata dal terrorismo e di una Sicilia martoriata dai
delitti di mafia. In pochi anni il protagonista si trova proiettato in una scalata di successo nella gerarchia della multinazionale in cui opera, la prima al mondo. Il tutto cercando di coniugare le esigenze e i bisogni della famiglia e dei figli con i sacrifici, trasferimenti inclusi, che l’azienda richiedeva con i suoi ritmi sempre frenetici e gli obiettivi ogni anno più ambiziosi. Non mancano gli episodi curiosi, i singolari rituali della multinazionale. E nemmeno le avventure amorose. Accanto alle vicende del personaggio principale (Rinaldo), dunque, vengono ricordati i principali fatti di cronaca di quegli anni, che si differenzia dalla trama con l’uso di caratteri più piccoli o con rimandi a capo diversi.

Nel romanzo, in cui incidono contesto storico e sfera emotiva – come sottolinea lo stesso autore – vi sono dei temi che ricorrono: il “Vento del Sahara”, che quando si alza nella mente del protagonista, diviene una guida incontenibile; il “Mare Nostrum” con cui il protagonista sempre
dialoga e si confronta in un tacito rapporto che durerà sempre, analogo a quello che ognuno ha o dovrebbe avere con la propria coscienza; i “dialoghi con il padre e i ricordi degli precetti dei genitori” che hanno posto le basi della sua etica e della sua personalità; gli “insegnamenti” dei professori odiati durante gli studi e benedetti per tutta la vita; gli “Angeli custodi” preposti alle varie sfere delle attività umane al pari di “muse pagane e numi” protettori della sfera amorosa. Le bellissime fanciulle, della cui presenza la vita ha sempre gratificato il protagonista; le sue armi di “conquista” sempre basate su cavalleria, sostenute da fantasie e cultura, arricchite da lealtà e chiarezza. E, sullo sfondo, sempre, la convinzione che la volontà del singolo e la sua determinazione fideistica riesca a far raggiungere gli obiettivi prefissati, nel lavoro e, con l’aiuto degli “Angeli Custodi” anche nella vita.

Il romanzo, così come i precedenti e quelli che concluderanno la saga, è una fotografia scritta di fatti realmente accaduti, vissuti in nome dei propri principi e valori, seppure con i tentennamenti e le debolezze delle passioni umane. Ed è questo il senso di ciò che l’autore ripete
spesso ai suoi figli: «Il mio più grande conforto è quello di potermi guardare ogni mattina allo specchio e di farlo senza alcun rossore e senza il ricordo di episodi opinabili sul piano dell’etica o, tantomeno, di cui vergognarmi».

Federica Grisolia


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Pino Lacava

Artista visivo e ceramista, sperimentatore d'arte, appartenente alla corrente della Neo Avanguardia New Dada. Ha esposto in collettive e personali nazionali ed internazionali, tra cui la Biennale di Venezia e la Biennale di Brera. Già docente all'Istituto "Cabrini" di Taranto di grafica. Operatore culturale.

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